Posts Tagged ‘provincia di reggio calabria’

h1

Siglato il protocollo di intesa tra Reggio e Perugia per la promozione del turismo enogastronomico

gennaio 16, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

Valorizzare i prodotti tipici locali al fine di promuovere il turismo enogastronomico e di incrementare l’occupazione. È questo l’obiettivo che sta alla base del protocollo d’intesa firmato ieri mattina a Palazzo Foti tra le Provincie di Reggio Calabria e di Perugia e l’Università dei Sapori del capoluogo umbro.

Nasce così una sinergia capace di favorire non solo la crescita economica del territorio ma anche la nascita di eccelsi professionisti specializzati attraverso la realizzazione di, come recita l’articolo 1 del protocollo, «attività di formazione, qualificazione ed aggiornamento tanto degli operatori del settore enogastronomico quanto dei giovani che aspirano ad acquisire competenze specifiche in questo ambito».

A questo scopo l’Università dei Sapori, scuola di specializzazione sulla filiera agroalimentare di cui la Provincia di Perugia è socia e la cui attività supera i confini regionali, come ha sottolineato l’assessore provinciale perugino Giuliano Granocchia, mette a disposizione le sue competenze e la sua esperienza pluriennale.

Un modo anche per recuperare le nostre tradizioni culinarie, trasmettendole ai ragazzi, sempre più avvezzi alla contaminazione americana del fast-food, affinché le trasformino in risorse preziose per il futuro.

«Oggi in Italia è difficile creare delle grandi industrie alimentari a causa dell’alto costo della manodopera -ha affermato Antonio Giorgetti, presidente dell’Università dei Sapori- ecco perché dobbiamo puntare sul prodotto locale, sulla sua valorizzazione e su un nuovo tipo di turismo».

Pensiero condiviso anche dall’assessore provinciale Attilio Tucci, secondo il quale «oggi il turismo è ciò che si mangia, non ciò che si vede».

«Il turismo -ha continuato l’assessore- deve basarsi soprattutto sulla capacità di vivere intensamente un luogo, mangiandone anche i prodotti». Fondamentali, secondo Tucci, i corsi di formazione su tutto ciò che si fa nel settore agroalimentare dalla produzione alla vendita, realizzati in collaborazione con l’Università dei Sapori nei centri provinciali sparsi sul territorio, affinché venga garantita un’offerta turistica di qualità.

Non si tratta di una specie di colonizzazione, lo ha specificato Tucci, piuttosto di una collaborazione mirata con un un ente specializzato per lanciare al meglio le nostre peculiarità locali.

«È la strada giusta ed i risultati non tarderanno ad arrivare», ha dichiarato il presidente della Provincia Giuseppe Morabito, secondo il quale questo protocollo ci offre «la possibilità di sfruttare le nostre potenzialità, portando maggiore professionalità e competenza nel nostro territorio che ha una vocazione fortemente turistica».

h1

La legge 68/99 per favorire l’inserimento lavorativo e sociale dei disabili

gennaio 15, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

Portare al centro la persona, favorendone l’inserimento sociale e lavorativo, e sviluppare un approccio globale al problema. Sono questi gli obiettivi fondamentali dell’associazione Genitori di Bambini e Adulti Disabili (A.Ge.Di.), attiva dal 1986 e promotrice dagli albori del progetto “Sportello Informativo Handicap – SIH”, che nel 2009 ha ricevuto il sostegno da parte della Provincia di Reggio Calabria, realizzando importanti risultati.

Il progetto SIH, come ha spiegato Maria Mirella Gangeri, presidente A.Ge.Di onlus, nel corso dell’incontro tematico “Legge 68/99: collocamento mirato”, tenutasi martedì 12 gennaio nel salone delle conferenze del Palazzo della Provincia, «si propone di creare uno spazio di interazione tra i soggetti coinvolti, garantendo alle persone disabili e alle loro famiglie un supporto nonché un reale riferimento per qualunque esigenza».

L’A.Ge.Di., associazione «nata dalla rabbia canalizzata in attività produttive», così l’ha descritta Gangeri, ha dato vita ad una rete sociale utile a tirare fuori dall’isolamento le famiglie che vivono questo tipo di problemi.

