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Noi figli della crisi più nera della storia

novembre 22, 2011

di Noemi Azzurra Barbuto

Da piccoli giocavamo con il crystal ball, collezionavamo le figurine di “L’amore è”, guardavamo in tv Bim Bum Bam, Sailor Moon e Lady Oscar, indossavamo le timberland, e sognavamo il nostro brillante futuro.

Poi siamo cresciuti e abbiamo capito che niente è facile, che tutto richiede impegno e sacrificio. Abbiamo studiato duramente, per costruirci un futuro migliore, contando sul fatto che bastasse questo perché certi problemi non ci toccassero.

Già a scuola ci parlavano di disoccupazione. Ne avevamo sentito parlare insieme alla “Questione meridionale”. Le maestre ed i professori ci dicevano che i giovani andavano via da qui, dal sud, perché qui non c’era lavoro. E noi pensavamo che per noi sarebbe stato tutto diverso. Sì, il problema si sarebbe risolto, si sarebbe estinto con gli anni, e quando adulti ci saremmo inseriti nel contesto lavorativo, sarebbe stato facile, ci sarebbe stato lavoro in abbondanza, non avremmo dovuto scappare via, maledicendo la nostra terra traditrice.

E poi siamo cresciuti. Noi, generazione sfortunata, svantaggiata, osteggiata perché non lavora, noi, con tanta voglia di farlo, con tanta frustazione, con tanta rabbia, noi, indignatos, chiamati “bamboccioni” da chi un lavoro ce l’ha e anche buono. Ci considerano passivi, inermi, privi di fantasia, incapaci di costruirsi una carriera, di inventarsi un lavoro, di fronteggiare la crisi. Ci considerano persino privi di voglia di lavorare.

Ci dicono: “Il lavoro c’è, se uno lo vuole”. E dove? Diteci dove. Così noi andremo a prenderlo, noi a cui non basta più emigrare per un salario, noi figli del precariato, del lavoro nero, dell’instabilità, dell’ “oggi, per fortuna, lavoro; domani non so”. Noi figli della crisi nera, che più nera non si può.

Noi vorremmo andare via dalla casa di mamma e papà, alcuni di noi non ci stanno più bene, altri non ci sono mai stati bene ed ancora, purtroppo, non possono lasciarla, con tutti i problemi che ne conseguono. Noi vorremmo sposarci. Vorremmo costruirci una famiglia. Noi vorremmo vivere da soli. Noi vorremmo arrivare distrutti a fine giornata per il duro lavoro. Noi vorremmo fare la spesa. Noi vorremmo comprarci il pane. Noi vorremmo finalmente diventare adulti, ma stiamo soltanto diventando vecchi. Delusi, disillusi, stanchi.

Noi lottiamo per andare via dalla casa di mamma e papà, alcuni di noi non ci stanno più bene, altri non ci sono stati bene mai, e lottano ancora più forte. Noi lottiamo per sposarci. Noi lottiamo per costruirci una famiglia. Noi lottiamo per poter vivere da soli. Noi lottiamo per arrivare distutti a fine giornata per il duro lavoro. Noi lottiamo per poter fare la spesa. Noi lottiamo per comprarci il pane. Noi lottiamo per diventare finalmente adulti. Noi lottiamo per un posto di lavoro. Ma sembra tutto inutile.

E cosa sarà di noi domani? Ora non guardiamo più al futuro con la certezza che tutto si risolverà, perché tutto è peggiorato, e noi abbiamo imparato la lezione: “Mai illudersi, mai sperare, mai sognare in questo mondo che ha troppo bisogno di fantasia”.

E anche se dalla crisi usciremo, quali prospettive si apriranno per noi che siamo diventati vecchi giovani senza esperienza, senza curriculum, ma con tanto studio sulle spalle? Ci saranno altri giovani che vorranno diventare adulti. Giovani più fortunati di noi.

Non vediamo futuro. Non vediamo spazio per noi nel mondo.

Abbiamo perso tutto. Abbiamo perso la speranza.

