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Il galateo del dono nel Mezzogiorno

novembre 2, 2009

di Noemi Azzurra Barbuto

regali-ecologici“Timeo Danaos et dona ferentes”, ovvero “temo i Greci anche quando portano doni”, scrive Publio Virgilio Marone nell’ Eneide. Da questo si evince che egli probabilmente la conoscesse la pericolosità del dono, perché, spesso, dietro le vesti della generosità si maschera l’interesse, e il regalo, in questo caso, non costituisce che uno strumento con il quale si obbliga, facendolo, e ci si obbliga, accettandolo.

Come non ricordare il celebre cavallo di legno donato ai troiani dai greci, che, fingendo la resa, si accingono a tornare in patria dopo dieci lunghi anni di guerra intorno alle mura di Troia. I poveri ingenui, per non fare torto alla divinità, accolsero entro le mura inespugnabili delle città il cavallo, che in realtà nascondeva nel suo ventre i più valorosi tra i guerrieri greci, i quali nottetempo misero a ferro e fuoco la città.

Tutto questo grazie all’idea brillante dell’astuto Ulisse. Fu proprio lui a suggerire questo artificio.

Sì, aveva fretta di tornare a casa, nella sua amata e rocciosa Itaca, Ulisse, e ricorrere alla strategia-dono gli parve la soluzione più opportuna per portare a termine una battaglia che sembrava destinata a non spegnersi mai; lo sapeva bene anche lui, da bravo acheo, che i doni non si rifiutano mai.

E fu così che con un dono piovuto dal cielo, che irrompe sulla scena come un deus ex machina per i greci e come un deus per i troiani, un’intera e prospera città fu rasa al suolo.

Non dimentichiamo che noi reggini, essendo stata la provincia di Reggio Calabria colonia greca, abbiamo ereditato dai greci diverse abitudini, credenze, modi di essere e di fare. Uno di questi usi è il rispetto che si ha nei confronti di coloro che giungono da fuori. Sia amico oppure estraneo, l’ospite assume ancora oggi, come succedeva una volta, quasi un aspetto sacrale. E’ questa l’ospitalità che ci caratterizza.

E nel nostro DNA culturale abbiamo anche il cromosoma del dono. Da noi di doni se ne fanno tanti, forse troppi, osservazione questa che fece anche il giudice Giovanni Falcone in una celebre intervista che la giornalista Marcelle Padovani raccolse insieme alla altre e inserì nel suo libro Cose di Cosa Nostra”.

RegaloMa cos’è in effetti il dono? Sorpresa che ha una logica e una prevedibilità, pesante leggerezza, non ha che lo scopo, nelle intenzioni di colui che lo fa, di legare a sé colui che lo riceve, e che non può non accettarlo (pena l’esclusione dal contesto sociale, l’isolamento), in una sottile trama di inestricabili cortesie; uno scambio di favori che, una volta che ha preso il via, difficilmente si arresta, infinito a causa del debito che di volta in volta lo scambio stesso produce. Ed ecco creato il rapporto sociale.

Diversi studiosi hanno indagato il significato e il valore del dono. Tra questi Marcel Mauss, il quale, nel suo “Saggio sul dono”, partendo dall’analisi di alcune società arcaiche, arrivò ad individuare nel dono una forma primitiva di mercato. Per Mauss il dono è un “fenomeno sociale totale”, appunto un mezzo per stabilire relazioni tra i gruppi, una forma di scambio che implica tre obblighi: dare, ricevere, ricambiare. Egli osservò che ciò che viene donato ritorna sempre al donatore più tardi e sotto un’altra forma.

Si tratta di un “do ut des”, nulla di più. Sarebbe come dire: “Ti faccio oggi questo dono affinché tu domani possa ricambiarlo a me nel modo in cui a me sarà utile”. Ed è chiaro che tale intento uccide del tutto l’elemento caratterizzante del dono: la gratuità.

Dunque, il dono come collante sociale, come cemento di rapporti di diverso tipo; ma anche manifestazione di potere di colui che dona o che riceve, a seconda del valore del dono stesso; manifestazione persino di sottomissione da parte del donatore o del ricevente, a seconda delle situazioni; il dono come garanzia, come contratto sociale, come obbligazione più che come donazione, obbligazione a tempo indeterminato alla quale il ricevente non può sottrarsi a priori, proprio perché “un dono non si rifiuta mai”.