Non è facile essere portatori di handicap in una società che ha il culto dell’efficienza, ma non lo è neanche essere genitori di figli disabili. Tra le innumerevoli preoccupazioni anche quella di garantire ai propri figli un futuro, consistente soprattutto in lavoro che ne agevoli l’integrazione nel tessuto sociale. Ed è a questa esigenza che vuole rispondere la legge 68/99 sul collocamento mirato, che, come hanno illustrato gli avvocati Roberta Meduri e Cinzia Iadicola, prevede per le persone con disabilità l’inserimento in un posto di lavoro adatto, sviluppandone le loro potenzialità e ponendo a carico delle imprese sia pubbliche che private che abbiano alle proprie dipendenze minimo 15 persone l’obbligo dell’assunzione. Una legge non del tutto attuata in Italia e soprattutto al Sud, dove le percentuali di inserimento lavorativo sono sotto la media.

La colpa, secondo l’assessore provinciale Michele Tripodi, è da attribuire soprattutto alle aziende private «dove non si riesce ad applicare il principio nello spirito della legge».

«Nel Mezzogiorno dobbiamo passare dall’assistenzialismo all’assistenza», ha dichiarato l’assessore provinciale Attilio Tucci, secondo il quale «il mondo dei disabili non ha bisogno di inutile pietismo da parte delle autorità pubbliche», bensì di azioni concrete messe in atto prima dello stato di emergenza.

La soluzione, secondo il vicepresidente del consiglio comunale Bruno Ferraro, deve essere sia locale che nazionale. A livello locale occorre monitorare tutti gli enti pubblici affinché adempiano all’obbligo dell’assunzione; a livello nazionale, invece, sarebbe opportuno favorire il prepensionamento dei genitori di figli disabili.

h1

Operation Smile: donare il sorriso ai bambini che non possono sorridere

gennaio 13, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

Donare il sorriso a chi non può sorridere. È questo l’obiettivo della fondazione Operation Smile Onlus, che riunisce medici volontari di tutto il mondo che condividono il sogno di offrire ai bambini nati con gravi malformazioni al volto, congenite o dovute ad ustioni e traumi, interventi chirurgici ricostruttivi.

Non si tratta soltanto di una questione estetica, infatti, come ha raccontato il giornalista Enzo Tromba nel corso della conferenza stampa tenutasi ieri mattina nel Palazzo della Provincia, spesso i bambini che presentano queste patologie, soprattutto nei paesi del Terzo Mondo, vengono nascosti dalla famiglia per un senso di vergogna ed emarginati dalla comunità perché considerati maledetti.

È questa la storia di Ngan, una bambina del sud del Vietnam nata con un grande buco nel labbro e nel palato. Una storia fatta di dolore ma anche di riscatto, perché oggi Ngan può sorridere grazie ai medici di Operation Smile, che dal 1982, anno della sua fondazione da parte del chirurgo plastico americano Bill Magee e di sua moglie Kathy, ha operato gratuitamente più di 130.000 bambini e che è presente in ben 51 Paesi (in Italia dal 2000), contando su 4.000 volontari tra medici, infermieri ed operatori sanitari.

Operation Smile, il cui presidente nazionale è Santo Versace, non si limita ad operare i bambini consentendo loro una vita normale, ma svolge anche la funzione fondamentale di «formare una nuova categoria di volontari specializzati e competenti -ha sottolineato Giuseppe Giordano, presidente del consiglio provinciale- nei paesi in cui l’infanzia spesso è negata».

Infatti, come ha spiegato Domenico Scopelliti, direttore scientifico di Operation Smile, attraverso la creazione di centri di eccellenza, dove i bambini possono essere seguiti da una equipe di medici fino all’età adulta, è possibile anche fare formazione sul personale sanitario.

Ma non sono soltanto i bambini dei Paesi poveri a soffrire di queste malformazioni, come il labbro leporino e la palato schisi. «Si tratta di patologie diffuse nel bacino del mediterraneo ed anche in Italia», ha affermato Giordano. Da qui l’idea di creare tre centri di cura all’avanguardia nel nostro Paese, distribuiti in modo da garantire la loro accessibilità su tutto il territorio nazionale.

Per quanto riguarda il Mezzogiorno, il presidente del consiglio provinciale ha anticipato la candidatura della nostra città come sede del centro di eccellenza specializzato in queste patologie e destinato ad accogliere ed operare i bambini sia italiani che stranieri.

