Posts Tagged ‘crisi di coppia’

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Uomini: quando two is meglio che one

gennaio 9, 2014

di Azzurra Noemi Barbuto
In un vecchio e divertente film del 1978, “Amori miei”, con Monica Vitti e Johnny Dorelli, la protagonista, moglie devota e premurosa, insoddisfatta della sua vita coniugale a causa di un marito distratto e assente, decide di sposare, all’insaputa del coniuge, un altro uomo. Ed è così che le cose in casa iniziano a funzionare alla grande ed entrambi i matrimoni ad andare a gonfie vele.
Si chiama “poliandria libera” l’uso, tutt’ora persistente in alcune tribù dell’Asia centrale e dell’India meridionale, ad avere più mariti, tendenza diffusa nelle società in cui la donna gode di autorità e indipendenza.
Nel mondo occidentale, oggi la donna ha acquistato più che mai potere ed autonomia in ogni ambito e c’è da chiedersi se non siamo anche noi destinati a diventare una società poliandrica.
Ma, soprattutto, esiste già questa tendenza da parte delle donne a frequentare più uomini contemporaneamente? E ancora, la poliandria costituisce una valida risposta alle pecche di un rapporto di coppia ordinario? Insomma, abbiamo bisogno davvero di due uomini per essere soddisfatte e felici?
In fatto di uomini, in generale, occorre assumere la stessa ottica che abbiamo sull’acquisto delle scarpe: bisogna puntare sulla qualità più che sulla quantità. Tuttavia, a volte la qualità scarseggia e allora, piuttosto che “camminare scalze”, tanto vale sceglierne due paia. Magari delle scarpe alte e scintillanti per la sera e altre più confortevoli ma sempre carine per il giorno, o per quando siamo stanche e abbiamo bisogno di stare comode.
L’uomo perfetto, in fondo, non esiste. E ormai lo abbiamo capito. Lo avremmo voluto: principe, azzurro, bello, sexy, sportivo, ricco, passionale, intelligente, brillante, generoso, sensibile, maturo, romantico, dolce, premuroso, presente ma non pesante, responsabile, forte e coraggioso. E poi siamo finite con uomini che di notte russavano e che il massimo dello sforzo fisico disposti a fare nel weekend era cambiare canale per sintonizzarsi sulla partita.
L’uomo perfetto forse è la somma dei lati migliori di tutti i nostri ex. Allora tanto vale godersi le qualità di più uomini e poi tornare a casa da sole senza patirne i difetti.
In questo modo molte di noi potrebbero anche combattere la malsana tendenza a legarsi a uomini allergici ai legami. Avere un altro uomo in testa, che ci telefona, con cui uscire, che ci corteggia, che ci fa sentire importanti, ci porterà a prendere tutto con maggiore leggerezza e ci farà sentire appagate.
Sarebbero entrambi importanti, ma nessuno dei due lo sarebbe troppo.
Certo è che ci vuole tanta abilità nel gestire due relazioni contemporaneamente, facendo in modo che l’uno non sappia dell’esistenza dell’altro. Ma, in fondo, gli uomini da sempre fanno questo genere di cose e se la cavano più o meno bene.
Insieme ci potrebbero rendere le donne più felici del mondo.
Ma a volte – ammettiamolo! -, persino averne uno ci sembra troppo, figuriamoci due!
Tanto vale prenderne uno solo allora, ma se deve essere uno, almeno che sia fantastico!

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Gestire le discussioni: homo docet