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Quanto contano le parole in amore?

ottobre 6, 2011

di Noemi Azzurra Barbuto

“Le parole volano”, dicevano i latini, sottolineandone la fugacità e la leggerezza. Tuttavia, a volte le parole restano e pesano tanto da non potersi alzare in volo, allora cadono come un macigno proprio lì, sul cuore di chi li ha ascoltate.

Si possono cancellare le parole più brutte, quelle che ci hanno fatto più male? Si possono dimenticare, insomma?

La mente umana archivia automaticamente tutto ciò che considera negativo, quindi ricordiamo più facilmente le esprienze piacevoli. Si tratta di un meccanismo di sopravvivenza: bisogna dimenticare il dolore per andare avanti. Eppure tutto il materiale archiviato, incluse anche le parole che ci hanno fatto più male, non viene rimosso e cancellato, bensì solo messo da parte in una zona buia.

Ed ogni tanto affiora in superficie e ci fa soffrire.

Se durante i litigi accade spesso che i partners si rivolgano offese pesanti con troppa leggerezza, ferendo reciprocamente i sentimenti e la dignità dell’altro, può succedere che la fiducia piano piano si spenga e con questa anche l’amore.

Ebbene sì, le parole possono uccidere un amore, anche quello più grande.

Quindi, se ci teniamo che una storia vada avanti e serenamente, occorre essere meno impulsivi e dosare bene le parole, perché se è vero, da un lato, che il nostro compagno può ferirci con frasi pronunciate in un impeto di rabbia; dall’altro, è indubbio che anche noi possiamo deluderlo o fargli male con le nostre.

Se, da una parte, in amore ci sono parole che bisognerebbe evitare; dall’altra, ce ne sono alcune che andrebbero ripetute spesso. Frasi come “Ti voglio bene”, “Ti amo”, “Mi manchi”, “Per me sei importante”, “Mi fido di te”, per quanto possano sembrare banali e a volte persino superflue, costituiscono invece un concime vitale per una relazione.

Certo è che non bisogna strafare. Usare queste parole in ogni momento e senza parsimonia non farebbe che svuotarle di valore.

In amore, insomma, le parole vanno calibrate come gli ingredienti di una gustosa ricetta. Ne bastano davvero poche per farla buona, ma se sono troppo poche si rischia di rendere la pietanza un po’ povera. Sono necessarie quelle giuste; in certe occasioni sono perfette quelle un po’ piccanti; gradite quelle dolci, ma se sono troppe, chissà che nausea dopo…Salutari quelle un pochino amare, seguite da un po’ di silenzio, quando ce n’è chiaro bisogno.

Tuttavia, ci sono parole “non commestibili” che non andrebbero usate mai, in nessun caso. Sono quelle frasi che vogliono colpire l’altro nelle sue fragilità, nelle sue debolezze più intime, confessate magari con fiducia. Usarle è correre un grave rischio, quello di distruggere irrimediabilmente la magia del nostro amore.

 

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Ti ha lasciata? Dimenticalo così

ottobre 6, 2011

di Noemi Azzurra Barbuto

La vostra è stata una storia importante e credevate che non sarebbe finita mai. Eppure quel giorno è arrivato, lui ti ha lasciata e all’improvviso ti è crollato il mondo addosso.

È difficile superare la fine di un amore. Ma ci siamo passate tutte quante, ricordando poi quel momento con un sorriso non appena è arrivato un nuovo ragazzo, che ci ha fatto battere il cuore ancora più forte.

La fine di un amore non è la fine del mondo. Tuttavia, bisogna equipaggiarsi bene per attraversarla.

Ecco qualche regola d’oro per farcela al meglio:

Innanzitutto, occorre prendere le distanze dal nostro ex, rinunciando almeno per ora all’ipotesi di diventare buoni amici. Sarebbe ancora troppo prematuro.

Fondamentale dedicarsi a qualche nuova attività (uno sport, un hobby di qualsiasi tipo), che ci permetta non solo di concentrarci su qualcosa, riversandoci le nostre energie fisiche e mentali, ma anche di venire a contatto con gente nuova.

È utile porsi un obiettivo e lavorare per raggiungerlo, come mettersi in forma o imparare a ballare.