«È un progetto molto ambizioso nel quale noi crediamo -ha dichiarato il direttore scientifico della fondazione- l’associazione stessa ha una vocazione fortemente reggina, da qui siamo partiti e qui vogliamo tornare».

h1

Nasce una nuova società: tutti insieme per promuovere la montagna

gennaio 13, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

Si inserisce all’interno di quello stesso percorso, tracciato dal prefetto Francesco Musolino, che ha portato alla costituzione dell’associazione dei Comuni dell’Area dello Stretto, la creazione della Società Consortile per Azioni per lo Sviluppo Sociale ed Economico del Comprensorio Turistico di Gambarie d’Aspromonte, di cui ieri mattina si è tenuta la prima riunione dei soci fondatori nella sede della prefettura.

Diversi gli enti che costituiscono, a seguito dell’intesa istituzionale promossa dal prefetto il 3 gennaio del 2008, primo passo concreto verso la formalizzazione del consorzio, il tavolo tecnico di concertazione interistituzionale: la Provincia di Reggio Calabria, l’Ente Parco Nazionale dell’Aspromonte, la Comunità Montana Versante dello Stretto, il Comune di Reggio Calabria, il Comune di Santo Stefano d’Aspromonte e gli assessorati al Bilancio e al Turismo della Regione Calabria. Presenti alla prima seduta, durante la quale il viceprefetto Giuseppe Priolo è stato indicato come primo amministratore provvisorio della società, anche i sindaci del comprensorio e gli operatori turistici.

La matrice comune non è costituita soltanto dalla «figura collante» del prefetto, che, come ha affermato l’assessore regionale Demetrio Naccari, «con la sua autorevolezza ha saputo mettere insieme tanti enti sotto la sua sapiente regia», ma anche dalla volontà di questi ultimi di collaborare, rinunciando a parte del proprio potere in favore di organismi comuni.

Dunque, testimonianza di maturità politica e, secondo il sindaco Giuseppe Scopelliti, «dimostrazione che, quando c’è una concertazione ampia, si raggiungono gli obiettivi».

Questo nuovo consorzio, che, come ha spiegato il notaio Zagami, «è una società per azioni, consortile e con capitale per ora interamente pubblico, gestita con criteri di economicità», risponde alla «strategia -ha dichiarato Scopelliti- che si propone di provvedere, dopo la promozione della costa, alla crescita della parte montana della città».

Infatti, obiettivo dalla società consortile è quello di favorire lo sviluppo socio-economico del comprensorio turistico di Gambarie d’Aspromonte, garantendo inoltre l’efficace ed efficiente gestione degli impianti di risalita e delle strutture annesse di proprietà pubblica.

Ha espresso la sua emozione per il risultato raggiunto, che indica «il venir meno delle barriere che hanno impedito lo sviluppo», il sindaco di Santo Stefano Michele Zoccali.

La nuova società si propone di accorciare le distanze tra l’esterno e l’interno, tuttavia, come ha sottolineato il presidente della Provincia Giuseppe Morabito, «il consorzio non è sufficiente». Tocca adesso alle istituzioni impegnarsi al fine di rendere più veloce ed agibile la percorrenza, secondo Morabito, «condizione essenziale per lo sviluppo dell’aera e per la promozione del turismo».

«Mi dispiace lasciare questa creatura che nasce -ha dichiarato in conclusione Musolino, che tra pochi giorni terminerà il suo mandato- tuttavia, se saprete mantenere viva questa sinergia, la strada tracciata potrà portarci davvero lontano».

h1

“Il ponte delle bugie”: verso la manifestazione di festa del 19 dicembre

dicembre 17, 2009

di Noemi Azzurra Barbuto

Per sancire la collaborazione e l’adesione alla causa da parte della Provincia di Reggio Calabria e della Regione Calabria nonché il clima pacifico e di festa che caratterizzerà la manifestazione nazionale che si svolgerà il 19 dicembre a Villa San Giovanni, ieri mattina i membri del movimento No Ponte, coordinati da Maurizio Marzolla, si sono riuniti nella sala biblioteca del Palazzo della Provincia.

Un’occasione anche per esaminare in modo dettagliato l’impatto finanziario del ponte attraverso l’analisi, dal titolo “Il ponte delle bugie”, elaborata da Guido Signorino, docente dell’Università di Messina, che si è dedicato allo studio dell’opera dal punto di vista economico, sposando «una posizione assolutamente contraria indipendentemente da una considerazione di tipo ambientale».

