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Il cavallo di ritorno e le sue conseguenze: premi assicurativi alle stelle

novembre 29, 2009

di Noemi Azzurra Barbuto

È sempre nei mesi di novembre e dicembre, a ridosso delle feste natalizie, che nella nostra città aumentano i furti di automobili e motocicli, restituiti al legittimo proprietario previo pagamento di un riscatto, che varia a seconda del tipo di mezzo e del suo stato, ma che di solito oscilla tra i 500 e i 2,000 euro.

Tale pratica illegale, chiamata “cavallo di ritorno” e molto diffusa nel Mezzogiorno, produce gravi ripercussioni sia sociali che economiche, tuttavia è sottovalutata dalle vittime, dal momento che si è soliti considerare questi crimini minori rispetto a quelli connessi alle attività delle organizzazioni criminali di stampo mafioso.

«Provai un senso di rabbia misto a disperazione la prima volta che mi fu rubata la macchina – racconta un abitante reggino – qualcuno mi disse di rivolgermi agli zingari, ma io già lo sapevo. Qui lo sanno tutti cosa bisogna fare in questi casi. Pagai 1000 euro. Dopo qualche ora qualcuno mi chiamò per indicarmi il luogo in cui era stata lasciata la mia macchina. Un mese dopo mi ritrovai nella stessa situazione». Episodi del genere succedono tutti i giorni in questa città, ormai non ci si stupisce più.

«Nelle regioni del Sud siamo giunti ad una sorta di assuefazione», così Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della DDA di Reggio Calabria, definisce l’atteggiamento di indifferenza e di rassegnazione del cittadino che subisce una violazione dei suoi diritti.

Quando certi comportamenti, che travalicano i confini della legalità, smettono di scandalizzarci, quando a causa della loro frequenza ci appaiono normali e, di conseguenza, li accettiamo, vuol dire che all’interno della società c’è qualcosa di patologico che ostacola un’inversione di rotta, nonché lo sviluppo.

Infatti, non è solo un certo tipo di mentalità a produrre determinati comportamenti, ma sono anche questi ultimi che, sedimentati e tollerati da tutti, generano un modo di pensare, di essere, di fare, di reagire/non agire, che si inscrive nella società intera e diventa dominante.

Si tratta di “norme consuetudinarie” non scritte che tutti gli appartenenti alla comunità conoscono. Una di queste è quella che prevede che il cittadino non si rivolga alle forze di polizia, ma agli zingari, quando subisce il furto della sua autovettura.

Quali le conseguenze? Innanzitutto, quando anche uno solo dei cittadini accetta il compromesso e paga, i criminali acquistano forza, sulla base della consapevolezza che possono farla franca e che questo tipo di attività rende dal punto di vista economico, dunque continueranno a fare furti e a chiedere riscatti. Per questo il cittadino, credendo di fare qualcosa di utile per se stesso, produrrà in realtà un danno a tutti quanti ed anche a se stesso, ponendo le condizioni per essere derubato ancora. In secondo luogo, aumenterà il sentimento di sfiducia da parte dei cittadini nei confronti delle forze di polizia, che non sono state poste nelle condizioni di svolgere il loro lavoro. Questa sfiducia, a sua volta, nutrirà il crimine, producendo un circolo vizioso.

Dal punto di vista strettamente economico, il cittadino ne uscirà gravemente leso, pur ritenendo di avere risolto la sporca faccenda nel migliore dei modi, in quanto al costo ingente del riscatto versato si aggiungeranno quelli relativi alla riparazione dei danni materiali del mezzo causati dai criminali durante il furto. Aumenteranno poi, per tutti quanti, i premi assicurativi.

Non è un caso che nella città di Reggio Calabria il costo dell’assicurazione contro il furto e l’incendio abbia un costo superiore rispetto a quello praticato in altre città italiane.

Ecco alcuni dati: un cittadino di sesso maschile per assicurare la sua autovettura, una Lancia Ypsilon, con INA Assitalia spende a Reggio Calabria 382,97, a Como 212,07; con Milano Assicurazioni a Reggio 380,00 euro, a Como 176,00; con AVIVA a Reggio 340,50, a Como 227,00.

Quindi, i cittadini reggini spedono per assicurare i propri mezzi contro il furto e l’incendio ben il 215% in più rispetto a quelli di numerose altre città italiane.