Bisogna concentrarsi su se stesse, prendendosi maggiore cura di sé, coccolandosi, e magari operando anche un cambiamento di look, che ci potrebbe aiutare a rompere con il passato e la nostra vecchia immagine per aprire un nuovo capitolo della nostra vita.

Non si può superare al meglio la fine di un amore senza le proprie amiche. Quindi, ricordiamoci sempre di non metterle mai da parte per un ragazzo, perché sono loro quelle che ci saranno sempre. Usciamo con loro, andiamo alle feste, ridiamo, usciamo a fare una passeggiata, qualsiasi cosa pur di non stare chiuse in casa a piangere da sole.

Forse è ancora troppo presto per iniziare una nuova storia, meglio godersi il più possibile questo tempo da single. Tuttavia, farsi corteggiare da altri ragazzi non ha mai fatto male a nessuna. Le attenzioni di un altro ragazzo, infatti, possono aiutarci a recuperare fiducia e sicurezza in noi stesse.

Confidarsi con gli amici aiuta tanto, ma non parliamo sempre e soltanto di lui. Questo non solo ci fa male, ma rischia di annoiare anche chi ci ascolta, facendoci risultare pesante e fastidiosi. Pensiamo a divertirci.

Non controlliamo in continuazione il cellulare per vedere se lui ci ha chiamate e, soprattutto, non chiamiamolo noi. Cancelliamo il suo numero e, se lo conosciamo a memoria, cerchiamo di non cadere mai nella tentazione di telefonargli per sfogarci con lui o per fargli sapere quanto ci manca.

Forse adesso non ci credi. Soffri così tanto che ti sembra impossibile guarire da questa ferita. Ma con il passare dei giorni, potrai accorgerti che la vita da single è semplicemente fantastica e che non ti serve un ragazzo per essere felice.

E allora sarai pronta per un nuovo amore…un amore più bello.

 

 

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Per essere vincenti nella vita, basta conoscere se stessi

ottobre 6, 2011

di Noemi Azzurra Barbuto

Lo abbiamo sentito dire mille volte, prima di accorgercene noi stesse dolorosamente: “Questo mondo è una giungla”. Viverci non è una passeggiata e, se non si è abbastanza svegli, si rischia di restare feriti troppe volte sul campo di battaglia.

Una valida guida alla sopravivvenza potrebbe essere il piccolo trattato militare del generale cinese Sun Tzu, “L’arte della guerra”, che, sebbene risalga al VI secolo a.C., contiene dei consigli molto attuali ed applicabili in qualsiasi ambito della vita.

In fondo, se ci pensate, le nostre esistenze sono costellate di vittorie e di sconfitte, battaglie difficili e situazioni che hanno richiesto da parte nostra tanta forza e tanta pazienza. Abbiamo incontrato pochi amici e troppi nemici e piano piano abbiamo imparato a difenderci, ma ciò che spesso ci è mancato è stato un vero e proprio stratagemma.

Sun Tzu può aiutarci ad elaborarlo, ma non dobbiamo mai dimenticare che, come insegna il saggio generale, “Non esiste una tattica infallibile”. Questo vuol dire che dobbiamo essere sempre pronte a cambiare stategia in base alla situazione.

Secondo Sun Tzu, fondamentale nella vita è avere un piano, ossia un progetto in grado di farci raggiungere la meta prefissata, il nostro sogno, rendendoci vincenti nella vita.

Ma qual è l’elemento che più degli altri determina la vittoria? Ciò che serve è l’abilità, che consiste soprattutto nella conoscenza di noi stessi e nella capacità di osservare gli altri.

Per vincere, dunque, occorre conoscere se stessi, ovvero i propri punti deboli, per poterli migliorare; le proprie qualità, per poterle coltivare; le proprie potenzialità, per trasformarle in talenti; i propri conflitti interiori, per affrontarli con successo e fare in modo che non costituiscano un ostacolo al proprio sviluppo e alla propria felicità.

