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Il ruolo del Garante dei diritti dei detenuti: un ponte di speranza tra il sistema penitenziario e la società civile

novembre 8, 2009

di Noemi Azzurra Barbuto

chiaviNon tutti ancora sanno che, per fornire una garanzia ulteriore alla tutela dei diritti dei detenuti, da circa due anni è stata istituita a livello territoriale una figura nuova, ossia quella del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale.

Il Comune di Reggio Calabria ha avuto l’intuizione, “segno di grande cultura giuridica e di profonda sensibilità sociale”, secondo l’avv. Agostino M. Siviglia, consulente giuridico dell’Ufficio del Garante di Reggio Calabria, con deliberazione del Consiglio Comunale n.46 del 1 agosto del 2006, di creare questa istituzione e ha nominato in qualità di Garante il dott. Giuseppe Tuccio, che, per la sua lunga e ricca esperienza giuridica, possiede la capacità di comprendere le numerose sfaccettature dell’animo umano, qualità indispensabile per lo svolgimento di questo ruolo.

Il Garante vuole essere un tramite tra le istituzioni totalizzanti penitenziarie e la società civile per vincere il pregiudizio e per dare ai detenuti la speranza, ossia “l’opportunità di costruirsi una vita nuova”. Al Garante, che può entrare in carcere senza alcuna autorizzazione, possono rivolgersi sia i detenuti sia coloro che ritengono che ci sia stata una violazione dei diritti dei detenuti, compresi i familiari.

L’Uffucio del Garante opera all’interno del sistema penitenziario, dove ha un proprio ufficio permanente. Il suo compito è quello di garantire che l’esecuzione penale assicuri l’accesso ai diritti costituzionali. Tuttavia, il suo ruolo non si esaurisce una volta riacquistata la libertà, anche perché forse è proprio uscendo dal carcere che il detenuto necessita di maggiore sostegno, affinché il suo reinserimento sociale possa avvenire effettivamente e senza traumi. Al fine di garantire questo tipo di assistenza, è stata creata, con il patto stipulato il 22 maggio del 2008 tra il Ministero della Giustizia, il Comune e la Provincia di Reggio Calabria, la Prefettura e l’Ufficio del Garante, l’Agenzia per l’inclusione sociale, che si occupa in modo particolare del passaggio dalla detenzione al reinserimento post-penitenziario di coloro che appartengono alle fasce deboli, come i tossicodipendenti e i ragazzi, che possono essere facilmente deviati da un ambiente, come quello carcerario, che spesso, invece di favorire l’educazione alla legalità, consolida una scelta criminale come unica opportunità di riscatto.

“Il Garante si occupa di questo: di non far perdere la speranza. Fa colloqui con chiunque chieda di essere ascoltato,carcere1 cercando un dialogo al di là dei confini del circuito penale, favorendo il rientro del detenuto nel tessuto sociale attraverso la speranza di lavorare e la giustizia riparativa, cioè l’incontro tra colui che ha commesso il reato e la vittima, al fine di fare percepire al detenuto la sua condizione non come un fardello, bensì come una risorsa per il fututo”.

L’Ufficio del Garante sta riallestendo la biblioteca all’interno del carcere di San Pietro, perché “l’emancipazione culturale può trasformarsi anche in un’emancipazione dal sistema deviante”.

Anche l’avv. Siviglia, specializzato in “Criminalità, devianza e sistema penitenziario”, parla di “situazione implosiva”, nel descrivere lo stato in cui versa il carcere di San Pietro. “La quasi totalità dell’edificio non è a norma, dunque è al di fuori della legalità, come ha sottolineato il Ministro della Giustizia, il quale ha parlato della incostituzionalità del sistema penitenziario italiano, quello reggino non fa eccezione”.

A proposito dell’ultima visita, avvenuta sabato 7 novembre, l’avvocato riferisce: “Abbiamo trovato miglioramenti nella ristrutturazione dei bagni. Ma, in generale, la casa circondariale di Reggio Calabria soffre il fatto che la struttura è molto vecchia, risalendo al 1920-’22. Questo ha ricadute negative sul trattamento penitenziario”.

