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Il cammino di Santiago: un viaggio verso noi stessi

Maggio 21, 2011

di Noemi Azzurra Barbuto

Attraversare a piedi e con lo zaino sulle spalle migliaia di chilometri su antichi sentieri immersi nella natura verso una meta precisa. Molti penseranno che sia qualcosa che non si fa più oggi, nell’era della tecnologia e delle telecomunicazioni, quando basta un aereo per essere in pochissime ore dall’altra parte del mondo. Eppure c’è ancora chi, spogliatosi degli scomodi abiti da lavoro ed abbandonate preoccupazioni, responsabilità ed abitudini dannose ma irrinunciabili del vivere quotidiano, si incammina, portando con sé poche cose davvero indispensabili, verso Santiago de Compostela.

Sono i pellegrini, che, in migliaia ogni anno, viaggiando da soli o in gruppo, intraprendono quel percorso magico che li condurrà da ogni parte d’Europa in Spagna, nella piccola chiesa edificata intorno all’anno 813 sul sepolcro di San Giacomo.

Un viaggio che prevede più tappe e numerosi giorni di cammino, tanto che i pellegrini sono soliti completarlo e concluderlo camminando 15 giorni l’anno per circa un quinquennio. Ed ogni anno il viaggio ricomincia lì dove si era concluso dodici mesi prima e la meta diventa sempre più vicina.

Ma il cammino di Santiago non è solo questo. «Si tratta di un viaggio dentro se stessi, verso il proprio io», ci spiega Gabriella Caridi, chirurgo plastico che ha intrapreso il percorso qualche anno fa attraverso la via Podiensis, partendo da Le Puy en Velay, in Francia.

Infatti, sembra che proprio lì, lungo quelle stradine medioevali che attraversano piccoli villaggi, boschi, prati immensi, montagne, colline, l’essere umano possa riappropriarsi, grazie soprattutto al contatto con la natura ed al silenzio, del suo universo interiore, riscoprendo serenità ed equilibrio interiori. A questo proprosito, Caridi osserva: «La vita quotidiana ci porta a snaturalizzarci. Durante il percorso, il contatto tra uomo e natura ci fa comprendere che l’essere umano non può prescindere dal suo legame con essa. L’uomo diventa irascibile quando gli manca questo rapporto fondamentale per il suo equilibrio psico-fisico».

I pellegrini sono soliti viaggiare insieme, ma su questo percorso ognuno, in verità, è solo con il suo peso, con quel carico che porta più nel cuore che sulle spalle. E in solitudine ci si confronta con i propri nemici più grandi: le proprie paure. Ecco perché si tratta di un’avventura che cambia la vita: siamo noi a migliorare. Ed i cambiamenti più importanti sono proprio quelli che avvengono dentro di noi, rivoluzionandoci.

«Il cammino ti porta ad avere molta energia fisica e psichica, ti rafforza», commenta la nostra simpatica pellegrina, che considera il cammino di Santiago «una sfida con se stessi» e la sua meta ultima, ossia Santiago, «non un punto di arrivo, bensì un punto di partenza verso una vita nuova».

Il sentimento predominante nel pellegrino ogni volta che si conclude il viaggio, come ha spiegato Caridi, è proprio la voglia di ricominciare, di non fermarsi, oltre ad un profondo senso di rinascita.

Questo, in verità, non stupisce, dal momeno che camminare è sinonimo di progredire, ossia di andare avanti, non stando fermi ad aspettare un colpo di scena sul palcoscenico di questa vita che ci vuole attori attivi e non rassegnati ed impassibili spettatori.

«A chi ama camminare, a chi ama la vita e la natura, ma anche a tutti coloro che vogliono riscoprire il contatto con la natura e ritrovare se stessi per migliorare le relazioni con gli altri», a costoro Caridi consiglia questa meravigliosa avventura, alla fine della quale il pellegrino brucia simbolicamente gli indumenti indossati durante il viaggio per abbandonare per sempre quel fardello che si è portato dietro.

Ma qual è l’insegnamento più grande che si apprende nel corso del cammino? Il chirurgo non ha dubbi: «Si comprende che poco è l’utile che serve all’uomo per essere felice. Ci riempiamo di cose futili, superflue, che ci estraniano dall’essenzialità della vita e dell’essere umano».

E se, da un lato, il cammino di Santiago svuota l’animo di tutti i pesi che lo appesantiscono; dall’altro, riempie la vita di nuovi amici, persone incontrate durante il percorso, tutte diverse tra loro per nazionalità, estrazione sociale, interessi, esperienze di vita, ma con in comune il fatto di trovarsi sulla stessa strada e di andare verso lo stesso luogo. «Da questa comunanza deriva una fortesolidarietà che tiene molto uniti i pellegrini e che si riscontra difficilemtne nella vita di ogni giorno», racconta Caridi. E mentre la ascoltiamo noi pensiamo che forse è proprio questo ciò che manca nel mondo: la solidarietà, ossia la consapevolezza che, nonostante le nostre differenze, andiamo tutti verso la stessa meta. Passo dopo passo.