«Bugie», con questa parola Signorino ha indicato «le inesattezze sulla quali si regge il ponte»: tempi di costruzione previsti, posti di lavoro garantiti, data di inizio dei lavori. Prima bugia tra tutte quella che riguarda il rischio idrogeologico dell’area su cui dovrebbero poggiare i pilastri, che, secondo il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, non sussisterebbe. L’economista ha mostrato invece che i siti scelti sono discariche localizzate in aree urbanizzate, situate in vallate con funzioni di impluvio che presentano gravi rischi idrogeologici.

Un altro dei miti da sfatare circa la faraonica infrastruttura consiste nell’affermazione che sia finanziata in modo privato.

Secondo Signorino, il progetto del ponte, basato su ipotesi di crescita irrealistiche per l’economia del Mezzogiorno, è caratterizzato da benefici sovrastimati e costi sottostimati.

In quest’ottica, la struttura più che un ponte sullo stretto sembra un buco nell’acqua, destinato a trasformarsi in una delle tante opere grandiose eppure inutili iniziate e mai finite nella nostra regione.

Ne sono convinti Santo Giuffrè, assessore provinciale, e Omar Minniti, consigliere provinciale, che hanno ribadito l’esigenza di puntare su altri tipi di interventi al fine di favorire lo sviluppo, quali bonifica e salvaguardia dei territori, potenziamento della rete ferroviaria, costruzione di strade trasversali, che costituiscono, come ha sottolineato Giuffrè, «fattori strategici di sviluppo del territorio per fare uscire dall’isolamento numerosi comuni ricchi di potenzialità».

“Un solo no e tanti sì”. È questo lo slogan della manifestazione del 19 dicembre, che Minniti ha definito «corale e di popolo». Sì soprattutto ad «un’idea di sviluppo – ha specificato il consigliere – alternativa ad un modello imposto dall’alto e che non tiene conto delle specificità del territorio».

«Una folta schiera di celebri artisti ha già aderito alla manifestazione – ha affermato Gianmarco Cantafio, del movimento No Ponte – un modo per portare avanti le nostre rimostranze in modo più toccante e più penetrante».

 

h1

Il progetto SITI e il geodatabase della provincia di Reggio Calabria

dicembre 17, 2009

di Noemi Azzurra Barbuto

Non sarà utile soltanto alle forze dell’ordine, agli enti territoriali della pubblica amministrazione, alla Prefettura, che ha promosso l’iniziativa, ma anche a tutti i cittadini, che ne avranno libero accesso, la banca dati geografica, realizzata attraverso il progetto Sistema Informativo Territoriale Integrato (SITI), presentato ieri mattina nella sala conferenze del Palazzo della Provincia.

Questo immenso serbatoio di dati, costruito con tecnologia GIS (strumento che governa un Sistema Informativo Territoriale) da Patrizia Adorno e da Simone Lanucara, esperto in sistemi informativi territoriali, conterrà informazioni dettagliate riguardanti, nell’ambito della provincia di Reggio Calabria, ambiente, trasporti, protezione civile, viabilità, sicurezza.

L’obiettivo, come ha spiegato il prefetto di Reggio Calabria Francesco Musolino, è «il potenziamento dell’efficacia e dell’efficienza degli uffici della Prefettura sia quanto a tempi di risposta in fasi emergenziali sia nei compiti di monitoraggio del territorio».

«Articolata ed aperta», così Musolino ha descritto la banca dati, che, sebbene sia fornita di diversi livelli di utilizzo, alcuni dei quali contenenti informazioni più specifiche e per questo riservate in via esclusiva alla forze dell’ordine, non ha un carattere di segretezza.

Infatti, si tratta di informazioni già disponibili nella Pubblica Amministrazione, fornite dai Ministeri dell’Interno, dell’Ambiente, dell’Istruzione, delle Finanze, della Difesa, dalla Regione Calabria, dalla Provincia di Reggio Calabria, dall’Istat, dalla Camera di Commercio e da altri uffici.

La novità, per niente scontata, è la loro organizzazione all’interno di un sistema che semplifica le procedure e velocizza i tempi di accesso alle informazioni che sono oggetto, di volta in volta, della ricerca dell’utente interessato, offrendogli, come lo ha definito il prefetto, «il dato raffinato».