Il carcere di San Pietro ha una capienza di 160 detenuti, una tollerabilità intorno ai 200 e ne ospita oltre 300. Il sovraffollamento, ci spiega Siviglia, ostacola anche la possibilità di realizzare un trattamento individualizzato, fondamentale nella rieducazione.

Ma cosa risulta indispensabile nel recupero? E’ importante trasmettere ai detenuti la coscienza di essere cittadini. Devono percepirsi come cittadini, in tal modo sentiranno anche che, scontato il loro debito, ci sarà una città pronta ad accoglierli quando sceglieranno una strada diversa, all’interno della legalità”.

thumbL’avvocato ha lodato il lavoro svolto dalla polizia penitenziaria del carcere di San Pietro, che cerca di sopperire alla mancanza di personale anche attraverso doppi turni. “Gli uomini che lavorano all’interno del carcere, la direttrice, il garante, cercano con grandi sforzi -afferma Siviglia- di sensibilizzare gli organi competenti e la società civile sulle condizioni del sistema penitenziario e sull’esigenza di strutturare un sistema più umano, perché questo avrà dei risvolti positivi anche per la società in termini di sicurezza e di prevenzione”. A questo proposito Siviglia osserva che il carcere si trova ovunque, all’interno degli Stati democratici, nel cuore della città, così è a Reggio Calabria, a Milano, a Roma, proprio perché “la città deve avere la coscienza di farsi carico di questo problema”.

Ma questo basta per comprendere le difficoltà dei detenuti, che forse non escono fuori mai dalla gabbia stretta del pregiudizio né scontano mai la condanna sociale? Siviglia appare scettico su questo punto. Scuote la testa ed afferma: “Calamandrei dice una cosa vera, ovvero che bisogna esserci stati per comprendere. Lo penso anch’io. Certe condizioni bisogna viverle per capirle fino in fondo, o almeno vederle con i propri occhi, per riuscire a coglierne parte del significato. Bisogna sentire l’aria asfittica che si respira all’interno delle carceri per comprendere davvero”. Continua Siviglia: “Lo Stato deve garantire un sistema legale, perché, se non si garantisce la legalità, si è poi poco credibili nel chiederla. E’ come se noi così offrissimo il fianco alla criminalità, suscitando una reazione di rabbia che altrimenti non ci sarebbe”.

Parla di rabbia Siviglia, quella che esplode dentro ai giovani che si sentono traditi, soli, abbandonati da una societàcarcere che pretende e che non dà, che punisce e non offre alternative, che condanna e non perdona. Esiste forse un unico modo per placarla, anzi per curare questa ferita. La medicina si chiama “fiducia”. Ne è convinto l’avvocato, secondo il quale, dare fiducia ai giovani è un modo per responsabilizzarli, con la consapevolezza che poi è il ragazzo l’unico vero protagonista. Le istituzioni hanno il dovere di offrire la possibilità di scegliere, devono mettere al centro l’uomo, portandolo a decidere da solo per il bene senza lasciarlo alla deriva”.

Secondo Siviglia, chi sbaglia rinuncia alla parte migliore di sé. “Vite sospese”, così definisce i giovani detenuti, “a volte incattiviti perché la risposta punitiva non è credibile, vite in attesa di tornare a delinquere con più rabbia e spesso con più pericolosità di prima”.

Ecco che lo Stato fallisce il suo compito: non ha sostenuto chi ne avrebbe avuto più bisogno.

Afferma Siviglia: La forza della democrazia non risiede nella sua capacità di imprigionare, ma di redimere, di restituire alla società persone nuove. Un livello alto di democrazia comporterà un livello basso di detenuti”.

