Posts Tagged ‘donne’

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L’uomo sfigato: 10 modi per riconoscerlo subito

aprile 22, 2014

di Azzurra Noemi Barbuto
A chi di noi non è capitato di uscire con un uomo dal quale sarebbe stato meglio stare alla larga?! Le cattive esperienze non mancano a nessuna donna, tuttavia sono queste che poi ci aiutano a capire quando ci troviamo davanti l’uomo giusto per noi.
Il mondo è pieno di uomini da evitare, per non correre il rischio di uscirci più di una volta e perdere così del tempo prezioso, che potrebbe essere sfruttato piuttosto per leggere un libro, fare una passeggiata, uscire con le amiche, guardare un film o, semplicemente, dormire.
Ecco alcuni comportamenti che vi dicono che lui è solo un povero idiota insicuro e pieno di complessi:
1. Già dal primo incontro non fa altro che parlare di quanto successo abbia sul lavoro, di tutte le cose che ha fatto, di quanti soldi guadagna.
2. Parla male degli altri uomini, magari conoscenze o amicizie comuni.
3. Ti chiede di metterti in tiro e continua a ripetertelo.
4. Ti invita ad uscire affermando di avere interessanti proposte di lavoro da farti e di poterti essere molto utile.
5. Sottolinea il fatto di averti portata in un locale costoso che molti altri uomini non potrebbero permettersi.
6. Gli piaci palesemente, ma, invece di farti complimenti, ti critica.
7. Si arrabbia se ti rifiuti di avere con lui un comportamento “espansivo”, in particolare davanti alla gente.
8. Ti accorgi che ha un atteggiamento critico persino nei confronti delle altre donne, anche quelle appena conosciute.
9. Sentendosi offeso dai tuoi rifiuti, inizia a flirtare a tua insaputa con un’altra a due metri da te, raccontando anche a lei i suoi successi e altre bufale per fare colpo, invitandola anche a cena.
10. Quando lo scopri, ha il barbaro coraggio di dire: “Certo, tu mi avevi trattato male”.
Se conosci un uomo così, stai bene alla larga. È il classico sfigato. A lui non serve una donna. Serve una bambola gonfiabile. O, in alternativa, un bravo psichiatra.

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Tratto dal mio libro, “Ali di burro”

gennaio 31, 2012

 Alessandro è felice. Mi abbraccia davanti all’ospedale. Mi solleva, io volo con il mio bambino che galleggia dentro di me. Sorridiamo. Intanto guardo l’ospedale e penso al tempo, che scivola, che scorre come la sabbia di una clessidra, inesorabile, troppo veloce.

Penso che non so bene se gli ospedali siano buoni o cattivi; sono inferno e paradiso insieme, raccolti in un edificio tutto bianco, spoglio dentro e fuori, essenziale; un edificio con delle finestre strette, che ci guardano, che spiano me e Alessandro, dietro quei vetri tante speranze infrante, tante lacrime, tante attese, tanti sorrisi. Lì si attende di morire e si attende di vivere. Lì, dietro quelle finestre curiose, ci sono tanti lettigalleggianti sulle acque dell’oceano, tanti pavimenti che si frantumano sotto i piedi come lastre di ghiaccio, sotto le crepature si vede il nulla, ma io non mi volto più, né guardo in basso; poi tanti visi stanchi, siringhe, aghi, flebo, morfina per non sentire il dolore, per non sentire più niente, per vivere senza soffrire, o per non soffrire mentre si muore; poi tanti dolori, tanti dottori, come camici bianchi che svolazzano nei corridoi lunghi e stretti, che corrono, e, in questa confusione, in questa calma, una ragazza, che sembra una bambina, con i suoi occhi spaventati, che guardano il nulla; con i suoi lividi, le sue spalle piene di ferite, di tagli, con il suo cuore calpestato, con il suo ventre. Lì, dentro quel ventre vuoto, si è rifugiato tutto l’amore del mondo, forse perché ha saputo che lì ce ne era troppo bisogno.

Quella ragazza dietro il vetro piange, mi guarda e piange.

Soo misteriose spesso le lacrime delle donne, delle mamme. Non si vogliono fare vedere. Escono solo di notte. Vivonopoco, asciugate dalla pele assetata, dalle mani che vogliono cancellarle, ingoiate dalla bocca, per riportarle nello stomaco, ma risorgono sempre.

Come è strana la vita! O come è strana la morte! Eccomi qui, alla vigilia della mia trasformazione più profonda, della mia rinascita, eccomi qui mentre aspetto la nascita di mio figlio con Alessandro accanto a me, che mi tiene la mano.