Ma perché da noi il dono sopravvive ancora ed è tanto diffuso? Facciamo tanti doni perché siamo generosi o perché siamo terribilmente insicuri e sentiamo ancora il bisogno di quella garanzia alla base dei nostri rapporti sociali necessaria nelle società arcaiche studiate da Mauss?

Forse il dono non è altro che la sopravvivenza di una categoria economica tipica delle società primitive in cui sono assenti il mercato e le leggi che lo regolano; o semplicemente sopravvive dove queste regole, sebbene esistano e siano applicate, non sono profondamente sentite. Potremmo ipotizzare così che il dono un giorno scomparirà, vinto dal mercato, e forse i nostri doni saranno allora scevri di interesse, non corrotti da secondi fini. Ma resta difficile crederlo.

Concludiamo con le parole di Kahlil Gibran, tratte da “Il profeta”: “Donerete ben poco se donerete i vostri beni. E’ quando fate dono di voi stessi che donate veramente. […] C’è chi dà poco del molto che possiede – e lo dona perché sia riconosciuto -, e il suo desiderio nascosto rende il dono corrotto. E vi sono quelli che hanno poco e lo danno per intero. […] E’ bene dare se ci viene chiesto, ma è meglio dare non richiesti, per averlo capito. […] Badate prima che voi stessi siate degni di essere donatori, e strumenti del donare. Perché in verità è la vita che dona alla vita, mentre voi, che vi credete donatori, non siete che testimoni. E voi che ricevete – e tutti ricevete -, non vi addossate un carico di gratitudine, se non volete un giogo su di voi e su colui che vi ha donato. Piuttosto sollevatevi con lui, e siano ali i suoi doni; perché se il vostro debito vi pesa troppo, mettete in dubbio il suo disinteresse a cui è madre la Terra generosa e padre Dio”.

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Le “visioni” di Renzo Margonari nella cornice di Villa Zerbi

novembre 2, 2009

di Noemi Azzurra Barbuto

mostra_margonari_200Il 10 ottobre, alle ore 18:30, presso la Villa Genoese Zerbi, sarà inaugurata la mostra pittorica “Non esistono due draghi uguali”, del maestro Renzo Margonari, illustre ed attivo artista mantovano che si definisce “surrealista per natura”.

La mostra, che potrà essere visitata fino al 15 novembre, ha la sua origine in un amichevole sodalizio culturale tra le città di Mantova e di Reggio Calabria, stabilitosi in passato attraverso uno scambio di beni storico-artistici tra le due città. In quell’occasione, a Mantova furono trasferiti alcuni reperti archeologici della Magna Grecia custoditi presso il Museo Nazionale di Reggio Calabria, in cambio della collezione Acerbi di arte egizia.

Il filo conduttore che avvicina le due città, geograficamente distanti, è stato rintracciato dall’assessore ai Beni Culturali e Grandi Eventi, on.le Antonella Freno. E’ sua l’idea, infatti, di legare il dialogo tra Mantova e Reggio Calabria alla figura di Publio Virgilio Marone, che nacque proprio nell’area del mantovano e nella cui principale opera, “L’Eneide”, è possibile rintracciare delle relazioni poetiche con la nostra terra. Ma Virgilio è anche un artista al quale, come afferma l’on.le Nanni Rossi, del comune di Gazoldo degli Ippoliti, in provincia di Mantova, la città di Mantova ha riservato un posto secondario, avendo sofferto in passato un’eccessiva identificazione con lo stesso.

Secondo Rossi, in quest’ottica, “il patto tra Reggio Calabria e Mantova risulta essere fondamentale per quest’ultima anche perché grazie ad un assessore reggino la città di Mantova recupera un’attenzione per Virgilio che non è sempre presente”. A proposito del riconoscimento di Reggio come città metropolitana, il sindaco di Mantova afferma: “Mi congratulo con questa amministrazione per un’altra conquista, per ora simbolica. Mi riferisco al fatto che Reggio Calabria è diventata città metropolitana. E’ una potenzialità questa che dovrete sapere cogliere, è un momento di svolta, non solo un’opportunità, ma, per certi versi, è anche una rivincita per Reggio Calabria rispetto a delle mortificazioni che nel passato la vostra città aveva subito”.

