Posts Tagged ‘reggio calabria’

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“Spada locale” o “Pistola locale”?: scempio sull’immagine di Giuseppe Sorgonà

giugno 23, 2011

di Noemi Azzurra Barbuto

Quando ci si abitua alla brutalità e alla violenza, accade che il segno che queste lasciano è sempre più superficiale, e molto facilmente si può dimenticare. Le ferite inferte su una pelle indurita dalle botte della vita quasi non sanguinano più.

No, non fa più effetto qui la morte. Quella morte che guidando una motocicletta si accosta al finestrino e ti fa fuori. Pum. E la vita finisce.

Ma la vita continua. E le vite che scorrono frenetiche cancellano il sangue sull’asfalto, i passi affrettati della gente ogni mattina consumano le strade, i marciapiedi, le macchine passano distratte, mentre vanno da qualche parte. Nessuno si accorge che lì, ai lembi di quella via trafficata, qualcuno è stato ucciso. Nessuno se ne ricorda già più. Un mazzo di fiori freschi, posati con dolore e con amore, non basta a rinverdire la memoria dei passanti che vogliono solo dimenticare ed andare avanti intenti a vivere, né la foto di un ragazzo sorridente. Tutto fa parte dell’abitudine. Niente sconvolge.

È passata troppa vita sulla morte. Per questo non stupisce più che un ragazzo sia stato crivellato su quella via, né che su quel lampione, sopra quella foto e quei fiori, ogni mattina qualcuno privo di sensibilità esibisca un grande cartellone con una rudimentale scritta: “Spada locale euro 20.00”. E, come se questo non bastasse, accanto al lampione la testa sanguinante di un pescespada che infilza un altro cartello recante la medesima indicazione.

Sembra quasi una beffa crudele e cinica.

È questo il peggiore simbolo dell’assuefazione alla violenza, cruda testimonianza della mancanza di rispetto verso chi troppo precocemente è caduto per mano e per scelta di qualcuno che non è Dio.

Altra vita scorrerà su questa morte, su quella strada, accanto a quel lampione. Tutto sarà diverso: le macchine, le stagioni, i fiori, il pesce. Il mondo continuerà ad andare a rotoli. La gente continuerà a dimenticare. Noi invecchieremo. Ciò che resterà immutabile per tutta la vita sarà il sorriso di Giuseppe Sorgonà, un ragazzo di appena 25 anni, sparato un pomeriggio di gennaio del 2011 in via De Nava a Reggio Calabria, mentre, uscito da poco dal lavoro, tornava a casa in macchina con accanto il suo bambino di un anno e mezzo.

Ed ogni volta che i suoi assassini passeranno da quella strada dovranno guardarlo quel sorriso. Il sorriso di chi hanno ucciso. La vita che scorre cancella il sangue sull’asfalto, a volte persino il ricordo, ma non potrà mai pulire le loro mani.

 

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Il cammino di Santiago: un viaggio verso noi stessi

Maggio 21, 2011

di Noemi Azzurra Barbuto

Attraversare a piedi e con lo zaino sulle spalle migliaia di chilometri su antichi sentieri immersi nella natura verso una meta precisa. Molti penseranno che sia qualcosa che non si fa più oggi, nell’era della tecnologia e delle telecomunicazioni, quando basta un aereo per essere in pochissime ore dall’altra parte del mondo. Eppure c’è ancora chi, spogliatosi degli scomodi abiti da lavoro ed abbandonate preoccupazioni, responsabilità ed abitudini dannose ma irrinunciabili del vivere quotidiano, si incammina, portando con sé poche cose davvero indispensabili, verso Santiago de Compostela.

Sono i pellegrini, che, in migliaia ogni anno, viaggiando da soli o in gruppo, intraprendono quel percorso magico che li condurrà da ogni parte d’Europa in Spagna, nella piccola chiesa edificata intorno all’anno 813 sul sepolcro di San Giacomo.

Un viaggio che prevede più tappe e numerosi giorni di cammino, tanto che i pellegrini sono soliti completarlo e concluderlo camminando 15 giorni l’anno per circa un quinquennio. Ed ogni anno il viaggio ricomincia lì dove si era concluso dodici mesi prima e la meta diventa sempre più vicina.

Ma il cammino di Santiago non è solo questo. «Si tratta di un viaggio dentro se stessi, verso il proprio io», ci spiega Gabriella Caridi, chirurgo plastico che ha intrapreso il percorso qualche anno fa attraverso la via Podiensis, partendo da Le Puy en Velay, in Francia.

