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Ascoltare per comunicare con i nostri figli

novembre 2, 2009

di Noemi Azzurra Barbuto

20080529_bullismo-300x300Venerdì 6 marzo alle ore 16, presso la sala Monteleone di Palazzo Campanella, si è tenuto l’incontro su “Bullismo, che fare: la mediazione quale strumento di prevenzione e soluzione”, organizzato dall’associazione Tangram, centro di mediazione sistemica sociale e familiare, con il patrocinio morale del Consiglio Regionale.

Il bullismo è un fenomeno che sta coinvolgendo in modo preoccupante i ragazzi a causa dell’aumento della conflittualità all’interno della nostra società, la mediazione si pone non solo come un modo di comunicare in modo positivo, ma anche come uno strumento di educazione alla convivenza, quindi di prevenzione attraverso la diffusione di una cultura che risolve pacificamente i conflitti.

L’avv. Angela Curatola, presidente dell’associazione Tangram, ha introdotto e coordinato i lavori, spiegando innanzitutto il significato del termine “bullismo”, espressione che include non solo un tipo di prevaricazione fisica, esercitata da un soggetto verso un altro soggetto percepito come più debole, ma anche una violenza psicologica, che incide in modo a volte indelebile sulla persona in evoluzione, sebbene siano poco visibili all’esterno i segni che lascia.

Curatola ha posto l’accento sulla necessità di passare dalla punizione alla prevenzione. Invece, il prof. Antonino Romeo, docente di lettere presso l’ITC Piria, ha focalizzato la sua attenzione sulla scuola, che lui chiama “la grande malata, all’interno di un Paese, l’Italia, che non scoppia certo di salute”.

CyberBullyREX_468x366I mali della scuola, secondo Romeo, sarebbero tanti, tra questi il bullismo, ma raccomanda di non esagerare, di non generalizzare e di non assolutizzare, quando si parla di bullismo, perché – egli afferma – “La trasgressione tra i giovani è sempre esistita. E’ vero che oggi i fenomeni sono più diffusi, ma questo succede perché nella nostra società attuale, che è una società di massa, tutto si amplifica”.

Dunque è innegabile che il bullismo sia un male della scuola, ma si tratterebbe di “un male consequenziale, indotto”. Afferma Romeo: “Se riscontriamo episodi del genere, questo è il risultato di una politica che è stata condotta per decenni e che ha portato alla marginalizzazione della scuola. Quale rispetto possono avere i ragazzi verso i professori se il valore fondamentale oggi è il denaro? I genitori stessi oggi non accettano che i loro figli possano essere offesi da un professore, cioè da una persona considerata socialmente inferiore. Abbiamo pensato di creare democrazia, ma abbiamo creato un guaio, perché abbiamo confuso i ruoli. I ragazzi percepiscono la scuola come un modesto club in cui passano il tempo quando non hanno nulla da fare”.

E’ contro la società intera che si scaglia Romeo, una società che educa e allena all’antagonismo, e non contro i ragazzi bulli, che egli definisce “simpatiche canaglie, la parte migliore della scuola”. Infine, Romeo sottolinea la necessità di comunicare con questi giovani, di non lasciarli soli.

Se Romeo ritiene che il bullismo nasca dalla confusione dei ruoli e dalla marginalizzazione della scuola, di tutt’altro avviso è il dott. Antonio Marziale, presidente dell’Osservatorio sui diritti dei minori, secondo il quale, gli episodi di violenza che vedono come protagonisti i minori, e di cui quotidianamente veniamo a conoscenza tramite i mezzi di informazione, non sarebbero da classificare come bullismo, ma come atti di criminalità. Afferma Marziale: “Se continuiamo a parlare di bullismo, certa gente non capisce che non si tratta più del bullo di una volta, che rubava la marmellata alla nonna, ma di criminali. L’adolescenza non è una malattia che induce a stuprare la compagna. Ci vuole un codice penale minorile adeguato ai tempi. Ci vogliono poi idee di risocializzazione per i giovani. Ma non giustifichiamo ciò che fanno sulla scorta che sono adolescenti”.

