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Giuseppe Sorgonà. Si muore anche così a Reggio Calabria

gennaio 8, 2011

di Noemi Azzurra Barbuto

8 Gennaio 2011, uno dei primi giorni di quest’anno che già non si annuncia diverso dagli altri qui, a Reggio Calabria. C’è il sole oggi. Brilla. Il cielo è azzurro, senza macchie. Il sangue non schizza mai fino a lì. Cade a terra. Fa quasi caldo, oggi.

L’avete mai provata voi quella sensazione di leggerezza uscendo di casa la mattina di un giorno di sole in pieno inverno? In più oggi è sabato. Stasera questa città promette tanti divertimenti. E’ vivace Reggio Calabria. Forse non dorme mai. C’è sempre qualcuno che osserva, che sorveglia, che resta nell’ombra, in silenzio, come se sapesse tutto.  E chi sa tutto comanda, decide. Decide anche chi muore, chi vive, chi paga, chi crescerà senza un padre, chi resterà vedova, chi piangerà suo figlio.

E anche stasera il corso Garibaldi sarà gremito di gente che non va da nessuna parte, mentre va avanti e poi indietro dentro questa bolla, illudendosi che il mondo sia tutto qui, tra un bar e una stazione. Qui l’aria a volte è soffocante ed il cielo è troppo lontano. No, il sangue schizza ma non arriva fino a lì. E neanche le lacrime.

Qui si muore. Si cade vittime di una guerra che non è mai iniziata e non è mai finita. Il nemico si mescola, fa parte di noi, è tra noi. E’ una guerra strana questa. Muori, e non sai perché.

Vivono così i reggini. Tranquilli. Con il cuore colmo di paura. Anche oggi. Soprattutto oggi che un ragazzo di 25 anni non potrà uscire di casa con il cuore leggero, non potrà godere di questo sole, perché qualcuno, che non è Dio, ha deciso che doveva morire.

Sì, è ineluttabile la morte. Lo sappiamo tutti. Eppure non si può accettare. Arriva così, su una moto, protetta da un casco. Arriva in centro città. E ti spara.

E se ne frega se c’è gente, se ne frega che è in pieno centro, che c’è un bambino accanto a te, se ne fraga di tutto. E’ spavalda la morte. E più hai paura più lei è spavalda. Ti spara in faccia. Sputa in faccia a tutti, e poi ride. Ammazza e dice: “Qui comando io. Io sono più forte di Dio, dovete saperlo tutti”.

Si muore anche così a Reggio Calabria, come se in questo angolo di Terra non vigesse la giurisdizione di Dio. Zona franca. Si muore per strada. E la rabbia fa bollire il sangue mentre ti chiedi: “Perché oggi c’è il sole se Giuseppe è stato ucciso?”. Il sole non dovrebbe sorgere su questa ingiustizia. E come può un uomo togliere la vita ad un altro uomo e poi dormire, e poi svegliarsi in un giorno di sole in pieno inverno?

E perché Dio lo permette?

Oggi si aprono vecchie ferite e nuove ferite. E fanno troppo male.

Nessuno sente, nessuno vede. Nessuno sa. Il sole splende, illumina giusti ed ingiusti, buoni e cattivi. La vita scorre come sempre, mentre il silenzio si fa più profondo, si allarga e ci inghiottisce tutti. Troppo difficile uscire da questa gabbia, ci si ritrova sempre qui. Pochi ce la fanno. Intanto questo silenzio urla, e piange, perché nessun uomo può morire così.

Si dicono tante cose su questa città. Si dice che Reggio Calabria non è più come una volta. Oggi ci sono tanti locali per i giovani, un bel lungomare curato, i ragazzi non si accoltellano più il sabato sera in discoteca solo per sfogare la noia, è tutto più sicuro, più pulito, più moderno, più evoluto.

Oggi Reggio è città metropolitana, posta al centro del mediterraneo, crocevia di popoli e di culture. Ma, finché la gente avrà paura, finché un uomo potrà morire per strada per mano di un altro uomo, sebbene il sole continuerà a splendere e a riscaldarla, Reggio Calabria non avrà futuro.