Infatti, sembra che proprio lì, lungo quelle stradine medioevali che attraversano piccoli villaggi, boschi, prati immensi, montagne, colline, l’essere umano possa riappropriarsi, grazie soprattutto al contatto con la natura ed al silenzio, del suo universo interiore, riscoprendo serenità ed equilibrio interiori. A questo proprosito, Caridi osserva: «La vita quotidiana ci porta a snaturalizzarci. Durante il percorso, il contatto tra uomo e natura ci fa comprendere che l’essere umano non può prescindere dal suo legame con essa. L’uomo diventa irascibile quando gli manca questo rapporto fondamentale per il suo equilibrio psico-fisico».

I pellegrini sono soliti viaggiare insieme, ma su questo percorso ognuno, in verità, è solo con il suo peso, con quel carico che porta più nel cuore che sulle spalle. E in solitudine ci si confronta con i propri nemici più grandi: le proprie paure. Ecco perché si tratta di un’avventura che cambia la vita: siamo noi a migliorare. Ed i cambiamenti più importanti sono proprio quelli che avvengono dentro di noi, rivoluzionandoci.

«Il cammino ti porta ad avere molta energia fisica e psichica, ti rafforza», commenta la nostra simpatica pellegrina, che considera il cammino di Santiago «una sfida con se stessi» e la sua meta ultima, ossia Santiago, «non un punto di arrivo, bensì un punto di partenza verso una vita nuova».

Il sentimento predominante nel pellegrino ogni volta che si conclude il viaggio, come ha spiegato Caridi, è proprio la voglia di ricominciare, di non fermarsi, oltre ad un profondo senso di rinascita.

Questo, in verità, non stupisce, dal momeno che camminare è sinonimo di progredire, ossia di andare avanti, non stando fermi ad aspettare un colpo di scena sul palcoscenico di questa vita che ci vuole attori attivi e non rassegnati ed impassibili spettatori.

«A chi ama camminare, a chi ama la vita e la natura, ma anche a tutti coloro che vogliono riscoprire il contatto con la natura e ritrovare se stessi per migliorare le relazioni con gli altri», a costoro Caridi consiglia questa meravigliosa avventura, alla fine della quale il pellegrino brucia simbolicamente gli indumenti indossati durante il viaggio per abbandonare per sempre quel fardello che si è portato dietro.

Ma qual è l’insegnamento più grande che si apprende nel corso del cammino? Il chirurgo non ha dubbi: «Si comprende che poco è l’utile che serve all’uomo per essere felice. Ci riempiamo di cose futili, superflue, che ci estraniano dall’essenzialità della vita e dell’essere umano».

E se, da un lato, il cammino di Santiago svuota l’animo di tutti i pesi che lo appesantiscono; dall’altro, riempie la vita di nuovi amici, persone incontrate durante il percorso, tutte diverse tra loro per nazionalità, estrazione sociale, interessi, esperienze di vita, ma con in comune il fatto di trovarsi sulla stessa strada e di andare verso lo stesso luogo. «Da questa comunanza deriva una fortesolidarietà che tiene molto uniti i pellegrini e che si riscontra difficilemtne nella vita di ogni giorno», racconta Caridi. E mentre la ascoltiamo noi pensiamo che forse è proprio questo ciò che manca nel mondo: la solidarietà, ossia la consapevolezza che, nonostante le nostre differenze, andiamo tutti verso la stessa meta. Passo dopo passo.

 

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Violenza sulle donne: un fiume di sangue che scorre ad Oriente e ad Occidente

aprile 8, 2011

di Noemi Azzurra Barbuto

Uccidere una donna scagliandole addosso delle pesanti pietre non è solo una vergognosa ed orribile pratica, chiamata “lapidazione”, ancora oggi molto diffusa nei Paesi islamici, dove essa costituisce la pena a cui le donne sovente vengono condannate per il reato di adulterio, o per avere semplicemente riso, o per avere scoperto il volto, o avere osato utilizzare un pochino di trucco.

Può succedere anche qui, in questo Paese che si proclama “civile”, in questa terra d’Occidente, che guarda con disperezzo ed alterigia gli immigrati musulmani che tentano disperatamente di toccare le sue spiagge dorate. Li considera “barbari”, come i romani consideravano inferiori per cultura e tradizione tutti quei rozzi popoli invasori provenienti dalle regioni fredde del nord.

Anche qui, a Gallico, una frazione a nord di Reggio Calabria, in Italia, la scorsa notte è successo che una ragazzina di soli tredici anni sia stata martoriata e ridotta in fin di vita mediante l’uso di una pietra da un ragazzo di diciassette anni, suo presunto fidanzatino.