Affinché un obiettivo possa essere raggiunto, è necessario che sia alla nostra portata. Se ci piace cucinare e sogniamo di diventare degli chef di succusso, perché imporci di studiare come avvocato. Si può brillare solo facendo ciò che ci piace davvero. Ma per farlo, è indispensabile, innanzitutto, capire cosa ci piace, quindi conoscere noi stessi.

Ricordiamoci sempre che, in fondo, i primi nemici da affrontare sono le nostre paure, la nostra impulsività, le nostre insicurezze, che ci portano spesso ad abbandonare i nostri sogni, quelle debolezze che ci rendono a volte troppo vulnerabili davanti agli altri e per questo facili bersagli della cattiveria altrui.

Ma l’insegnamento più grande che il generale cinese ci ha lasciato è certamente questo: è possibile trasfromare le proprie debolezze in vantaggi. Ed è questa, in fondo, l’arte suprema dello stratega.

Dobbiamo imparare a valorizzare noi stessi, incluse quelle parti di noi che non riusciamo ad accettare, perché persino quelli che noi consideriamo difetti possono trasformarsi nei nostri punti di forza, armi segrete capaci di renderci i più validi condottieri delle nostre stesse esistenze.

 

 

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Tutti a Messina per fare benzina

luglio 29, 2011

di Noemi Azzurra Barbuto

Che il porto di Reggio Calabria fosse inadeguato e mortificasse la vocazione marittima e turistica della città ce ne eravamo accorti già tutti, e con grande sofferenza, ma che tra i vari disservizi mancasse anche una colonnina della benzina in funzione è novità di quest’anno.

Infatti, chiunque abbia esigenza di fare rifornimento al proprio mezzo nautico (barca, gommone, moto d’acqua), che sia indigeno o soltanto di passaggio, deve recarsi al distributore più vicino, ossia quello di Messina.

Sicuramente è un grande business per il fortunato benzinaio siciliano che ha visto in poco tempo incrementare i suoi affari a causa di una domanda cresciuta così tanto da arrivare alle stelle.

È molto facile, infatti, incontrare lunghe file di gommoni e di altri mezzi in sosta davanti al distributore messinese. I reggini si incontrano lì, prima di dirigersi chi a Panarea, chi a Vulcano, chi a Lipari, chi a Portorosa, chi a Taormina, chi a Scilla. Qualcuno chiede se si sappia perché il distibutore del porto di Reggio non sia attivo, qualcun’altro fa le sue ipotesi, qualcuno poi si lamenta, ma senza troppo rumore. In fondo, chi se ne frega? C’è il sole, il mare è una tavola, e non vale la pena di angustiarsi per tutto ciò che a Reggio non và. I reggini ormai si sono abituati a questo genere di cose. Accendono i motori e si dirigono a Messina, sperando che la benzina sia sufficiente almeno fino al benzinaio del molo che sta sulla riva opposta dello stretto.

Chissà cosa pensano i turisti in transito?! Si domanderanno anche loro perché il distributore non sia funzione, si chiederanno se ci sia vita oltre i cancelli di quel porto desolato ed angusto o se la città sia abbandonata. Forse penseranno che Reggio Calabria sia splendida, ma che in qualche modo li respinga, non li voglia accogliere, non abbia spazio per loro. E, uscendo dal porto, probabilmente diranno: “Ricordiamoci per la prossima volta che a Reggio Calabria non possiamo neanche fare benzina”.

Tutto questo è ciò che chiamiamo “promozione del turismo”?

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Fino a che punto è lecito perdonare il proprio partner?

luglio 25, 2011

di Noemi Azzurra Barbuto

Non esistono ragazzi perfetti né relazioni perfette, e noi, quando pretendiamo la perfezione da noi stesse o dagli altri, commettiamo un grave errore, condannandoci all’infelicità e alla delusione continua.

Fa parte della crescita comprendere che ognuno và accettato per ciò che è e che neanche noi dobbiamo migliorare per meritare amore.

Tuttavia, questa consapevolezza non deve spingerci a perdonare qualunque errore del nostro ragazzo. Allora, viene spontaneo chiedersi: fino a che punto è lecito perdonare il proprio partner?