Abbiamo parlato con coloro che gestiscono piccole attività commerciali nella zona di Ciccarello/Modena per comprendere come vivono a stretto contatto con la minoranza rom che abita nel loro quartiere e che da sempre è dedita a questo tipo di reati.

Ciò che è emerso è stato soprattutto un sentimento latente di paura. Qualcuno ha negato l’esistenza di queste attività illecite, affermando che si tratti solo di «leggende metropolitane», altri hanno parlato a bassa voce, raccontando ciò che vedono tutti giorni e l’ultimo furto di un’automobile avvenuto il giorno prima, in pieno giorno, ai danni di un malcapitato in sosta per un caffè.

La società meridionale non gradisce la mafia, ma non fa nulla di veramente incisivo per combatterla; lamenta gli alti costi delle tasse statali, ma continua a pagare anche quelle imposte dalla criminalità organizzata; nutre sfiducia nei confronti delle forze di polizia, ma non le favorisce nell’espletamento del loro dovere.

Come uscirne? Secondo Gratteri, è importante innanzitutto fornire i mezzi alle forze dell’ordine, affinché garantiscano una presenza effettiva e capillare su tutto il territorio, intervenendo tempestivamente anche in questi casi; in secondo luogo, inasprendo le pene, per disincentivare i malviventi, rendendo questi reati meno convenienti. Infine, secondo il procuratore, risulta fondamentale sensibilizzare i cittadini, per convincerli a fidarsi delle istituzioni, ponendo così le condizioni affinché non si venga derubati ancora domani.

Di vitale importanza, inoltre, risulta essere la creazione di opportunità lavorative per la minoranza rom insediata nella città di Reggio Calabria, affinché la strada del crimine non risulti essere l’unica percorribile. Si tratta di un obiettivo certamente difficile da raggiungere, non solo a causa del problema della disoccupazione, che da sempre caratterizza la zona, ma anche del forte pregiudizio nei confronti di una comunità, come quella rom, che vive da sempre chiusa e ripiegata in se stessa.

Qualsiasi attività economica è soggetta al fallimento, dunque anche quelle illecite. Se i cittadini smettono di rivolgersi agli zingari e decidono di restituire fiducia agli organi competenti, le conseguenze non potranno che essere positive su tutti i fronti: diminuzione dei furti, creazione di un clima di fiducia, fondamentale per lo sviluppo economico, abbassamento anche dei premi assicurativi.

Se è vero che sono i comportamenti dei cittadini a determinare la mentalità sociale, è anche vero che modificando i primi cambierà anche la seconda. E forse un giorno non lontano potremo anche noi scandalizzarci davanti a questa mancanza di senso: pagare chi ci ha sottratto qualcosa di nostro.

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Il galateo del dono nel Mezzogiorno

novembre 2, 2009

di Noemi Azzurra Barbuto

regali-ecologici“Timeo Danaos et dona ferentes”, ovvero “temo i Greci anche quando portano doni”, scrive Publio Virgilio Marone nell’ Eneide. Da questo si evince che egli probabilmente la conoscesse la pericolosità del dono, perché, spesso, dietro le vesti della generosità si maschera l’interesse, e il regalo, in questo caso, non costituisce che uno strumento con il quale si obbliga, facendolo, e ci si obbliga, accettandolo.

Come non ricordare il celebre cavallo di legno donato ai troiani dai greci, che, fingendo la resa, si accingono a tornare in patria dopo dieci lunghi anni di guerra intorno alle mura di Troia. I poveri ingenui, per non fare torto alla divinità, accolsero entro le mura inespugnabili delle città il cavallo, che in realtà nascondeva nel suo ventre i più valorosi tra i guerrieri greci, i quali nottetempo misero a ferro e fuoco la città.

Tutto questo grazie all’idea brillante dell’astuto Ulisse. Fu proprio lui a suggerire questo artificio.

Sì, aveva fretta di tornare a casa, nella sua amata e rocciosa Itaca, Ulisse, e ricorrere alla strategia-dono gli parve la soluzione più opportuna per portare a termine una battaglia che sembrava destinata a non spegnersi mai; lo sapeva bene anche lui, da bravo acheo, che i doni non si rifiutano mai.

E fu così che con un dono piovuto dal cielo, che irrompe sulla scena come un deus ex machina per i greci e come un deus per i troiani, un’intera e prospera città fu rasa al suolo.