La ragazza, che è stata sottoposta ad intervento chirurgico e che ora si trova in stato di coma nel reparto rianimazione degli Ospedali Rinuniti di Reggio Calabria, è stata colpita ripetutamente alla testa, riportando lo sfondamento delle orbite, un vasto ematoma intracranico e la mutilazione dei padiglioni auricolari.

Ancora non si conoscono i motivi che abbiano portato il giovane a compiere quest’atto atroce. Forse un rifiuto, o una discussione degenerata in violenza estrema.

La ragazza, che sta lottando tra la vita e la morte, non è altro che l’ennesima vittima della brutalità degli uomini, da cui le donne purtroppo non sono immuni per il solo fatto di essere nate in Occidente, in Paesi dove, dopo decenni di dure battaglie da parte del genere femminile, solo ufficialmente i due sessi godono dei medesimi diritti.

Continua infatti a resistere, e non solo nei luoghi più degradati, una sottocultura maschilista che porta l’uomo ad abusare ancora della sua forza fisica per imporsi sulla donna, che lo induce a credersi più capace dell’altro sesso nell’ambito professionale, che vuole ancora rilegare la donna al ruolo esclusivo di madre e di moglie tuttofare. Una sottocultura che, infine, come un virus che non si debella mai, guasta l’educazione degli uomini di domani, rendendoli capaci a loro volta di violenze, di abusi, di soprusi verso le donne.

Di chi sia la colpa non si sa. Forse di tutti. Degli uomini, ma anche delle donne. Sì, anche di noi donne, perché a volte preferiamo stare zitte e subire, perché ci autocondanniamo all’infelicità per timore di una vergogna che dovrebbe provare solo chi fa del male, perché non siamo complici e sorelle tra di noi al di là della razza e dello status, e perché è anche nostro dovere educare i figli, insegnandolo loro che l’uguaglianza è il fondamento di una società giusta e libera, dove siamo tutti diversi ma dove nessuno è migliore dell’altro.

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Infortunatosi sul lavoro, viene minacciato a mano armata: storia tragica di un uomo perbene

febbraio 5, 2011

 di Noemi Azzurra Barbuto

La sicurezza sul lavoro è un problema molto grave in Italia, dove nel 2010 si sono registrati 1080 morti sui luoghi di lavoro ed oltre 25.000 invalidi (+ 6,5% rispetto al 2009). Tale problema, nel Mezzogiorno, si unisce a quello atavico del lavoro nero, alla mancanza di considerazione della fatica altrui, male quest’ultimo molto diffuso, alla tendenza ad aggirare con disinvoltura le leggi al fine di incremetare i profitti, nonché alla disoccupazione, che spesso spinge i lavoratori ad accettare qualsiasi occupazione e qualsiasi compenso, pur di portare il pane a casa.

Inoltre, può succedere che tutto questo si intersechi con un altro atroce dramma che ci opprime, quello della malasanità, che spesso uccide o danneggia irreparabilmente (78 casi in Calabria nel 2010, 59 di questi hanno avuto come esito la morte del paziente).

È ciò che è successo a Filippo Rosace, elettricista reggino di 37 anni, che, ormai da un anno e mezzo, si trova a vivere di lavoretti occasionali, non potendo più sperare di essere assunto da un’azienda, dal momento che ha perso l’uso della mano destra.

Tuttavia, Rosace non si è arreso. Lavora, e lo fa anche bene. «Cos’altro potrei fare?», commenta dignitosamente.

Ma facciamo qualche passo indietro. Ho l’amara impressione che la storia che sto per raccontarvi non sia solo di Filippo Rosace, ma di tanti uomini che, come lui, hanno subito soprusi da parte di chi si credeva più forte ed hanno perso tutto proprio nel momento più tragico. Ma forse cio che distingue Rosace da tutti gli altri è il fatto che lui ha avuto il coraggio di denunciare i suoi oppressori. Consiste in tutto questo la grandezza di un uomo. Essa non sta nei suoi abiti firmati, né nel suo portafoglio traboccante, né nella sua casa lussuosa, né nella sua macchina costosa; bensì, nella sua umiltà, quella dignità mista di forza che lo fa andare avanti, consapevole di ciò che veramente conta nella vita, coscienza questa che lo rende felice, pur avendo poco, quasi niente. E forse è proprio questa la sua ricchezza.

È un’umiltà commovente quella che si legge sul viso di Rosace, mentre racconta un pezzettino della sua vita, piccolo ma in grado di cambiarne tutto il corso.