La creazione di un unico geodatabase, che costituisce lo stato delle conoscenza attuali sul territorio della provincia di Reggio Calabria, rappresenta per il vice sindaco, Giuseppe Raffa, «un passo importante di coordinamento», realizzato in un momento in cui da parte di tutte le istituzioni della provincia emerge la sentita esigenza di agire insieme per ottenere migliori risultati.

Il presidente della Camera di Commercio di Reggio Calabria, Lucio Dattola, ha espresso il suo entusiasmo nei confronti di «un’iniziativa originale che sviluppa le possibilità del web, che ha semplificato il lavoro delle aziende».

h1

Verso la creazione dell’Associazione dei Comuni dell’Area dello Stretto

dicembre 16, 2009

di Noemi Azzurra Barbuto

«Insieme siamo ancora più forti». È sulla base di tale diffusa consapevolezza che lunedì 14 dicembre nella sede della Prefettura i rappresentanti di diversi Comuni della provincia reggina ed il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti, hanno sottoscritto il protocollo d’intesa per l’approvazione e la sottoscrizione dello statuto dell’Associazione dei Comuni dell’Area dello Stretto.

Il protocollo, firmato alla presenza del prefetto di Reggio Calabria, Francesco Musolino, che ha sostenuto fin dal principio l’iniziativa e al quale l’accordo stesso attribuisce il ruolo di garante degli impegni assunti, nonché del vice prefetto Giuseppe Priolo, costituisce un ulteriore passo verso la costituzione di un organismo nuovo, comprendente i comuni firmatari, all’interno del quale possano essere coltivati, come ha affermato Scopelliti, «quel dialogo, quel confronto e quella collaborazione che spesso sono mancati tra i sindaci della provincia».

Infatti, attraverso questo accordo i rappresentanti dei Comuni di Bagnara Calabra, Calanna, Campo Calabro, Cardeto, Fiumara, Laganadi, Montebello Jonico, Motta San Giovanni, Reggio Calabria, San Roberto, Sant’Alessio, Santo Stefano, Scilla e Villa San Giovanni, si impegnano a proporre, entro sessanta giorni, ai rispettivi Consigli Comunali l’approvazione dello Statuto costitutivo dell’Associazione dei Comuni dell’Area dello Stretto, già presentato e discusso il 9 aprile scorso.

«Un momento importante di sinergia, che viene dal basso e che testimonia la capacità della provincia di interfacciarsi all’interno di se stessa», con queste parole il prefetto ha parlato dell’iniziativa, sollecitata dal sindaco di San Roberto, Giuseppe Vizzari, di formalizzare un’alleanza tra i Comuni.

L’idea nasce, come ha spiegato Priolo, «dalla necessità di aggregarsi al fine di realizzare strategie unitarie per lo sviluppo integrato, per la gestione associata dei fondi comunitari e di alcuni servizi come la polizia municipale». L’Associazione dei Comuni dell’Area dello Stretto, inoltre, «sarà libera di proporre – ha puntualizzato Musolino – alla Prefettura e alla Provincia i temi che riterrà più opportuno sviluppare»

«Prove tecniche di città metropolitana», così Scopelliti ha definito il risultato conseguito lunedì, «frutto di una grande collaborazione tra i sindaci dell’area dello stretto in funzione dell’obiettivo comune della città metropolitana che non potrà riguardare solo Reggio Calabria».

Scopelliti ha sottolineato l’esigenza, per un territorio che punta sul turismo come risorsa, di valorizzare anche le zone interne e montane, proprio perché «il turismo non è solo quello estivo». In quest’ottica l’accordo con i sindaci dei comuni più distanti dalla costa può rappresentare un modo per promuovere il territorio nella sua interezza.

Convinzione condivisa anche dal sindaco di San Roberto, secondo il quale, «la città metropolitana si estende oltre i confini della città, includendo la montagna, che svolge un ruolo fondamentale per lo sviluppo».

h1

Il ruolo del Garante dei diritti dei detenuti: un ponte di speranza tra il sistema penitenziario e la società civile

novembre 8, 2009

di Noemi Azzurra Barbuto

chiaviNon tutti ancora sanno che, per fornire una garanzia ulteriore alla tutela dei diritti dei detenuti, da circa due anni è stata istituita a livello territoriale una figura nuova, ossia quella del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale.