Le braccia di Alessandro sono come un porto con le acque calme dopo tanto girovagare in mezzo alle tempeste, e le sue mani sono come un faro che dice: “Vieni, sono qui!”. Mi ci butto ancora, voglio riposarmi. Io mi sento al sicuro lì. Mi sento a casa adesso.

Quanto ho viaggiato per giungervi! Ho visto tanta gente, tante storie, tante barche battenti bandiere diverse, tutte colorate; ho visto tante fanciulle aspettare sul molo i loro marinai, guardando il mare in tempesta, supplicando il Signore che quelle onde non trascinino via, negli abissi, il loro amore.

Alcuni sono tornati, altri non si sono visti mai più.

Ma non importa più cosa è stato, ciò che conta è questo momento, in cui Alessandro mi abbraccia e mi dice che è l’uomo più felice del mondo. E io sento un sollievo. Lo sento nello stomaco, nel ventre. Ora non ho più nessuna paura.

Quando Alessandro seppe tutto, non andò via. Quel giorno mi fece ridere di più, e quando io glelo feci notare, lui mi rispose: “Perché oggi hai più bisogno di ridere”.

Andiamo via insieme, la mia mano avvolta nella sua. Mi volto per dare un ultimo sguardo a quella ragazza che sta dietro il vetro. Non piange più adesso. Lei mi guarda e sorride.

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“Ali di burro”. Poche parole sul mio libro

Maggio 17, 2011

di Noemi Azzurra Barbuto

Credo che non sia facile per un autore parlare del suo stesso libro. E questo per non poche ragioni. Forse anche per una sorta di pudore. Penso anche che il lettore meglio dello scrittore sia capace di cogliere tutti i significati di ciò che legge, quelli che spesso sfuggono anche a chi scrive.

A me è successo che, rileggendo nel corso degli anni il mio libro, “Ali di burro”, appena pubblicato, ne abbia scoperto ogni volta aspetti diversi e molteplici. Pensavo fosse un libro che riguardasse i disturbi alimentari, l’aborto, il rapporto madre-figlia. Ma non è soltanto questo. Si tratta di un libro che parla di Vita, di rinascita, di guarigione, di dolore e di gioia.

Non è necessario avere una storia identica a quella delle protagonista per rispecchiarsi nel suo vivere, nei suoi pensieri, nelle sue paure, nei suoi dubbi, nelle sue esperienze.

Dico sempre che le storie si assomigliano un po’ tutte, anche quando sono diverse. Ed in cosa sono simili? Nelle emozioni. Le emozioni umane sono sempre quelle. Lo scrittore in gamba sa descriverle, così ce le fa rivivere.

Io spero di esserene stata capace. Ma questo soltanto i miei lettori potranno dirlo. Ciò che invece posso affermare con certezza è che questo libro l’ho scritto con il cuore e con l’anima. Così io amo. Così io scrivo. Così io vivo. E non conosco un altro modo di amare, di scrivere, di vivere.

L’ho scritto per me stessa, innanzitutto. Perché ne ho sentito l’esigenza. Come se qualcosa mi fosse esploso dentro e volesse fluire da me attraverso parole precipitate all’improvviso sulla carta, di solito di prima mattina. Io ho semplicemente seguito questa scia. Mi sono lasciata vincere, senza perdere nulla. Sono felice di averlo fatto. Ero felice anche allora, mentre lo scrivevo. Ma non l’ho fatto ponendomi il fine della pubblicazione, sebbene capisca che dirlo possa sembrare ipocrita. L’ho inviato alla case editrici per curiosità, per gioco, per mettermi alla prova. E le risposte che ho ricevuto mi hanno illuminata di gioia e di fiducia. Ciò che avevo scritto con il cuore e con l’anima piaceva.

Era come se questo libro già esistesse in un’altra dimensione, simile a quella dove vivono le Idee, secondo Platone. Io mi sono limitata all’eseguire il mio amabile compito: scriverlo.

A voi, miei cari lettori, lascio il piacere di leggere e quelle emozioni che mi auguro susciti in voi. Spero che piacere sia.

Ma non l’ho scritto solo per me stessa. L’ho fatto anche per le donne, sebbene sia convinta che Ali di burro sia un libro non solo per donne, ma anche per uomini, padri, mariti, compagni, per madri, figlie, donne che hanno intrapreso e conosciuto la strada buia dell’aborto, donne che si trovano davanti a questa difficile scelta di vita e di morte. Ali di burro è anche per coloro che troppo facilemnte giudicano, puntano il dito contro gli altri, senza domandarsi il perché di certe scelte, di certi comportamenti, senza vedere il mare infinito di dolore che spesso si nasconde dietro.