Rosace lavorava in nero, in qualità di elettricista-impiantista nonché di installatore di condizionatori e di impianti di riscaldamento, presso un tale, il cui nome e cognome mi limiterò ad indicare con le iniziali, A. S., fino all’agosto del 2009, quando Rosace rimane vittima di un incidente sul lavoro.

Una mattina, mentre si trova su una scala priva di sistemi di sicurezza per realizzare una traccia per l’impianto elettrico servendosi di un martello elettrico-pneumatico molto pesante, Rosace cade a terra, subendo la frattura scomposta dell’avambraccio destro e la frattura composta dell’avambraccio sinistro.

Dolorante e ferito, chiede ai suoi colleghi di allertare il 118. Ma questi, si suppone per timore nei confronti del datore di lavoro, telefonano ad A. S., il quale, a sua volta, contatta S. R., proprietario dell’immobile in cui sono in corso i lavori di ristrutturazione.

S. R. raggiunge la sua abitazione dopo circa mezz’ora dall’incidente e, caricato in macchina Rosace, invece di condurlo all’ospedale, distante poche centinaia di metri, essendo lo stabile sito in via Cardinale Portanova, si reca presso l’abitazione privata di un ortopedico, suo caro amico, P. S., che, senza una lastra, diagnostica le fratture.

Dalla casa dell’ortopedico Rosace viene condotto da S. R. agli Ospedali Riuniti, non prima che quest’ultimo si sia accertato, tramite una telefonata ad un altro suo amico impiegato all’ospedale, che non ci siano agenti di polizia alla guardiola del pronto soccorso. Avendo ricevuto il via libera, S. R. entra in ospedale e, mentre Rosace, sempre più provato, aspetta il suo turno per la radiografia, egli gli mostra un’arma di piccolo calibro, minacciandolo di riferire una notizia falsa, ossia che l’incidente è avvenuto nella barca di S. R. e non nell’abitazione dello stesso.

La ragione sta nel fatto che i lavori effettuati nella casa di S. R. erano abusivi e consistevano anche nell’elevazione di un ulteriore piano senza permesso di costruire.

“E poi io non ho paura della legge, ho amici avvocati e magistrati, e li posso pagare”, con queste parole S. R. conclude la sua intimidazione e, consegnata la radiografia, abbandona Rosace all’ospedale, il quale sarà recuperato dal padre.

Ma il dramma dell’elettricista non finisce qui, anzi deve ancora iniziare. Sarà operato dallo stesso ortopedico che lo visitò sommariamente nella sua stessa casa, P. S., su suggerimento insistente di S. R. A Rosace verranno inseriti i ferri di Sant’andrea nel braccio destro, sfilati dopo 42 giorni senza anestesia, provocando un dolore più intenso di quello patito con l’incidente stesso. Successivamente, Rosace si accorgerà di non riuscire più a muovere il pollice della mano destra. Dopo una serie di accertamenti si scoprirà che il tendine è stato tagliato per errore durante l’operazione e che è quindi irrimediabilmente compromesso.

Inoltre, le minacce saranno continue, anche durante la convalescenza, e dirette non solo alla persona di Rosace, ma anche alla moglie, disabile, ed ai genitori ormai anziani. Rosace verrà minacciato in casa sua sia da A. S. che da S. R., il quale dirà: «Se denunci, brucio vivo te, tua moglie ed i tuoi genitori».

Ci chiediamo se Rosace sia coraggioso oppure incosciente. Ascoltandolo capiamo che è solo un ragazzo con uno spiccato senso di giustizia ed una consapevolezza chiara dei suoi diritti ed ormai stanco di dovere subire in silenzio i colpi inferti alla sua dignità di uomo. Rosace ama la sua famiglia e, per tutelarla, ha scelto di denunciare una realtà nascosta eppure sotto gli occhi di tutti.

«Non mi fido degli impiegati all’Ispettorato del Lavoro, noi lavoratori siamo soli e possiamo contare solo su noi stessi e decidere se arrenderci e sopportare oppure lottare contro un nemico più forte», dichiara Rosace raccontando di come A. S. abbia un giorno corrotto due ispettori, versando loro un totale di 4.800 euro, affinché non verbalizzassero ciò che avevano visto durante un’ispezione.

Ma come è cambiata la vita di Rosace dopo quel giorno? «È tutto più difficile – spiega – nessuno mi assumerebbe, cerco di cavarmela da solo con lavori saltuari, ho imparato ad essere mancino, non voglio pesare sui miei genitori, pur essendo figlio unico».

E cosa prova? «Profonda amarezza e molta rabbia», confessa. Amarezza per la realtà che lo circonda, rabbia verso coloro che hanno minacciato i suoi genitori e sua moglie.