Fare una distinzione tra errori gravi e meno gravi, ossia tra quelli che possono essere perdonati e quelli sui quali non bisogna proprio passarci sopra, è impossibile.

Ogni errore è grave se ci ferisce e scalfisce la fiducia che avevamo riposto in una persona. Ciò che rende un errore perdonabile, semmai, è la nostra individuale capacità di archiviare ciò che stato ed andare avanti senza più parlarne. Infatti, che perdono finto sarebbe quello di chi continua a rivangare il passato in occasione di ogni discussione?

Ma se non è possibile discernere tra errori perdonabili ed errori non perdonabili, un’altra distinzione è necessaria. Quando il nostro partener ci ferisce in qualche modo, dobbiamo sfrozarci di comprendere se il suo sia stato un errore occasionale, dovuto ad un’infinità di circostanze contingenti e che difficilmente si ripresenteranno, o se faccia parte del suo modo di essere. In questo secondo caso, l’errore di certo sarà reiterato e, stranamente, più noi saremo pronte a perdonare più lui sarà portato a sbagliare, perché penserà che le sue azioni non hanno conseguenze irreversibili.

Ecco perché è giusto perdonare la prima volta: perché, da un lato, una seconda occasione si deve concedere a chiunque; dall’altro, perché anche noi dobbiamo avere l’opportunità di comprendere se il ragazzo che amiamo merita di starci accanto e la nostra fiducia. In fondo, a noi interessa essere felici. Quindi perché stare accanto ad un ragazzo che piano piano ci rende sempre più deboli ed insicure? Non è questo lo scopo dell’amore.

Il perdono che diamo agli altri non è altro che una chance che noi concediamo a noi stesse.

Ma cosa fare se il nostro lui commette lo stesso errore? Il pericolo insisto nel perdonare una seconda volta è quello di cadere nella spirale vorticosa di una relazione instabile, fatta di continui abbandoni e di continui ritorni, nonché di abitudini sbagliate. Chi di noi non ci è passata?

Noi donne, infatti, siamo più portate a perdonare, a comprendere, ci lasciamo intenerire dalle lacrime e siamo oltranziste fino all’autodistruzione nel credere che il nostro partner con il tempo opererà un miracolo: cambierà per noi.

Ma è solo un’illusione, ragazze. Sì, per amore si può migliorare, ma non si può cambiare. Quindi, davanti ad un ragazzo che ci fa soffire, che ci racconta bugie, che ci mette sempre da parte preferendo gli amici, che ci tradisce, la scelta migliore da fare non è perdonare ancora e attendere che cambi, bensì cambiare partner ed andare avanti.

“Finché si ama si perdona”, si dice. Ma non dimentichiamoci mai che siamo noi il nostro primo vero grande amore. Per tutta la vita.

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“Ali di burro”: un inno alla Vita

luglio 25, 2011

 di Noemi Azzurra Barbuto

“Ali di burro” è la storia di una di quelle rinascite che più di una volta ci è capitato di vivere nella vita, e si può rinascere, ossia nascere ancora, solo dopo essere morti, ossia solo dopo aver toccato il fondo. Pur affontando la tematica dell’interruzione di gravidanza, il mio libro non vuole essere un’apologia dell’aborto né una sua negazione. L’aborto è sempre il male assoluto, qualcosa che andrebbe sempre evitato, non solo per le sue implicazioni etiche nei confronti del feto, ma anche per le sue devastanti conseguenze dal punto di vista psicologico che ha sulle donne che vivono questa traumatica esperienza.

Tuttavia, l’aborto è anche una realtà con la quale dobbiamo fare i conti, nonché un diritto che oggi nessuno Stato che si proclami “civile” può negare alla donna.

In “Ali di burro” descrivo l’aborto come una duplice violenza, come l’amputazione da parte della donna di una parte di se stessa, un taglio che lacera le sue carni più profonde, fino ad arrivare all’anima. Non si cancella mai più un segno simile.

Lo scopo del mio libro è proprio quello di sensibilizzare la società intera nei confronti delle donne che decidono di intraprendere il drammatico percorso dell’interruzione di gravidanza. Troppo spesso siamo portati a giudicare gli altri senza tener conto della sofferenza che sta dietro determinate scelte e senza considerare neanche il dolore che ne segue, che spesso per chi vive esperienze di questo genere è una condanna più che sufficiente.