agosto 7, 2013

di Noemi Azzurra Barbuto
A tutte le coppie capita di litigare. Molti vivono le discussioni in modo molto negativo, invece, possono costruire un momento di crescita ed un’occasione per conoscersi meglio. Spesso però succede alla coppia di gestire male i piccoli conflitti trasformandoli in una vera e propria crisi. Questo succede soprattutto per due tendenze, una tipicamente maschile e l’altra tipicamente femminile. Gli uomini tendono a scappare via davanti alle discussioni. A loro parlare tanto non piace e neanche ascoltare chi è in piena fase di sfogo. Viene loro una sorta di panico e abbandonano la nave davanti al pericolo, di solito sbattendo la porta. E non importa chi abbia torto o ragione, neanche quanto siano innamorati, tutti, ma proprio tutti, sfuggono via, per lasciare le donne in un mare di domande.
Noi donne, invece, abbiamo un maledetto vizio: parliamo troppo.
A noi le parole rassicurano. Quindi ne facciamo uso forsennato, anzi abuso. Non consideriamo mai quanto questo ci danneggi, quanto sarebbe tutto più facile se parlassimo di meno, se davanti ad un torto ci chiudessimo in un impermeabile silenzio, se sfuggissimo via sbattendo la porta.
In questi casi è molto più vantaggioso scegliere la via di fuga.
A noi il silenzio spaventa, invece, dovrebbe essere nostro alleato
. Infatti, è nel silenzio che si offre all’altro l’opportunità di riflettere e che possiamo a nostra volta comprendere meglio sia noi stesse che gli altri. Il silenzio è una distanza necessaria, che ci permette di calmarci e di non compiere gesti affrettati. Nella distanza possiamo recuperare noi stessi, riconoscendo, nello stesso tempo, l’importanza dell’altro. È nel silenzio che emergono sentimenti di amore.Dovremmo prendere esempio dagli uomini. Con questo loro modo di fare ci hanno sempre volute tenere in pugno e ci sono riusciti, dobbiamo ammetterlo.
Qualche giorno fa una signora mi ha raccontato la sua personale esperienza. Dopo trent’anni di matrimonio finalmente ha capito come gestire le discussioni con suo marito in modo positivo (almeno) per se stessa. Mentre lui parla senza sosta, lei si veste, apre la porta ed esce, intanto lui continua a parlare. Questa signora era molto soddisfatta dei risultati da lei raggiunti e si rammaricava di non averlo fatto prima. Ora suo marito sta attento a non ossessionarla, per paura che lei vada via o che addirittura possa partire per un viaggio di sola andata (con ritorno da destinarsi), così come ha già fatto un paio di volte, trovando sempre al suo ritorno il marito ancora più innamorato ed affettuoso.
Inoltre, lei è molto più serena, rilassata, persino più bella. Ha smesso di parlare ed ha iniziato a vivere.
È inutile, amiche, gli uomini hanno proprio ragione: da loro abbiamo tanto da imparare.

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Quanto contano i parenti in una relazione?

luglio 4, 2013

di Noemi Azzurra Barbuto
Una relazione di coppia si inserisce all’interno di una trama di relazioni familiari e sociali, che spesso rischiano di minare l’equilibrio tra i partners.
Sulla figura della suocera abbondano dalla notte dei tempi battute sarcastiche e velenose in ogni parte del mondo, ma non solo lei, a volte, si intromette, ma anche suoceri, cognati, cognate, zii, cugini, anche amici.
E se vivi in Italia, le cose diventano ancora più ardue, perché qui la famiglia è ancora più invadente e si sente in dovere di esserlo.
Sul lavoro mi è capitato spesso di raccogliere le confidenze dei miei clienti, sia uomini che donne, i quali attribuivano la responsabilità della fine del proprio matrimonio o della propria storia d’amore alla suocera, o, più in generale, alla famiglia del compagno o della compagna. Ma scaricare la colpa sugli altri equivale a negare la verità a se stessi, ad alleggerirsi la coscienza, non fa crescere questo atteggiamento.
Tuttavia, non si può non riconoscere il fatto che l’invadenza eccessiva dei suoceri, dei parenti tutti, le loro critiche, i loro commenti, le gelosie, la loro presenza in casa, spesso possono dividere i partners, spezzando la loro intimità e la loro complicità.
La colpa, se proprio di colpa dobbiamo parlare, è semmai della coppia stessa, che ha consentito a qualcuno dall’esterno di entrare e allontanarli. È la coppia ad avere lasciato quella fessura, è stata la coppia a permettere che tutto questo avvenisse.
Di solito, ciò che fa soffrire in questo genere di situazioni è il non vedersi riconosciuto il proprio ruolo di moglie o di marito, vederlo ceduto ad una suocera, o ad una cognata (ma anche un amico). L’altro così si sente sostituito, non rispettato, usurpato e poco importante. Ed inizia a provare un senso di delusione crescente, rancore, insofferenza, frustrazione, ed inizia a perdere fiducia nel partner.
Ecco che la crisi è sorta ed è di tale portata che potrebbe portare alla rottura definitiva della relazione, qualora queste problematiche non venissero affrontate e risolte.
Senza dubbio ciò che occorre per prima cosa è ricreare quello spazio intimo che riguarda solo la coppia, fatto di esperienze, emozioni, abitudini, intimità.
Quello è uno spazio esclusivo che, quantunque i partners siano molto legati alle rispettive famiglie, deve restare solo della coppia.
Sicuramente sarà necessario mettere ordine, attribuendo e riconoscendo a ciascuno il proprio ruolo. Mettere dei paletti non significa escludere qualcuno dalla nostra vita, bensì gestire al meglio le nostre relazioni, affinché siano per noi fonte di benessere e ci arricchiscano.
Ciò che consiglio alle coppie in queste situazioni è di passare del tempo insieme, da soli, preferibilmente lontano.