Stringe i pugni Rosace e con gli occhi lucidi, forse di dolore forse di sdegno, dichiara: «Io non lo conosco quel linguaggio, quello delle armi, della violenza, ma, se dovessero tornare a casa mia per metterci paura, io non potrei rispondere di me stesso».

Con tenerezza Rosace parla di sua moglie, l’unica donna che ha amato e alla quale è sempre stato fedele. Con un sorriso ci dice: «Quando a 21 anni ci fidanzammo, io le promisi che l’avrei sposata. Dovettero passare sei anni, ma poi la portai all’altare».

Poi si alza, ci saluta e torna al suo lavoro. Non si lamenta, non piange sulle sue disgrazie.

Mentre si allontana, ci accorgiamo di quanto sia ricco questo ragazzo. E in un solo istante abbiamo la misura esatta di quanto possa essere piccolo un uomo; ma, nello stesso tempo, di quanto possa essere incommensurabilmente grandioso.

 

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Giuseppe Sorgonà. Si muore anche così a Reggio Calabria

gennaio 8, 2011

di Noemi Azzurra Barbuto

8 Gennaio 2011, uno dei primi giorni di quest’anno che già non si annuncia diverso dagli altri qui, a Reggio Calabria. C’è il sole oggi. Brilla. Il cielo è azzurro, senza macchie. Il sangue non schizza mai fino a lì. Cade a terra. Fa quasi caldo, oggi.

L’avete mai provata voi quella sensazione di leggerezza uscendo di casa la mattina di un giorno di sole in pieno inverno? In più oggi è sabato. Stasera questa città promette tanti divertimenti. E’ vivace Reggio Calabria. Forse non dorme mai. C’è sempre qualcuno che osserva, che sorveglia, che resta nell’ombra, in silenzio, come se sapesse tutto.  E chi sa tutto comanda, decide. Decide anche chi muore, chi vive, chi paga, chi crescerà senza un padre, chi resterà vedova, chi piangerà suo figlio.

E anche stasera il corso Garibaldi sarà gremito di gente che non va da nessuna parte, mentre va avanti e poi indietro dentro questa bolla, illudendosi che il mondo sia tutto qui, tra un bar e una stazione. Qui l’aria a volte è soffocante ed il cielo è troppo lontano. No, il sangue schizza ma non arriva fino a lì. E neanche le lacrime.

Qui si muore. Si cade vittime di una guerra che non è mai iniziata e non è mai finita. Il nemico si mescola, fa parte di noi, è tra noi. E’ una guerra strana questa. Muori, e non sai perché.

Vivono così i reggini. Tranquilli. Con il cuore colmo di paura. Anche oggi. Soprattutto oggi che un ragazzo di 25 anni non potrà uscire di casa con il cuore leggero, non potrà godere di questo sole, perché qualcuno, che non è Dio, ha deciso che doveva morire.

Sì, è ineluttabile la morte. Lo sappiamo tutti. Eppure non si può accettare. Arriva così, su una moto, protetta da un casco. Arriva in centro città. E ti spara.

E se ne frega se c’è gente, se ne frega che è in pieno centro, che c’è un bambino accanto a te, se ne fraga di tutto. E’ spavalda la morte. E più hai paura più lei è spavalda. Ti spara in faccia. Sputa in faccia a tutti, e poi ride. Ammazza e dice: “Qui comando io. Io sono più forte di Dio, dovete saperlo tutti”.

Si muore anche così a Reggio Calabria, come se in questo angolo di Terra non vigesse la giurisdizione di Dio. Zona franca. Si muore per strada. E la rabbia fa bollire il sangue mentre ti chiedi: “Perché oggi c’è il sole se Giuseppe è stato ucciso?”. Il sole non dovrebbe sorgere su questa ingiustizia. E come può un uomo togliere la vita ad un altro uomo e poi dormire, e poi svegliarsi in un giorno di sole in pieno inverno?

E perché Dio lo permette?

Oggi si aprono vecchie ferite e nuove ferite. E fanno troppo male.

Nessuno sente, nessuno vede. Nessuno sa. Il sole splende, illumina giusti ed ingiusti, buoni e cattivi. La vita scorre come sempre, mentre il silenzio si fa più profondo, si allarga e ci inghiottisce tutti. Troppo difficile uscire da questa gabbia, ci si ritrova sempre qui. Pochi ce la fanno. Intanto questo silenzio urla, e piange, perché nessun uomo può morire così.

Si dicono tante cose su questa città. Si dice che Reggio Calabria non è più come una volta. Oggi ci sono tanti locali per i giovani, un bel lungomare curato, i ragazzi non si accoltellano più il sabato sera in discoteca solo per sfogare la noia, è tutto più sicuro, più pulito, più moderno, più evoluto.