Questo libro vuole essere un invito a parlare di più, a non trincerarsi dietro il silenzio, dietro il senso di vergogna, a tendere la mano per chidere e per dare aiuto. Ed è un appello questo che io rivolgo non solo alle donne ma a tutti coloro che soffrono per qualsiasi motivo e che sono convinti che nessuno potrebbe capirli, anche qualora decidessero di aprirsi. Io voglio dire a tutta questa gente: “Vi sbagliate. Non siete soli”.

Non voglio che “Ali di burro” sia letto come un libro sull’aborto. Esso è un inno alla Vita. Per questo, vorrei che fosse letto come un libro sulla Vita e sulla maternità, esperienza salvifica, miracolosa e totalizzante, capace di incidere nella vita delle donne che la vivono in modo indelebile, trasformandole per sempre.

La protagonista del mio libro vive la sua vita nell’assurda convinzione che non appena arriverà l’amore andranno via magicamente i suoi problemi e tutto migliorerà. Ma poi l’amore arriva e lei si accorge che i problemi restano, anzi si fanno più gravi.

Questa fragile ragazza, che non mangia o vomita per meritarsi l’amore degli alri, guarirà dai suoi mali solo quando verrà a contatto con il miracolo straordinario della Vita, ossia quando scoprirà di aspettare un bambino.

Tuttavia, abbandonata dal suo uomo, trovatasi da sola, decide di interrompere la gravidanza. Il suo ventre resterà vuoto, ma lei continuerà a trasformarsi da donna a madre. Da qui purtroppo nasce un nuovo dolore: sentirsi madre dentro ma non avere un figlio da stringere tra le proprie braccie. È questo un vero e proprio lutto, una perdita incolmabile, un vuoto che le resterà per sempre dentro.

Io non ho mai vissuto l’esperienza della maternità, tuttavia la racconto, perché sono convinta che non sia necessario essere madre per sentire vivo dentro di sé un forte istinto materno.

Inoltre, ho avuto la fortuna di crescere a contatto con donne speciali, mia madre e mia nonna, donne che hanno straordinarimante amato e che per questo sono state e saranno per sempre straordinariamente amate.

Senza dubbio, in questo mondo fragile, vacillante, precario, l’amore materno, ossia l’amore universale, è ciò che di più sicuro e potente esista.

 

 

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Il salvagente di una donna: il suo lavoro

luglio 8, 2011

di Noemi Azzurra Barbuto

Prendi una donna che lavora, che si è costruita con impegno il suo futuro, bella, corteggiata, circondata da persone che le vogliono bene. Toglile il lavoro e con questo la sua indipendenza economica, chiudila a casa a cucinare e ad allevare bambini, lasciala a lungo sola e senza nessun sostegno, mentre tu lavori, esci, ti godi la vita. Ne resterà una donna fragile, dipendente, sempre più legata al suo aguzzino, esattamente come coloro che soffrono della sindrome di Stoccolma e finiscono con l’amare il proprio rapitore perché egli è tutto ciò che hanno, la loro unica sicurezza.

È questo ciò che ancora oggi succede a tantissime donne imbattutesi in uomini maschilisti e pieni di paura di perderle e di essere abbandonati.

Un uomo può distruggerci, se è l’uomo sbagliato. Ma l’errore più grande che può fare una donna non è quello di scegliere un compagno sbagliato (è capitato a tutte almeno una volta nella vita), bensì quello di non lasciarlo per paura di ritrovarsi da sola e credendo di non farcela a ricominciare tutto.

Ecco che si finisce con il rovinarsi tutta la vita, convincendosi di vivere un vero e grande amore, giustificando il proprio uomo ed attribuendo a se stesse ogni colpa nel tentativo di assolverlo.

Meglio vedere la realtà e cercare così di salvarsi o meglio ignorarla costruendosi un mondo di illusioni e di aspettative?

