Posts Tagged ‘malasanità’

h1

Infortunatosi sul lavoro, viene minacciato a mano armata: storia tragica di un uomo perbene

febbraio 5, 2011

 di Noemi Azzurra Barbuto

La sicurezza sul lavoro è un problema molto grave in Italia, dove nel 2010 si sono registrati 1080 morti sui luoghi di lavoro ed oltre 25.000 invalidi (+ 6,5% rispetto al 2009). Tale problema, nel Mezzogiorno, si unisce a quello atavico del lavoro nero, alla mancanza di considerazione della fatica altrui, male quest’ultimo molto diffuso, alla tendenza ad aggirare con disinvoltura le leggi al fine di incremetare i profitti, nonché alla disoccupazione, che spesso spinge i lavoratori ad accettare qualsiasi occupazione e qualsiasi compenso, pur di portare il pane a casa.

Inoltre, può succedere che tutto questo si intersechi con un altro atroce dramma che ci opprime, quello della malasanità, che spesso uccide o danneggia irreparabilmente (78 casi in Calabria nel 2010, 59 di questi hanno avuto come esito la morte del paziente).

È ciò che è successo a Filippo Rosace, elettricista reggino di 37 anni, che, ormai da un anno e mezzo, si trova a vivere di lavoretti occasionali, non potendo più sperare di essere assunto da un’azienda, dal momento che ha perso l’uso della mano destra.

Tuttavia, Rosace non si è arreso. Lavora, e lo fa anche bene. «Cos’altro potrei fare?», commenta dignitosamente.

Ma facciamo qualche passo indietro. Ho l’amara impressione che la storia che sto per raccontarvi non sia solo di Filippo Rosace, ma di tanti uomini che, come lui, hanno subito soprusi da parte di chi si credeva più forte ed hanno perso tutto proprio nel momento più tragico. Ma forse cio che distingue Rosace da tutti gli altri è il fatto che lui ha avuto il coraggio di denunciare i suoi oppressori. Consiste in tutto questo la grandezza di un uomo. Essa non sta nei suoi abiti firmati, né nel suo portafoglio traboccante, né nella sua casa lussuosa, né nella sua macchina costosa; bensì, nella sua umiltà, quella dignità mista di forza che lo fa andare avanti, consapevole di ciò che veramente conta nella vita, coscienza questa che lo rende felice, pur avendo poco, quasi niente. E forse è proprio questa la sua ricchezza.

È un’umiltà commovente quella che si legge sul viso di Rosace, mentre racconta un pezzettino della sua vita, piccolo ma in grado di cambiarne tutto il corso.

Rosace lavorava in nero, in qualità di elettricista-impiantista nonché di installatore di condizionatori e di impianti di riscaldamento, presso un tale, il cui nome e cognome mi limiterò ad indicare con le iniziali, A. S., fino all’agosto del 2009, quando Rosace rimane vittima di un incidente sul lavoro.

Una mattina, mentre si trova su una scala priva di sistemi di sicurezza per realizzare una traccia per l’impianto elettrico servendosi di un martello elettrico-pneumatico molto pesante, Rosace cade a terra, subendo la frattura scomposta dell’avambraccio destro e la frattura composta dell’avambraccio sinistro.

Dolorante e ferito, chiede ai suoi colleghi di allertare il 118. Ma questi, si suppone per timore nei confronti del datore di lavoro, telefonano ad A. S., il quale, a sua volta, contatta S. R., proprietario dell’immobile in cui sono in corso i lavori di ristrutturazione.

S. R. raggiunge la sua abitazione dopo circa mezz’ora dall’incidente e, caricato in macchina Rosace, invece di condurlo all’ospedale, distante poche centinaia di metri, essendo lo stabile sito in via Cardinale Portanova, si reca presso l’abitazione privata di un ortopedico, suo caro amico, P. S., che, senza una lastra, diagnostica le fratture.