Oggi Reggio è città metropolitana, posta al centro del mediterraneo, crocevia di popoli e di culture. Ma, finché la gente avrà paura, finché un uomo potrà morire per strada per mano di un altro uomo, sebbene il sole continuerà a splendere e a riscaldarla, Reggio Calabria non avrà futuro.

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Il No Profit: da terzo settore a settore comprimario

giugno 22, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

Imprese più umane, che non mirano alla massimizzazione del profitto, bensì ad offrire un servizio alla collettività. Sono le organizzazioni no profit, facenti parte di quel terzo settore al quale Domenico Marino e Carmelo Migliardo hanno dedicato un libro, “Politica economica del no profit”, edito da Aracne editrice e presentato ieri mattina nella sala biblioteca del Palazzo della Provincia di Reggio Calabria.

Strada alternativa a quelle del mercato e dello Stato, il settore no profit ha assunto negli ultimi trent’anni un’importanza strategica nell’ambito dell’economia mondiale, soprattutto a causa della crisi dello Stato sociale, alle cui deficienze ha cercato di sopperire, riuscendoci con successo.

Obiettivo del volume è, come ha spiegato uno dei suoi autori, Migliardo, «divulgare il modello della produzione attraverso il no profit», che può «favorire la crescita locale del Mezzogiorno», dove ogni progetto di sviluppo è clamorosamente fallito.

Insomma, lì dove lo Stato non è riuscito, queste organizzazioni possono porre le basi per un corso nuovo.

Tuttavia, esistono degli ostacoli che impediscono l’affermazione del terzo settore nelle regioni meridionali. Primo tra tutti la criminalità organizzata.

Ecco perché, secondo gli autori, per uno sviluppo effettivo è necessaria «una trasformazione sociale», ossia un cambiamento di mentalità.

Il lavoro dei volontari, i minori intoppi burocratici, i minori costi di transazione, la mancata ricerca di un guadagno esorbitante. Sono questi gli elementi vincenti del terzo settore, per i quali, ha affermato il docente Antonino Gatto, il no profit dovrebbe essere considerato ed essere «settore comprimario, promotore della fioritura di un’economia civile». “Civile” in quanto fondata sul «principio regolatore della reciprocità».

Non si tratta di un obiettivo impossibile, secondo gli economisti presenti ieri alla conferenza, dal momento che, come ha sottolineato Gatto, «gli stessi valori che reggono la società possono reggere anche il mercato».

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Atam S.p.A. e Museo della ‘Ndrangheta: insieme contro la mafia

Maggio 28, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

C’è la volontà di fare rete al fine di diffondere efficacemente la cultura della legalità alla base del protocollo d’intesa siglato ieri mattina presso la sede dell’Azienda Trasporti per l’Area Metropolitana (Atam), sita in via Foro Boario a Reggio Calabria, e dal Museo della ‘ndrangheta.

L’accordo, firmato da Demetrio Arena, amministratore unico dell’azienda di trasporto pubblico, e da Claudio La Camera, coordinatore del museo, porterà alla promozione di un punto informativo itinerante sulla legalità e sulla sicurezza nella città di Reggio Calabria.

L’iniziativa, che per ora prende l’avvio come un progetto pilota, destinato ad essere perfezionato in corso d’opera in armonia con le esigenze e le risposte dei cittadini, ha l’obiettivo di divulgare una corretta informazione sia sulla ‘ndrangheta che sulla numerose attività di contrasto alla stessa.

Sulla scia del successo avuto dalla campagna di sensibilizzazione denominata “Vedo, sento e parlo. Insieme contro la ‘ndrangheta”, avviata qualche mese fa in collaborazione con l’amministrazione comunale, che ha visto il bus della legalità percorrere quotidianamente le vie della città, Atam ha deciso «fornire un altro piccolo e doveroso contributo», come ha spiegato Arena.

Infatti, secondo l’amministratore unico, solo attraverso la partecipazione di ciascuno è possibile svolgere un’azione di efficace contrasto alla criminalità organizzata. E l’Atam, consapevole del proprio ruolo sociale e dell’elevata visibilità di cui godono i propri mezzi di trasporto, vuole fare la sua parte.

«L’elemento itinerante ha successo all’interno della città perché fortifica il contatto con la gente», ha dichiarato La Camera, il quale ha invitato le altre associazioni a prendere parte a questo importante progetto, portando le loro idee e le loro proposte.