Alle donne voglio dire di essere più solidali tra loro, più complici, più amiche. Voglio dire a tutte le donne di volersi bene di più, nel duplice senso di volere più bene alle altre donne e a se stesse. Voglio dire alla madri di essere più comprensive verso le loro figlie, perché hanno tanto bisogno di loro. E alle figlie voglio dire di essere meno severe con le loro madri, meno dure. Sono donne anche loro. Non possono essere perfette.

Dico a tutte le donne di essere più clementi con se stesse.

Dobbiamo imparare a perdonare. Per vivere. Per tornare a vivere.

Voglio dire ai padri che il loro ruolo è fondamentale nella crescita dei figli. Non è un compito che si può delegare. Fate tanti complimenti ai vostri figli, fate notare loro la vostra felicità per i loro successi, e state loro vicini nelle loro sconfitte, nei loro dolori. Parlate con loro. Ascoltateli.

Mie care amiche, vi sorpendereste nel sapere quante donne vivono situazioni simili alle vostre, eppure voi vi sentite tanto sole e soffrite in silenzio. Non abbiate paura di chiedere aiuto. E ricordatevi di non perdere mai…la speranza.

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Comprendere gli uomini non è poi così difficile

giugno 11, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

Capirli non sembra facile. Gli uomini spesso rappresentano per noi donne un enigma, ma a volte questo succede perché siamo noi a non volere vedere la realtà.

Eppure comprendere il proprio uomo non dovrebbe essere poi così difficile, dal momento che condividiamo con lui una vita intima sotto tutti gli aspetti. Il problema è che spesso, pur comprendendolo, mettiamo davanti noi stesse, i nostri desideri, i nostri bisogni, i nostri umori, soprattutto in quei particolari giorni del mese possiamo diventare intransigenti, anzi, diciamolo pure, insopportabili. E del resto non ci frega proprio niente!

Ma quanto sbagliamo! La complicità vera non è quella che si instaura tra le lenzuola, ma è molto più profonda. Essa è fatta anche di silenzi che racchiudono in sé tante certezze. Soprattutto una: io so chi sei. Quindi so di cosa ha bisogno, so perché adesso ti comporti così, e so anche cosa farai.

Questo è ciò che ha imparato una mia amica. E sapete chi è stato ad insegnarglielo? Proprio un uomo, il suo ragazzo.

E poi dicono che le donne siano più comprensive degli uomini. Non è sempre detto che sia così. Il punto è che le donne di oggi pensano di rinunciare a qualcosa ogni volta che assecondano il proprio uomo e non capiscono che una donna, una donna vera, sa dare al proprio uomo tutto ciò di cui lui ha bisogno senza per questo perdere qualcosa, semmai tutt’altro.

Non esiste donna più grande di quella che conosce il proprio uomo. Lo sapevano bene le nostre nonne, le quali governavano marito, casa e figli, eppure davano sempre l’impressione al proprio uomo di essere loro ad essere guidate, fragili e bisognose.

Se il femminismo, da un lato, è servito per l’affermazione di alcuni diritti inalienabili; dall’altro ha privato le donne di un bene immenso: la consapevolezza della propria femminilità. Il potere non è comandare, urlare, farsi sentire a tutti i costi. Come scrisse la magnifica Oriana Fallaci, «il vero potere ti strozza con nastri di seta, garbo, intelligenza».

E l’intelligenza spesso consiste nella capacità di stare in silenzio ed aspettare sicure ciò che sarà, sebbene molte donne si sentano svilite nella loro intelligenza ogni volta che sono costrette a chiudere la bocca, proprio non lo sopportano.

Ma se il proprio uomo un giorno è nervoso, ha problemi, la donna intelligente, che è sempre quella che lo terrà accanto a sé per sempre, a prescindere dall’aspetto fisico da fotomodella o meno, capisce che ha solo bisogno di essere calmato, o di stare in silenzio, o di parlare. Ogni uomo è diverso. E così ogni circostanza.

Tornando alla mia amica, lei è una ragazza dolce e comprensiva, eppure, quando ha qualcosa dentro, non riesce proprio a stare zitta. Il suo ragazzo un giorno le disse che aveva intenzione di chiudere la storia per questo tratto del suo carattere, pur amandola. E le chiese tempo. Lei, sempre impulsiva, la ragazza del “o bianco o nero”, non voleva aspettare, avrebbe preferito essere lasciata e andare avanti. Voleva una risposta subito. Allora lui le disse: «Se mi conosci davvero non hai bisogno di altre parole».

E lei solo in quell’attimo capì il termini “intimità” e cosa significa comprendere davvero il proprio uomo. È sapere ciò di cui ora ha bisogno e lasciarlo andare, perché non potremo mai perdere ciò che ci appartiene. E niente ci appartiene di più di ciò che conosciamo e comprendiamo davvero.