Un altro motivo che lega le due città, secondo Rossi, risiede nel fatto che sia Mantova che Reggio hanno la loro vera ricchezza nel loro hinterland. Continua Rossi, a proposito di Reggio, “la vostra città ha un patrimonio artistico ed archeologico per i 4/5 ancora da scoprire, questo sarà un altro motivo di interesse da parte nostra verso la vostra città per l’avvenire. Da noi emerge poco; da voi, invece, scavando, vengono fuori dei mosaici infiniti, di una bellezza straordinaria. Questo porterà molti mantovani a visitarvi”.

image_1209036436_478A proposito delle opere del maestro Renzo Margonari, il sindaco Rossi afferma: “Margonari è pittore, scultore, intellettuale, personaggio che mette sempre in discussione la realtà attraverso una continua critica di stimolo verso una società che passa tanto tempo a guardare indietro e poco tempo a guardare avanti. Confrontarsi con il futuro è qualcosa che purtroppo non si fa”.

Ed è così che ci appare l’artista, proteso verso il futuro, nel suo desiderio di migliorasi sempre, di non considerarsi mai arrivato, nonostante i suoi importanti riconoscimenti e successi professionali. Egli afferma: “I miei quadri sono improvvisati. Ma cos’è l’improvvisazione se non la somma delle esperienze che un uomo ha accumulato nel corso degli anni? Non posso dire nulla, se non che, avendo raggiunto questi anni, non posso fare a meno di migliorare ancora”.

Una pittura, quella del maestro Margonari, che non si può classificare, che mette in crisi la critica, la quale cerca di ordinare tutto in categorie. Ma come si fa ad ordinare l’arte, quella che viene dall’anima e che forse non è altro che caos che si armonizza nei colori e nelle forme? Ecco che le categorie diventano strette, insufficienti per spiegare ciò che si vuole esprimere attraverso l’opera d’arte e ciò che essa trasmette ad ognuno di noi. Una pittura, dunque, che si rivolge al singolo, all’individuo, che lo emoziona, lo fa riflettere, lo stupisce, lo incanta.

Immagine_17Afferma Margonari: “Il non essere classificabili comporta due rischi: essere fraintesi o essere ignorati. Io non sono stato ignorato, ma sono stato frainteso, e questo mi ha gratificato profondamente, perché, se la mia opera può essere fraintesa, vuol dire che è aperta, cioè ciascuno può instaurare un rapporto personale con ognuna delle opere esposte”.

Ciò che colpisce immediatamente sono i colori, forti, accesi, schizzati dall’infinito, potenti. A questo proposito l’artista dichiara di non condividere il pensiero di coloro che hanno sostenuto che egli usi dei “colori nordici”. Dice Margonari: “Sento il colore in modo particolare. Esso non è nordico, come si dice, al contrario, io credo sia un colore mediterraneo. Ecco perché ritengo che qui i miei quadri stiano bene. Sì, io credo che qui i miei quadri stiano felicemente. In questa città la mia pittura mediterranea forse può essere facilmente compresa. La mia è una pittura senza senso, perché io reputo che l’arte sia senza senso, perché essa ha tutti i sensi, è un’esperienza totalizzante. Ciascuno si rivolge alle opere a suo modo ed ottiene la sua risposta”.

Ed anche i titoli dei quadri sembrano essere privi di senso. Eccone alcuni: “Palingenesi di un’idea semplice”, “Uovo che, disgustato dal Liberty, spara uova dappertutto”, “Drago, infuriato per l’incertezza del futuro, partorisce una X”, “Farfadrago con problemi di successione”, “D’inverno, un fiore qualsiasi prende il raffreddore”, “Drago panteista, non accetta l’alba come soluzione del problema”, “Non è semplice cogliere un fiore”.

Sono trentasette le “visioni” esposte. Si tratta di sogni, confusi e strani come tutti i sogni, comprensibili solo a patto che non ci abbiano delle barriere, dei preconcetti, delle precondizioni, perché Margonari è un surrealista, influenzato anche dal calligrafismo estremorientale, e il surrealismo, come afferma il maestro mantovano, “non riconosce gli estremi ma si muove attraverso di essi come un pesce nell’acqua. Noi siamo pesci solubili, ci possiamo muovere oltre ogni linguaggio. Io ho scelto la pittura. Sono un pittore. Io mi sento un pittore”.