«È in atto un cambiamento», ha continuato La Camera. Infatti, fino a due decenni fa non si parlava neanche di ‘ndrangheta, mentre oggi la presenza del bus “Vedo, sento e parlo” indica che il muro muto dell’omertà è forse meno robusto di quanto sembrava.

Parlare. È questo il primo passo fondamentale, secondo il coordinatore, per una presa di coscienza del fenomeno mafioso, fase che precede il cambiamento.

Dopo aver rimarcato l’importanza del progetto, il consigliere comunale Giuseppe Sergi ha avanzato un’interessante proposta: spostare il punto informativo nelle zone più degradate della città, lì dove la presenza della criminalità si fa sentire più forte.

Si creerebbe in questo modo una sorta di presidio capace di rafforzare la vicinanza e la fiducia tra cittadini ed istituzioni.

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La lotta alla mafia tra associazionismo ed istituzioni

Maggio 14, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

Discutere di mafia, ma soprattutto di antimafia. È stato questo l’obiettivo del convegno promosso dal Comitato Interprovinciale per il Diritto alla Sicurezza (Cids), tenutosi ieri mattina all’interno di palazzo San Giorgio a Reggio Calabria.

Un’occasione per riflettere insieme sui numerosi problemi che affliggono il Mezzogiorno, in particolare la Calabria, la regione con la più alta densità mafiosa in Europa. Ed è proprio la criminalità organizzata la matrice comune di tutte le problematiche sociali ed economiche locali, dalla disoccupazione alla corruzione.

Prendendo le mosse dal vergognoso applauso al boss Giovanni Tegano davanti alla questura reggina al momento del suo arresto, nonché dalla reazione di indignazione che questo gesto ha suscitato, Demetrio Costantino, presidente del Cids, ha elencato gli interventi più urgenti nell’ambito della lotta alla criminalità organizzata.

Migliorare la legislazione riguardante la certezza della pena; bloccare l’iter del disegno di legge “svuota carceri”, che avrebbe conseguenze pericolose in termini di sicurezza; adottare delle misure adeguate per l’utilizzo intelligente dei beni acquisiti illecitamente e confiscati; aumentare le risorse del Fondo di solidarietà destinato ai familiari delle vittime. Sono questi solo alcuni degli strumenti che, secondo Costantino, contribuirebbero a rendere più penetrante l’azione di contrasto alla criminalità mafiosa.

Repressione che non può fare a meno della prevenzione, che deve avere il contributo da parte di tutta la società civile, come ha sottolineato anche Enzo Pisano, che ritiene che «la lotta alla mafia avrà successo a condizione che sia democratica», ossia partecipata.

«Le associazioni non bastano», ha continuato Pisano. Fondamentale il ruolo dei giovani affinché si realizzi quello «sforzo di verità» che, secondo Francesco Toscano, vicepresidente Cids, «deve portare ad una nuova classe politica, che non si porti dietro il puzzo del ricatto morale».

A questo proposito, Costantino ha sollecitato la Commissione parlamentare antimafia, che, in relazione al connubio mafia-politica, ha reso noto che alle elezioni regionali in Calabria i candidati fuori dal codice etico erano 28 e ben 18 eletti, a fornire «maggiori elementi per non sospettare e generalizzare su tutti».

Molta sensibilità è stata mostrata nei confronti dei familiari delle vittime, che spesso subiscono disattenzione e trattamenti ineguali. «Ci vuole sobrietà per non accrescere la disperazione dei familiari lasciati nel silenzio», ha affermato il presidente del Cids.

Ma, nella lotta alla criminalità, «la priorità assoluta è l’educazione alla legalità», al fine di creare un clima di fiducia nonché un rapporto diretto tra istituzioni e cittadini.

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Inaugurata la casetta in legno per i familiari dei detenuti

Maggio 13, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

È una piccola e confortevole casetta in legno, costruita all’interno della casa circondariale di San Pietro a Reggio Calabria e dotata di giochi, la struttura destinata ad accogliere i familiari dei detenuti in visita, inaugurata ieri mattina e benedetta dall’arcivescovo Monsignor Vittorio Mondello.

Hakuna Matata, questo il nome della casa, porrà finalmente fine alle estenuanti attese dei familiari fuori dai cancelli del carcere esposti alle intemperie, provvedendo in particolare ad attutire l’impatto traumatico dei bambini con il ferroso edificio carcerario, come ha sottolineato l’assessore comunale alle politiche sociali Tilde Minasi.

Si tratta di un piccolo mondo a misura di bambino, alla cui organizzazione e gestione provvederà l’associazione contro il disagio sociale “Il Ponte”, con una serie di interventi, che vanno dal dialogo all’orientamento al lavoro, rivolti ai detenuti e alle loro famiglie.