Ma si può morire di carcere? L’avvocato non ha dubbi: “Si, si può morire di carcere. Il suicidio può essere il gesto estremo al quale conduce la vita all’interno di un sistema penitenziario disumano. Si muore perché non ci sono prospettive, o perché ci si sente falliti, o per il lacerante senso di colpa, o perché ci si sente inadeguati. Si muore persino perché si ha paura di uscire fuori e di non essere accettati”.

Chiediamo infine all’avvocato un consiglio da dare ai detenuti. A noi sembra essere valido per tutti: “Consiglio,speranza soprattutto ai giovani detenuti, di puntare sulla propria fragilità, perché soltanto lì, nella propria coscienza di sé, si trova la forza di non avere più paura”.

Ecco cosa serve dunque: il coraggio di non avere paura. Spesso ciò che consideriamo un handicap può rappresentare il nostro punto di forza. I nostri errori, i nostri difetti, le nostre debolezze, ciò che rifiutiamo di noi stessi, costituiscono degli aspetti da valorizzare, da mostrare agli altri, delle occasioni di miglioramento di noi stessi e della nostra vita.

Anche l’esperienza negativa della detenzione può essere un’opportunità quando porta il detenuto a prendere coscienza del reato e a scegliere un cammino diverso dalla devianza. Ma, affinché ciò si realizzi, risultano indispensabili il ruolo dello Stato e quello della società civile, in particolare, quest’ultima deve diventare, così come afferma Siviglia, “la famiglia del ragazzo che delinque, una famiglia capace di accoglierlo, per non privarci della nostra parte migliore”.

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Il grave crimine del pregiudizio

ottobre 31, 2009

di Noemi Azzurra Barbuto

48b408ef21e06_normal“Sovente vi ho sentiti parlare di chi ha sbagliato come se non fosse uno di voi, ma un estraneo e un intruso nel vostro mondo”. Da “Il Profeta” di K. Gibran.

L’esigenza di ordine e di sicurezza insita nella società spesso ci porta ad etichettare gli altri, costringendoli in ruoli dai quali difficilmente ci si affranca, ma, soprattutto, negando loro, il dono più grande che possiamo fare al nostro prossimo: la fiducia. Essa forse non è altro che la possibilità di essere migliori e di avere una vita migliore.

Il pregiudizio verso gli altri, verso coloro che per qualche ragione consideriamo diversi e che per questo temiamo, è sempre un fatto grave, ma lo è ancora di più quando ha per oggetto i giovani.

Sono ragazzi come tutti gli altri, con le loro fragilità, i loro dubbi, le loro domande; con i loro sogni e le loro speranze; fanno sport, studiano, cercano un lavoro e un loro posto nel mondo. Ciò che forse li distingue dagli altri è la difficoltà maggiore che incontrano nel credere in qualcosa di migliore, nel sognare, nello sperare, perché spesso ciò che portano sulle spalle è un bagaglio pesante di dolori, che rende più faticoso e più lento il passo.

Lo sa bene Mariarosa Morbegno, direttrice della Comunità Ministeriale di Reggio Calabria, l’unica struttura residenziale della Giustizia Minorile, che costituisce un’opportunità per mantenere i minori in misura restrittiva senza sradicarli dal loro contesto territoriale e che accoglie, per tempi medio-lunghi, i minori in misura cautelare, in messa alla prova, sottoposti a misure alternative alla detenzione o di sicurezza.

purpleflowerMorbegno afferma, a proposito dei suoi ragazzi: “Sono quasi tutti giovani che provengono da famiglie problematiche e che per questo hanno delle gravi carenze dal punto di vista affettivo, sociale e culturale; inoltre, manca loro una rete di supporto che possa favorirne l’inserimento sociale e lavorativo. Fin da bambini spesso hanno vissuto delle situazioni di profondo disagio, ma è come se lo Stato si accorgesse di loro solo quando commettono il reato”.

Ci sorge quasi il dubbio che questi ragazzi non sbaglino proprio per farsi sentire, per urlare al mondo intero che esistono.