Marziale attribuisce la diffusione del bullismo a una caduta generale di valori e di ideali nella nostra società e ad una sorta di abdicazione della società adulta verso i ragazzi, e sottolinea, alla fine, la necessità di regole, di esempi positivi e di responsabilizzazione da parte di tutti verso i giovani. Questi sono punti sui quali convergono, effettivamente, tutti coloro che hanno preso la parola.

La dott.ssa Roberta Giommi, mediatore e Direttore dell’Istituto di Ricerca e Formazione di Firenze, si distacca dalla visione allarmata di Marziale, quando con modi materni dice che “quando parliamo di bullismo, non parliamo di criminalità, parliamo di disagio, di ferite, e parliamo ancora di speranza. Dobbiamo chiederci che cosa abbiamo tolto ai bambini e ai ragazzi”.

SolitudineE’ di amore che parla Giommi, di sentimenti forti e deboli. Afferma: “Il lavoro importante è quello delle formiche: ognuno assume una responsabilità permanente nei confronti di ciò che sta accadendo, cercando di cambiarlo”.

Ma Giommi parla soprattutto di autostima, è forse questa la parola-chiave, è questo il dono che dobbiamo consegnare ai nostri figli, perché chi non ha autostima disprezzerà non solo se stesso ma anche l’altro.

“Quando vivi in una situazione di disagio – afferma la dott.ssa Giommi – gli altri sono poco importanti quanto tu sei poco importante. Una persona che pensa “io valgo, tu vali” è una persona che stabilisce una relazione che ha senso; mentre una persona che pensa “io non valgo, tu non vali” oppure “io non valgo, tu vali” è una persona che stabilisce delle relazioni che non hanno senso, pericolose”.

La soluzione del problema, secondo Giommi, è la comunicazione, ma non quella funzionale, quella cioè del “che hai fatto?”, che sono abituati a fare i genitori oggi, piuttosto quella emotiva, quella cioè del “cosa hai provato?”. In questo senso la soluzione è la mediazione stessa, che non è uno strumento semplice, ma che ha dei concetti fondamentali come il rispetto, l’ascolto, il conflitto come risorsa.

Alla fine prende la parola l’avv.ssa Tilde Minasi, assessore alle politiche sociali, la quale concentra la sua attenzione su un punto fondamentale: “Il giovane di oggi – afferma Minasi – è solo in apparenza più capace e più vivo rispetto al passato, perché c’è una forte frammentazione sociale, sono cambiati i modelli educativi; i giovani sono più preparati, ma hanno una vulnerabilità superiore rispetto al passato. Sono venuti meno i riferimenti sicuri, primo tra tutti quello della famiglia, i genitori sono incapaci di trasmettere dei modelli, ma anche la scuola ha le sue carenze e le sue difficoltà”.

Si tratta, dunque, di giovani abbandonati, soli, spinti troppo in fretta nel mondo degli adulti dagli adulti stessi, persi in un mondo più che altro virtuale, giovani che trovano tragicamente coesione tra loro e senso di identità in azioni che possono troppo facilmente sfociare in atti di violenza e che assomigliano, in fondo, a disperate richieste di aiuto, di attenzione e di sostegno, rivolte a una società che non è più capace di ascoltarli. Tanto più il gesto è violento tanto più questo grido è disperato, e tanto più grande è la responsabilità che pesa su ciascuno di noi.

Esiste forse un unico modo efficace di rispondere a questa richiesta di aiuto: fermarci ad ascoltare. E la mediazione insegna soprattutto l’ascolto.

Afferma Minasi: “La mediazione è il salto epocale che deve affrontare la nostra cultura pedagogica, che deve essere basata oggi sulla comunicazione”.

E ricordiamoci soprattutto di non togliere ai giovani la speranza, perché, come dice Giommi: “Se diciamo sempre ai nostri figli “Non hai futuro”, alla fine ci crederanno”.

abbraccio