Non dimentichiamo che noi reggini, essendo stata la provincia di Reggio Calabria colonia greca, abbiamo ereditato dai greci diverse abitudini, credenze, modi di essere e di fare. Uno di questi usi è il rispetto che si ha nei confronti di coloro che giungono da fuori. Sia amico oppure estraneo, l’ospite assume ancora oggi, come succedeva una volta, quasi un aspetto sacrale. E’ questa l’ospitalità che ci caratterizza.

E nel nostro DNA culturale abbiamo anche il cromosoma del dono. Da noi di doni se ne fanno tanti, forse troppi, osservazione questa che fece anche il giudice Giovanni Falcone in una celebre intervista che la giornalista Marcelle Padovani raccolse insieme alla altre e inserì nel suo libro Cose di Cosa Nostra”.

RegaloMa cos’è in effetti il dono? Sorpresa che ha una logica e una prevedibilità, pesante leggerezza, non ha che lo scopo, nelle intenzioni di colui che lo fa, di legare a sé colui che lo riceve, e che non può non accettarlo (pena l’esclusione dal contesto sociale, l’isolamento), in una sottile trama di inestricabili cortesie; uno scambio di favori che, una volta che ha preso il via, difficilmente si arresta, infinito a causa del debito che di volta in volta lo scambio stesso produce. Ed ecco creato il rapporto sociale.

Diversi studiosi hanno indagato il significato e il valore del dono. Tra questi Marcel Mauss, il quale, nel suo “Saggio sul dono”, partendo dall’analisi di alcune società arcaiche, arrivò ad individuare nel dono una forma primitiva di mercato. Per Mauss il dono è un “fenomeno sociale totale”, appunto un mezzo per stabilire relazioni tra i gruppi, una forma di scambio che implica tre obblighi: dare, ricevere, ricambiare. Egli osservò che ciò che viene donato ritorna sempre al donatore più tardi e sotto un’altra forma.

Si tratta di un “do ut des”, nulla di più. Sarebbe come dire: “Ti faccio oggi questo dono affinché tu domani possa ricambiarlo a me nel modo in cui a me sarà utile”. Ed è chiaro che tale intento uccide del tutto l’elemento caratterizzante del dono: la gratuità.

Dunque, il dono come collante sociale, come cemento di rapporti di diverso tipo; ma anche manifestazione di potere di colui che dona o che riceve, a seconda del valore del dono stesso; manifestazione persino di sottomissione da parte del donatore o del ricevente, a seconda delle situazioni; il dono come garanzia, come contratto sociale, come obbligazione più che come donazione, obbligazione a tempo indeterminato alla quale il ricevente non può sottrarsi a priori, proprio perché “un dono non si rifiuta mai”.

Ma perché da noi il dono sopravvive ancora ed è tanto diffuso? Facciamo tanti doni perché siamo generosi o perché siamo terribilmente insicuri e sentiamo ancora il bisogno di quella garanzia alla base dei nostri rapporti sociali necessaria nelle società arcaiche studiate da Mauss?

Forse il dono non è altro che la sopravvivenza di una categoria economica tipica delle società primitive in cui sono assenti il mercato e le leggi che lo regolano; o semplicemente sopravvive dove queste regole, sebbene esistano e siano applicate, non sono profondamente sentite. Potremmo ipotizzare così che il dono un giorno scomparirà, vinto dal mercato, e forse i nostri doni saranno allora scevri di interesse, non corrotti da secondi fini. Ma resta difficile crederlo.

Concludiamo con le parole di Kahlil Gibran, tratte da “Il profeta”: “Donerete ben poco se donerete i vostri beni. E’ quando fate dono di voi stessi che donate veramente. […] C’è chi dà poco del molto che possiede – e lo dona perché sia riconosciuto -, e il suo desiderio nascosto rende il dono corrotto. E vi sono quelli che hanno poco e lo danno per intero. […] E’ bene dare se ci viene chiesto, ma è meglio dare non richiesti, per averlo capito. […] Badate prima che voi stessi siate degni di essere donatori, e strumenti del donare. Perché in verità è la vita che dona alla vita, mentre voi, che vi credete donatori, non siete che testimoni. E voi che ricevete – e tutti ricevete -, non vi addossate un carico di gratitudine, se non volete un giogo su di voi e su colui che vi ha donato. Piuttosto sollevatevi con lui, e siano ali i suoi doni; perché se il vostro debito vi pesa troppo, mettete in dubbio il suo disinteresse a cui è madre la Terra generosa e padre Dio”.