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L’uomo casalingo: quando aiutare aiuta la coppia

Maggio 6, 2013

di Noemi Azzurra Barbuto
Una volta era tutto più semplice: fin dalla preistoria l’uomo andava a caccia e la donna cucinava, allevava i figli e raccoglieva qualche frutto spontaneo nei dintorni della caverna (l’antecedente della più moderna “spesa al supermercato”). La divisione dei ruoli all’interno della famiglia si è radicata così tanto da fare saltare completamente gli equilibri all’interno della società contemporanea, segnata dalla rivoluzione femminista e dall’esigenza economica, sempre più prorompente, del doppio stipendio in casa.
Lavorare oggi per la donna non è più un mero piacere, un diritto riconosciuto pienamente come all’uomo, ma una necessità. Questo cambiamento vistoso all’interno della società non si è accompagnato però all’affermarsi di una nuova visione riguardo alla divisione delle mansioni domestiche. Infatti, l’uomo non ha abbandonato l’idea che la donna debba gestire la casa e la prole, con annessi e connessi, e lui occuparsi semplicemente di questo: lavorare.“Io lavoro tutto il giorno”, “Arrivo stanco a casa, voglio riposarmi”, “Non ho tempo”. Non reggono più le classiche scuse portate avanti da mariti pigri davanti alla richiesta delle stressate consorti di ricevere un aiuto, una piccola collaborazione in casa, giusto per sentirsi più sollevate.
Infatti, troppo facilmente si potrebbe obiettare: “Anche io lavoro tutto il giorno, per questo ho bisogno che anche tu faccia qualcosa in casa”, “Anche io lavoro, ma trovo il tempo per fare tutto il resto”.
Poveri mariti! Ci sono famiglie che riescono ad organizzarsi perfettamente e altre in cui la mancanza di collaborazione tra i coniugi rischia di mettere il rapporto in crisi.
Il problema è che ancora molti uomini, per lo più quelli cresciuti in famiglie profondamente maschiliste e ottuse, sono convinti che aiutare la propria compagna in casa comporti necessariamente una perdita di virilità. Insomma, per loro, apparecchiare la tavola o lavare i piatti equivale a dichiararsi omosessuali, ad una vergona quindi (e sempre secondo il loro punto di vista limitato).
Ancora una volta ci viene in soccorso la teoria sull’evoluzione di Darwin, il quale sosteneva che a sopravvivere non sia la specie più forte ma quella che riesce ad adattarsi al cambiamento.
Ciò significa che, trovandoci ormai in una società in cui sia l’uomo che la donna lavorano e non essendo più preclusa alla donna alcuna attività un tempo prettamente maschile, gli uomini dovranno iniziare a riorganizzare il loro ruolo all’interno della casa, adattandosi alle nuove condizioni e alle nuove esigenze della famiglia, pena “l’estinzione”, ossia la fine della relazione e del loro ruolo di mariti.
Non ci sono più scuse. Occorre rimboccarsi le mani e collaborare, perché una famiglia si fa in due.E cari uomini, non crediate che raccogliere la biancheria asciutta o preoccuparvi voi della cena quando rientriamo più tardi vi renda meno virili, semmai il contrario. Non avete idea quanto queste attenzioni vi rendano affascinanti ai nostri occhi, perché ci fanno sentire più amate.

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La mediazione familiare: quando deporre le armi è vincere

Maggio 11, 2012

di Noemi Azzurra Barbuto

 “Il matrimonio è stato un disastro, ma la separazione è stupenda”. L. Smith

 Ad ogni coppia capita di vivere dei momenti di crisi, che non devono essere considerati solo in maniera negativa, bensì come delle tappe fondamentali per lo sviluppo della relazione, delle fasi di passaggio e di trasformazione.

 Tuttavia, può succedere che dalla crisi non si esca fuori e allora la storia d’amore può finire, lasciando dietro di sé una scia di dolore e molto spesso anche di risentimento. Un amore può spegnersi, ma il conflitto può durare a lungo, a volte per tutta la vita, distruggendo gli ex-partners ed ostacolandoli nel loro compito più difficile: tornare a vivere, tornare ad amare. Insomma, andare avanti.

 Giudici, avvocati, tribunali, denunce, lotte per l’affidamento dei figli, per l’assegno familiare, non possono aiutare realmente marito e moglie, perché non costiutiscono una rete di sostegno, bensì delle armi, degli strumenti di guerra per farla pagare cara all’ex-coniuge, ma danneggiando in questo modo anche se stessi.