Dalla casa dell’ortopedico Rosace viene condotto da S. R. agli Ospedali Riuniti, non prima che quest’ultimo si sia accertato, tramite una telefonata ad un altro suo amico impiegato all’ospedale, che non ci siano agenti di polizia alla guardiola del pronto soccorso. Avendo ricevuto il via libera, S. R. entra in ospedale e, mentre Rosace, sempre più provato, aspetta il suo turno per la radiografia, egli gli mostra un’arma di piccolo calibro, minacciandolo di riferire una notizia falsa, ossia che l’incidente è avvenuto nella barca di S. R. e non nell’abitazione dello stesso.

La ragione sta nel fatto che i lavori effettuati nella casa di S. R. erano abusivi e consistevano anche nell’elevazione di un ulteriore piano senza permesso di costruire.

“E poi io non ho paura della legge, ho amici avvocati e magistrati, e li posso pagare”, con queste parole S. R. conclude la sua intimidazione e, consegnata la radiografia, abbandona Rosace all’ospedale, il quale sarà recuperato dal padre.

Ma il dramma dell’elettricista non finisce qui, anzi deve ancora iniziare. Sarà operato dallo stesso ortopedico che lo visitò sommariamente nella sua stessa casa, P. S., su suggerimento insistente di S. R. A Rosace verranno inseriti i ferri di Sant’andrea nel braccio destro, sfilati dopo 42 giorni senza anestesia, provocando un dolore più intenso di quello patito con l’incidente stesso. Successivamente, Rosace si accorgerà di non riuscire più a muovere il pollice della mano destra. Dopo una serie di accertamenti si scoprirà che il tendine è stato tagliato per errore durante l’operazione e che è quindi irrimediabilmente compromesso.

Inoltre, le minacce saranno continue, anche durante la convalescenza, e dirette non solo alla persona di Rosace, ma anche alla moglie, disabile, ed ai genitori ormai anziani. Rosace verrà minacciato in casa sua sia da A. S. che da S. R., il quale dirà: «Se denunci, brucio vivo te, tua moglie ed i tuoi genitori».

Ci chiediamo se Rosace sia coraggioso oppure incosciente. Ascoltandolo capiamo che è solo un ragazzo con uno spiccato senso di giustizia ed una consapevolezza chiara dei suoi diritti ed ormai stanco di dovere subire in silenzio i colpi inferti alla sua dignità di uomo. Rosace ama la sua famiglia e, per tutelarla, ha scelto di denunciare una realtà nascosta eppure sotto gli occhi di tutti.

«Non mi fido degli impiegati all’Ispettorato del Lavoro, noi lavoratori siamo soli e possiamo contare solo su noi stessi e decidere se arrenderci e sopportare oppure lottare contro un nemico più forte», dichiara Rosace raccontando di come A. S. abbia un giorno corrotto due ispettori, versando loro un totale di 4.800 euro, affinché non verbalizzassero ciò che avevano visto durante un’ispezione.

Ma come è cambiata la vita di Rosace dopo quel giorno? «È tutto più difficile – spiega – nessuno mi assumerebbe, cerco di cavarmela da solo con lavori saltuari, ho imparato ad essere mancino, non voglio pesare sui miei genitori, pur essendo figlio unico».

E cosa prova? «Profonda amarezza e molta rabbia», confessa. Amarezza per la realtà che lo circonda, rabbia verso coloro che hanno minacciato i suoi genitori e sua moglie.

Stringe i pugni Rosace e con gli occhi lucidi, forse di dolore forse di sdegno, dichiara: «Io non lo conosco quel linguaggio, quello delle armi, della violenza, ma, se dovessero tornare a casa mia per metterci paura, io non potrei rispondere di me stesso».

Con tenerezza Rosace parla di sua moglie, l’unica donna che ha amato e alla quale è sempre stato fedele. Con un sorriso ci dice: «Quando a 21 anni ci fidanzammo, io le promisi che l’avrei sposata. Dovettero passare sei anni, ma poi la portai all’altare».

Poi si alza, ci saluta e torna al suo lavoro. Non si lamenta, non piange sulle sue disgrazie.

Mentre si allontana, ci accorgiamo di quanto sia ricco questo ragazzo. E in un solo istante abbiamo la misura esatta di quanto possa essere piccolo un uomo; ma, nello stesso tempo, di quanto possa essere incommensurabilmente grandioso.