Non c’è dubbio che la verità è sempre preferibile, anche quando fa male. Ma è più facile dirsi che farsi. Spesso ammettere di avere fatto un errore è insopportabile, perché significa mettere in discussione tutto, la vita intera, ed è un peso troppo grande. Si rischia di restare schiacciati e di non riuscire più ad alzarsi, ma affrontare questo macigno è spesso l’unica possibilità di salvezza.

Tante donne credono che non sia possibile. Ed eccole lì a bendarsi gli occhi davanti alle prove dell’ultimo tradimento, eccole ad aspettare il proprio uomo come un cagnolino fedele, mentre lui fa i suoi comodi e si crea un’altra vita con un’altra donna, eccole a perdonare ancora, a giustificare ancora, ad amare ancora. Ma è vero amore questo o dipendenza da qualcuno che ci ha tolto tutto? È quel tutto che spesso amiamo, quel tutto che un uomo ci ha portato via e che nessuno può restituirci. Spesso il proprio uomo rappresenta per una donna la somma di tutti i sacrifici che ha fatto, di tutto il dolore che ha vissuto insieme a lui e per lui, ecco perché non può rinunciarci, ecco perché non può riuscire a dirgli “addio” ed andare avanti, concedendosi la possibilità di essere felici: si resta attaccati al proprio dolore. Morbosamente.

Il nostro salvagente è il nostro lavoro, perché ci rende libere e forti, ci dà la possibilità di scegliere e, quindi, anche quella di essere felici. Non importa che lavoro sia. L’importante è che sia un lavoro onesto e che ci consenta di badare a noi stesse. Anche quando si ha accanto l’uomo giusto, il migliore al mondo, lavorare per una donna è di fondamentale importanza perché il rapporto è più equilibrato ed armonioso. Un uomo ha più interesse a curare e fare stare bene una donna che è libera di mandarlo a quel paese domani. Sembra triste, ma è così. La darà meno per scontata.

E ricordiamoci sempre che non è mai tardi per dare un lieto fine alla nostra storia. Ma solo noi possiamo farlo. Questa è la vita. Non è una fiaba.

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La seconda adolescenza degli uomini è più pericolosa della prima?

giugno 30, 2011

di Noemi Azzurra Barbuto

Adolescenti lo siamo stati tutti e ognuno di noi conosce bene, avendone dovuto fare i conti, i problemi connessi a tale fase dello sviluppo, quando gli ormoni esplodono e si è ancora troppo piccoli per vivere come si vorrebbe senza dover renderne conto a nessuno.

L’adolescente vive una vera e propria ribellione verso tutto ciò che, a suo avviso, lo limita e lo costringe: i genitori, i professori, il rispetto degli orari, lo studio. Nella smania di dimostrarsi ormai adulti, liberi ed unici legittimi titolari della propria esistenza, spesso i ragazzi commettono un cumulo di errori, alcuni dei quali, purtroppo, irreversibili.

Ma forse non è questa la fase della vita più difficile sia per chi la vive che per chi gli sta accanto. Infatti, alcuni uomini, giunti verso i 55/60 anni, vivono spesso una seconda adolescenza ben più pericolosa della prima.

La paura nei confronti della vecchiaia che incalza, del corpo che cambia sempre più velocemente, il rimpianto di una giovinezza spesso non pienamente vissuta, la società che sempre di più innalza a valori universali il sesso, la forma e la perfezione del corpo, il venir meno delle sicurezze un tempo legate alla veneranda età (in primis il rispetto quasi sacrale portato ai nonni), fanno precipitare l’uomo maturo in un tunnel di angoscia, alla fine del quale si scorge la salvezza, uno spiraglio azzurro che promette grandi cose.

No, non è affatto facile essere sessantenni oggi. Tutto ciò che lo scorrere invincibile del tempo ha portato via lo restituisce adesso una pillola blu, che consente a chi è troppo grande per continuare a vivere come vorrebbe di tornare giovane, almeno nelle parti basse.