Il Comune di Reggio Calabria ha avuto l’intuizione, “segno di grande cultura giuridica e di profonda sensibilità sociale”, secondo l’avv. Agostino M. Siviglia, consulente giuridico dell’Ufficio del Garante di Reggio Calabria, con deliberazione del Consiglio Comunale n.46 del 1 agosto del 2006, di creare questa istituzione e ha nominato in qualità di Garante il dott. Giuseppe Tuccio, che, per la sua lunga e ricca esperienza giuridica, possiede la capacità di comprendere le numerose sfaccettature dell’animo umano, qualità indispensabile per lo svolgimento di questo ruolo.

Il Garante vuole essere un tramite tra le istituzioni totalizzanti penitenziarie e la società civile per vincere il pregiudizio e per dare ai detenuti la speranza, ossia “l’opportunità di costruirsi una vita nuova”. Al Garante, che può entrare in carcere senza alcuna autorizzazione, possono rivolgersi sia i detenuti sia coloro che ritengono che ci sia stata una violazione dei diritti dei detenuti, compresi i familiari.

L’Uffucio del Garante opera all’interno del sistema penitenziario, dove ha un proprio ufficio permanente. Il suo compito è quello di garantire che l’esecuzione penale assicuri l’accesso ai diritti costituzionali. Tuttavia, il suo ruolo non si esaurisce una volta riacquistata la libertà, anche perché forse è proprio uscendo dal carcere che il detenuto necessita di maggiore sostegno, affinché il suo reinserimento sociale possa avvenire effettivamente e senza traumi. Al fine di garantire questo tipo di assistenza, è stata creata, con il patto stipulato il 22 maggio del 2008 tra il Ministero della Giustizia, il Comune e la Provincia di Reggio Calabria, la Prefettura e l’Ufficio del Garante, l’Agenzia per l’inclusione sociale, che si occupa in modo particolare del passaggio dalla detenzione al reinserimento post-penitenziario di coloro che appartengono alle fasce deboli, come i tossicodipendenti e i ragazzi, che possono essere facilmente deviati da un ambiente, come quello carcerario, che spesso, invece di favorire l’educazione alla legalità, consolida una scelta criminale come unica opportunità di riscatto.

“Il Garante si occupa di questo: di non far perdere la speranza. Fa colloqui con chiunque chieda di essere ascoltato,carcere1 cercando un dialogo al di là dei confini del circuito penale, favorendo il rientro del detenuto nel tessuto sociale attraverso la speranza di lavorare e la giustizia riparativa, cioè l’incontro tra colui che ha commesso il reato e la vittima, al fine di fare percepire al detenuto la sua condizione non come un fardello, bensì come una risorsa per il fututo”.

L’Ufficio del Garante sta riallestendo la biblioteca all’interno del carcere di San Pietro, perché “l’emancipazione culturale può trasformarsi anche in un’emancipazione dal sistema deviante”.

Anche l’avv. Siviglia, specializzato in “Criminalità, devianza e sistema penitenziario”, parla di “situazione implosiva”, nel descrivere lo stato in cui versa il carcere di San Pietro. “La quasi totalità dell’edificio non è a norma, dunque è al di fuori della legalità, come ha sottolineato il Ministro della Giustizia, il quale ha parlato della incostituzionalità del sistema penitenziario italiano, quello reggino non fa eccezione”.

A proposito dell’ultima visita, avvenuta sabato 7 novembre, l’avvocato riferisce: “Abbiamo trovato miglioramenti nella ristrutturazione dei bagni. Ma, in generale, la casa circondariale di Reggio Calabria soffre il fatto che la struttura è molto vecchia, risalendo al 1920-’22. Questo ha ricadute negative sul trattamento penitenziario”.

Il carcere di San Pietro ha una capienza di 160 detenuti, una tollerabilità intorno ai 200 e ne ospita oltre 300. Il sovraffollamento, ci spiega Siviglia, ostacola anche la possibilità di realizzare un trattamento individualizzato, fondamentale nella rieducazione.