«Una prova di attenzione verso la persona umana», l’ha definita l’arcivescovo, la colorata struttura, realizzata con il contributo dell’amministrazione comunale di Reggio Calabria e dell’Ufficio del Garante dei diritti dei detenuti, che ha fortemente sostenuto il progetto, è stata costruita «con la manodopera dei detenuti che hanno lavorato duramente notte e giorno», ha spiegato la direttrice del carcere Maria Carmela Longo.

Le pareti, affrescate dagli studenti dell’accademia delle Belle Arti di Reggio Calabria con immagini che riprendono scene del celebre film della Walt Disney “Il re leone”, vogliono ricordare il messaggio del film stesso: non conta quanto sia pesante il passato che ci portiamo dietro, occorre concentrarsi sul presente, guardando al futuro con ottimismo.

Dopo la benedizione del locale, si è tenuta una conferenza, sempre all’interno della casa circondariale, per presentare la terza relazione annuale dell’Ufficio del Garante.

Appuntamento ormai tradizionale «per riflettere su ciò che abbiamo fatto e dove vogliamo andare per dare maggiore dignità ai detenuti», ha spiegato Longo.

Ha illustrato l’andamento dell’attività del suo ufficio ma soprattutto l’atrocità del sistema carcerario attuale il garante Giuseppe Tuccio.

Una situazione di perenne emergenza, secondo Tuccio, alla quale si cerca erroneamente di fare fronte mediante interventi maldestri che derogano al principio rieducativo che sta alla base del sistema penitenziario.

Sarebbe piuttosto opportuna una riforma organica del sistema legale delle pene, ma «non resta che constatare come la stagione delle riforme strutturali tarda davvero ad apparire sull’orizzonte politico del nostro Paese», ha concluso Tuccio.

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“La legalità è la vostra forza”: il gip Tommasina Cotroneo incontra i giovani

Maggio 5, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

«La legalità è la vostra forza», con queste parole Tommasina Cotroneo, giudice delle indagini preliminari (Gip) del Tribunale di Reggio Calabria, ha esordito nel suo incontro con gli alunni del circolo didattico Aurelio Cassiodoro di Pellaro, in occasione del sesto appuntamento, moderato dal giornalista Francesco Tiziano, del ciclo “Testimonials istituzionali”, tenutosi ieri pomeriggio nella scuola elementare.

Il progetto, che coinvolge le quinte classi dell’istituto, come ha spiegato la dirigente scolastica, Giusy Princi, rientra nell’ambito della sperimentazione del percorso di “Cittadinanza e costituzione”.

L’obiettivo è quello di favorire l’acquisizione da parte dei ragazzi di una coscienza civica nonché l’interiorizzazione delle regole fondanti del vivere civile, attraverso l’incontro diretto con coloro che ricoprono ruoli istituzionali e che possono quindi trasmettere ai giovani la loro esperienza.

Non è stato facile per Cotroneo spiegare ai piccoli studenti le funzioni del giudice ed il significato di termini complessi, quali “principio di legalità”, “ordinamento giuridico”, “giurisdizione”, “costituzione”. Ma non c’è dubbio che i bambini abbiano colto il messaggio fondamentale del gip: le regole non si rispettano per paura della punizione, ma perché questo è funzionale al vivere civile.

«Attraverso la legalità ci si affranca, perché il rispetto delle regole è strumento di libertà e di progresso», ha dichiarato Cotroneo, che ritiene che l’educazione alla legalità sia più efficace quanto più avviene in tenera età.

Ma cosa vuol dire “vivere nella legalità”? «Significa non barattare i diritti con i favori», secondo Cotroneo. Indispensabile a questo scopo l’istruzione, perché studiare è «l’unico modo per proteggersi dall’arroganza e dai soprusi».

È dunque un invito ad impegnarsi di più a scuola quello lanciato ai ragazzi dal giudice, affinché possano essere liberi domani e vivere onestamente, contribuendo all’indebolimento della criminalità organizzata, che trova terreno fertile nell’arretratezza culturale.

«Il recupero della legalità non passa attraverso l’inasprimento della pena, ma attraverso un progetto di informazione e di formazione dei giovani», ha affermato Cotroneo.

A guidare questo progetto devono essere la scuola e la famiglia, secondo il gip reggino. Sono queste, infatti, le istituzioni che, prima di tutte le altre, «hanno il compito di favorire l’assorbimento da parte dei più giovani del concetto di legalità – ha concluso Cotroneo – affinché diventi parte essenziale dell’uomo».