Il viagra ha segnato una vera e propria rivoluzione sociale. Non sono pochi gli uomini che, proprio quando avrebbero potuto (e dovuto) rilassarsi a casa con gli amici, i figli, i nipoti, le mogli, hanno mollato tutto per andare a rincorrere altre gonnelle svolazzanti, portando lo scompiglio in famiglia.

E, se questo è vero, ne consegue che ai giovani di oggi non tocca solo fare i conti con il precariato, la disoccupazione, la mancanza di punti fermi, ma anche con gli innamoramenti (o presunti tali) dei propri padri e con la loro seconda terrificante adolescenza.

Che sfiga essere giovani oggi! Ma che sfiga anche essere vecchi oggi! Quando finalmente potremmo rilassarci, smettere di correre, finirla di sforzarci di mostrarci sempre in forma smagliante, goderci la nostra pensioncina e non svegliarci presto ogni mattina, ecco che arriva quella dannata pillola blu, di cui non possiamo proprio fare a meno per non ritrovarci indietro, per non rischiare di non consumare pienamente la vita, cancellando ogni sfizio ed ogni rimpianto.

Se, da un lato, gli adolescenti, per sentirsi adulti, fumano o fanno altre cose da grandi. Gli adulti, per sentirsi giovani, si fanno di viagra. I primi, non considerando che il fumo uccide e che ci sarà tempo per crescere; i secondi, non sapendo che il viagra dà alla testa.

 

 

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“Spada locale” o “Pistola locale”?: scempio sull’immagine di Giuseppe Sorgonà

giugno 23, 2011

di Noemi Azzurra Barbuto

Quando ci si abitua alla brutalità e alla violenza, accade che il segno che queste lasciano è sempre più superficiale, e molto facilmente si può dimenticare. Le ferite inferte su una pelle indurita dalle botte della vita quasi non sanguinano più.

No, non fa più effetto qui la morte. Quella morte che guidando una motocicletta si accosta al finestrino e ti fa fuori. Pum. E la vita finisce.

Ma la vita continua. E le vite che scorrono frenetiche cancellano il sangue sull’asfalto, i passi affrettati della gente ogni mattina consumano le strade, i marciapiedi, le macchine passano distratte, mentre vanno da qualche parte. Nessuno si accorge che lì, ai lembi di quella via trafficata, qualcuno è stato ucciso. Nessuno se ne ricorda già più. Un mazzo di fiori freschi, posati con dolore e con amore, non basta a rinverdire la memoria dei passanti che vogliono solo dimenticare ed andare avanti intenti a vivere, né la foto di un ragazzo sorridente. Tutto fa parte dell’abitudine. Niente sconvolge.

È passata troppa vita sulla morte. Per questo non stupisce più che un ragazzo sia stato crivellato su quella via, né che su quel lampione, sopra quella foto e quei fiori, ogni mattina qualcuno privo di sensibilità esibisca un grande cartellone con una rudimentale scritta: “Spada locale euro 20.00”. E, come se questo non bastasse, accanto al lampione la testa sanguinante di un pescespada che infilza un altro cartello recante la medesima indicazione.

Sembra quasi una beffa crudele e cinica.

È questo il peggiore simbolo dell’assuefazione alla violenza, cruda testimonianza della mancanza di rispetto verso chi troppo precocemente è caduto per mano e per scelta di qualcuno che non è Dio.

Altra vita scorrerà su questa morte, su quella strada, accanto a quel lampione. Tutto sarà diverso: le macchine, le stagioni, i fiori, il pesce. Il mondo continuerà ad andare a rotoli. La gente continuerà a dimenticare. Noi invecchieremo. Ciò che resterà immutabile per tutta la vita sarà il sorriso di Giuseppe Sorgonà, un ragazzo di appena 25 anni, sparato un pomeriggio di gennaio del 2011 in via De Nava a Reggio Calabria, mentre, uscito da poco dal lavoro, tornava a casa in macchina con accanto il suo bambino di un anno e mezzo.

Ed ogni volta che i suoi assassini passeranno da quella strada dovranno guardarlo quel sorriso. Il sorriso di chi hanno ucciso. La vita che scorre cancella il sangue sull’asfalto, a volte persino il ricordo, ma non potrà mai pulire le loro mani.