La Comunità minorile non è una prigione. La sede è un vecchio convento francescano, in cui si trovano ubicati, oltre alla Comunità, anche il Tribunale per i Minorenni, la Procura presso il Tribunale per i Minorenni e il Centro di Prima Accoglienza. Basta questo per capire che lo spazio è inadeguato per tutti questi uffici e che sarebbero necessari altri locali.

E’ sabato mattina ed i ragazzi anche oggi si dedicano alle loro quotidiane attività in un ampio cortile con giardino.

Sembra che da qui i giovani ospiti non vogliano scappare, non ce ne sarebbe la ragione, dal momento che i cancelli sono aperti e non ci sono sbarre né manette. Ci chiediamo se tutto questo non risponda ad una logica precisa: mettere alla prova i ragazzi. Si tratta di fare comprendere loro che nessuno li costringe, che si trovano qui per un loro errore, ma possono trovare delle opportunità. “Uscirne” davvero non è oltrepassare una porta serrata, piuttosto è cambiare percorso di vita.

Ma ciò che stupisce maggiormente è il calore che trapela dalle parole della Morbegno quando parla dei suoi ragazzi. E’ quella preoccupazione tipica di chi vorrebbe il meglio per i giovani, di chi li comprende senza giudicarli, soprattutto di chi spera per loro un futuro felice. Sono sentimenti che sembrano appartenere a tutti coloro che lavorano all’interno di questi uffici e che nel corso di questi anni hanno conosciuto tanti ragazzi (dal 1998, anno in cui questo servizio è stato istituito, ad oggi ne sono stati ospitati 165), tante storie diverse, eppure tragicamente simili. L’emarginazione è la matrice comune per molti di loro.

Forse è facile accogliere questi giovani ed è poi molto difficile lasciarli andare, quando si è consapevoli che rientrano nei contesti che li hanno indotti a commettere reati.

Abbiamo rivolto alcune domande alla Morbegno per capire i problemi che i ragazzi incontrano nell’inserirsi nuovamente nella società e anche le difficoltà che si trova a fronteggiare la stessa Comunità in un periodo di crisi economica, dal quale stiamo pure uscendo, ma che continua e far pesare quotidianamente su tutti le sue conseguenze.

Come funziona la Comunità Ministeriale?
“La comunità accoglie ed ospita i minori che hanno commesso dei reati, entrano per provvedimento penale e poi, per ognuno di loro, si avvia un progetto educativo personalizzato: scuola, o orientamento al lavoro. Abbiamo inoltre una serie di progetti ai quali i ragazzi si dedicano quotidianamente: manutenzione dell’edificio demaniale e del giardino adiacente, attività manuali, come il decoupage, laboratorio di cucina, o di musica. Per quanto riguarda le attività esterne, abbiamo diverse convenzioni con organismi ed associazioni come la Caritas Diocesana, il C.O.N.I., le Suore Francescane Alcantarine, l’Agesci, l’Associazione “LIBERA nomi e numeri contro le mafie” e l’ARCI. In particolare con la Caritas c’è un ottimo rapporto di collaborazione. Qui aiutiamo i ragazzi a partire dal reato per giungere, attraverso un percorso di riflessione, all’acquisizione di una responsabilizzazione, perché spesso i giovani commettono reati senza una vera e propria consapevolezza, magari trascinati dal gruppo. Successivamente si avvia un percorso di inserimento sociale. Tendiamo a creare dei momenti di incontro con ragazzi che vivono in condizioni che non sono di disagio, affinché ci sia uno scambio di esperienze per una maturazione reciproca. Quest’anno abbiamo promosso anche un percorso di educazione alla cittadinanza e alla legalità”.

Come si finanzia?
“La Comunità viene finanziata e dipende dal Dipartimento di Giustizia Minorile del Ministero della Giustizia”.

Le risorse che ricevete sono sufficienti?
“Sono sufficienti per l’odierna amministrazione. Quest’anno per i minori sono stati stanziati fondi sufficienti sia per il mantenimento che per le attività. I veri problemi sono la ristrutturazione e l’ampliamento dei locali. Un’altra carenza è la mancanza di fondi per finanziare i tirocini formativi per i minori per la realizzazione dell’inserimento lavorativo”.