Ma cosa risulta indispensabile nel recupero? E’ importante trasmettere ai detenuti la coscienza di essere cittadini. Devono percepirsi come cittadini, in tal modo sentiranno anche che, scontato il loro debito, ci sarà una città pronta ad accoglierli quando sceglieranno una strada diversa, all’interno della legalità”.

thumbL’avvocato ha lodato il lavoro svolto dalla polizia penitenziaria del carcere di San Pietro, che cerca di sopperire alla mancanza di personale anche attraverso doppi turni. “Gli uomini che lavorano all’interno del carcere, la direttrice, il garante, cercano con grandi sforzi -afferma Siviglia- di sensibilizzare gli organi competenti e la società civile sulle condizioni del sistema penitenziario e sull’esigenza di strutturare un sistema più umano, perché questo avrà dei risvolti positivi anche per la società in termini di sicurezza e di prevenzione”. A questo proposito Siviglia osserva che il carcere si trova ovunque, all’interno degli Stati democratici, nel cuore della città, così è a Reggio Calabria, a Milano, a Roma, proprio perché “la città deve avere la coscienza di farsi carico di questo problema”.

Ma questo basta per comprendere le difficoltà dei detenuti, che forse non escono fuori mai dalla gabbia stretta del pregiudizio né scontano mai la condanna sociale? Siviglia appare scettico su questo punto. Scuote la testa ed afferma: “Calamandrei dice una cosa vera, ovvero che bisogna esserci stati per comprendere. Lo penso anch’io. Certe condizioni bisogna viverle per capirle fino in fondo, o almeno vederle con i propri occhi, per riuscire a coglierne parte del significato. Bisogna sentire l’aria asfittica che si respira all’interno delle carceri per comprendere davvero”. Continua Siviglia: “Lo Stato deve garantire un sistema legale, perché, se non si garantisce la legalità, si è poi poco credibili nel chiederla. E’ come se noi così offrissimo il fianco alla criminalità, suscitando una reazione di rabbia che altrimenti non ci sarebbe”.

Parla di rabbia Siviglia, quella che esplode dentro ai giovani che si sentono traditi, soli, abbandonati da una societàcarcere che pretende e che non dà, che punisce e non offre alternative, che condanna e non perdona. Esiste forse un unico modo per placarla, anzi per curare questa ferita. La medicina si chiama “fiducia”. Ne è convinto l’avvocato, secondo il quale, dare fiducia ai giovani è un modo per responsabilizzarli, con la consapevolezza che poi è il ragazzo l’unico vero protagonista. Le istituzioni hanno il dovere di offrire la possibilità di scegliere, devono mettere al centro l’uomo, portandolo a decidere da solo per il bene senza lasciarlo alla deriva”.

Secondo Siviglia, chi sbaglia rinuncia alla parte migliore di sé. “Vite sospese”, così definisce i giovani detenuti, “a volte incattiviti perché la risposta punitiva non è credibile, vite in attesa di tornare a delinquere con più rabbia e spesso con più pericolosità di prima”.

Ecco che lo Stato fallisce il suo compito: non ha sostenuto chi ne avrebbe avuto più bisogno.

Afferma Siviglia: La forza della democrazia non risiede nella sua capacità di imprigionare, ma di redimere, di restituire alla società persone nuove. Un livello alto di democrazia comporterà un livello basso di detenuti”.

Ma si può morire di carcere? L’avvocato non ha dubbi: “Si, si può morire di carcere. Il suicidio può essere il gesto estremo al quale conduce la vita all’interno di un sistema penitenziario disumano. Si muore perché non ci sono prospettive, o perché ci si sente falliti, o per il lacerante senso di colpa, o perché ci si sente inadeguati. Si muore persino perché si ha paura di uscire fuori e di non essere accettati”.

Chiediamo infine all’avvocato un consiglio da dare ai detenuti. A noi sembra essere valido per tutti: “Consiglio,speranza soprattutto ai giovani detenuti, di puntare sulla propria fragilità, perché soltanto lì, nella propria coscienza di sé, si trova la forza di non avere più paura”.

Ecco cosa serve dunque: il coraggio di non avere paura. Spesso ciò che consideriamo un handicap può rappresentare il nostro punto di forza. I nostri errori, i nostri difetti, le nostre debolezze, ciò che rifiutiamo di noi stessi, costituiscono degli aspetti da valorizzare, da mostrare agli altri, delle occasioni di miglioramento di noi stessi e della nostra vita.

Anche l’esperienza negativa della detenzione può essere un’opportunità quando porta il detenuto a prendere coscienza del reato e a scegliere un cammino diverso dalla devianza. Ma, affinché ciò si realizzi, risultano indispensabili il ruolo dello Stato e quello della società civile, in particolare, quest’ultima deve diventare, così come afferma Siviglia, “la famiglia del ragazzo che delinque, una famiglia capace di accoglierlo, per non privarci della nostra parte migliore”.