Quanti minori ospitate?
Abbiamo una capienza massima di 4 posti, sebbene l’esigenza del territorio sia quella di averne a disposizione di più. A causa di questo limite i ragazzi spesso vengono mandati fuori regione, rendendodifficoltoso per i parenti andare a trovarli. Per questa ragione sarebbero necessari maggiori spazi e maggiori locali. Il lato positivo di questa situazione è che essa ci consente di avere una dimensione molto familiare”.

Per quanto riguarda le cure mediche?
“Dal 2008 abbiamo una convenzione con la Sanità Penitenziaria, che ha sostituito quella precedente con la A.S.L. e che garantisce sia le prestazioni generiche che specialistiche: prestazioni sanitarie, infermieristiche, psicologiche”.

Questi ragazzi incontrano numerose difficoltà nell’inserimento professionale. Sembra che, dopo aver sbagliato una volta, la società stessa li condanni a sbagliare ancora, non concedendo loro altre possibilità. Lei ricorda qualche ragazzo che sia riuscito a realizzare un cambiamento importante di vita?
“Si, fortunatamente ne conosciamo più di uno. Molti ragazzi sono usciti dalla devianza e hanno dato una svolta significativa alla loro vita. Ciò che risulta essere fondamentale in questa riuscita è che siano stati loro stessi a capire che avrebbero potuto farlo. A volte non sono soltanto gli altri a non crederlo possibile, ma anche i ragazzi stessi finiscono con il convincersi che per loro non ci siano altre possibilità. Vengono stigmatizzati, così per loro è difficile percepirsi in chiave positiva. Ma non è impossibile”.

In questi recuperi quanto è stato cruciale il ruolo della Comunità?
“Noi dobbiamo riconoscere i nostri limiti. La Comunità non ha un potere magico. Essa può fare poco da sola. E’ necessario un lavoro di rete: famiglia, scuola, mondo del lavoro, agenzie di socializzazioneed educative. Inoltre, non si tratta di un processo automatico, meccanico, in cui ad una certa azione corrisponde sicuramente una certa reazione. Si tratta di materiale umano, di ragazzi. E’ come la parabola del seminatore. Noi cerchiamo di piantare dei semi, poi non sempre questi attecchiscono nel modo giusto. Ognuno risponde a suo modo e la risposta dipende molto dalle potenzialità del ragazzo e dal contesto familiare”.

Vi è capitato di ospitare anche ragazzi provenienti dai circuiti delle organizzazioni criminali di stampo mafioso?
“Si, ragazzi sia del contesto cittadino che della tirrenica e della ionica. Ed è trovandosi davanti a questi ragazzi che si capisce che c’è un legame familiare fortissimo e che per loro rinnegare l’appartenenza alla ‘ndrangheta equivarrebbe a tradire la loro stessa famiglia, il loro padre, fratello, zio, o cugino. Ma questa estate è successo un fatto che offre spunti significativi al nostro impegno. Nel mese di luglio i ragazzi hanno partecipato ad un campo di lavoro organizzato dall’ARCI sui beni confiscati alla mafia. In quell’occasione un ragazzo ha fatto una riflessione importante: la vita del mafioso è infelice, perché è destinato o a morire o ad andare in carcere, un destino questo al quale non si può sfuggire”.

Sì, è infelice il destino di colui che non ha scelta, che non ha davanti una porta aperta per poter decidere se restare dentro o uscire fuori.

A volte è una società che non perdona, a volte una famiglia che impone delle scelte indiscutibili, ma, in verità, solo i ragazzi dovrebbero essere artefici del proprio futuro, perché la loro vita appartiene soltanto a loro stessi. Non devono dimenticarlo: esiste sempre un’altra strada.

Negare loro la possibilità di intraprenderla e la speranza di qualcosa di migliore è forse il vero crimine non perdonabile, eppure per il quale si resta impuniti.Segnaletica_al_Bivio