 Infatti, da questa guerra entrambi escono perdenti. Perdono energie, tantissimo denaro, tantissimo tempo, speranze, possibilità, e tanto altro, con gravi ripercussioni anche sull’equilibrio psicofisico.

Invece, avrebbero già dentro loro stessi tutte le risorse necessarie per risolvere il loro conflitto e trovare un accordo definito e scelto da loro stessi, non imposto da un tribunale, da un giudice che non sa nulla di loro e che quindi non può realmente stabilire, quantunque fosse il miglior giudice al mondo, la soluzione migliore per entrambi.

 Ecco che, una volta giunta l’agognata sentenza, per potersi dare pace, la guerra non cessa, perché nessuno dei due ex-coniugi si sente soddisfatto. Nessuno ha ascoltato le loro reali esigenze, i loro reali interessi, neanche loro stessi li hanno compresi davvero, partendo solamente da prese di posizione irremovibili.

 La fine di un amore non può uccidere, ma si può morire, logorandosi, nel permanente campo di battaglia allestito subito dopo la sua fine.

Se è vero che ogni coppia possiede già tutte le risorse necessarie per mettere fine a questa guerra, è anche vero che spesso queste risorse, per poter essere riattivate, richiedono la presenza di un terzo neutrale, al di sopra delle parti, non un avvocato, non un giudice, ma un professionista imparziale e preparato che agisca da filtro tra i due ex, aiutandoli a ristabilire la comunicazione andata persa.

 Il mediatore familiare non offre soluzioni, non stabilisce chi ha torto e chi ha ragione, non produce sentenze, non dà ordini né direttive o consigli. La coppia è l’unica vera protagonista del percorso di mediazione ed è essa a decidere, perché ogni scelta riguarda solo lei e saranno gli ex-partner, solo loro, né il mediatore, né gli avvocati, a dovere portare avanti gli accordi. Si tratta, insomma, delle loro vite. Quindi perché dare agli altri tanto potere decisionale sulla propria esistenza?

 L’assunto di base è che nessuno può decidere tanto bene sulla propria vita quanto egli stesso. Inoltre, una decisione imposta raramente viene rispettata.

Ma cosa fa il mediatore familiare? Accoglie la coppia in una zona franca, un terreno neutrale, la stanza della mediazione, ed ascolta gli ex-partner, ma soprattutto li aiuta ad ascoltarsi reciprocamente e ad ascoltare se stessi, i propri bisogni reali, i propri interessi reali, perché nessuno potrà mai ottenere ciò che non sa di volere.

Saranno gli ex-partner a mettere sul tavolo le questioni sulle quali necessitano di raggiungere un accordo: l’affidamento dei figli minori, la divisione dei beni, l’assegno familiare, con chi devono trascorrere le feste i figli, e qualsiasi altra cosa.

La mediazione si conclude, dopo circa 8-10 sedute (circa 60-80 euro a seduta), con un accordo redatto dal mediatore ma stabilito dalle parti. Queste ultime decideranno poi se presentare al giudice l’accordo affinché venga omologato.

La mediazione è come un ponte, unisce ma non riunosce, non è una terapia di coppia. Il suo scopo non è quello di ristabilire l’unione tra i partners, bensì quello di farli giungere ad un accordo costruttivo e soddisfacente per entrambi, affinché entrambi siano vincitori e possano svolgere al meglio quel ruolo di genitori che, nonostante la separazione, dovranno portare avanti per tutta la vita.

Il percorso di mediazione li aiuterà a riconoscere reciprocamente i loro bisogni e le loro emozioni e a collaborare tra loro, facendoli pervenire ad una nuova modalità di interezione sicuramente più civile e più vantaggiosa per il benessere di ciascuno e dei figli.

Proprio perché la mediazione ripristina la comunicazione tra i partners e considerato che ogni conflitto nasce sempre da un problema di comunicazione, può succedere, ed a volte è successo, che, alla fine del percorso con il mediatore, i parteners tornino insieme. Questo non è lo scopo della mediazione. Ma è comunque un suo enorme successo.

Se tu ed il tuo partner state vivendo un momento di crisi e non riuscite più a comunicare, se siete già separati ma non siete soddisfatti dei vostri accordi e volete modificarli; se state pensando alla separazione, ma non avete avuto il coraggio di parlarne con parenti ed amici, o temete i costi troppo elevati dell’avvocato ed i tempi troppo lunghi, contattatemi al mio indirizzo mail: azzurranoemi@hotmail.it

Potete contattarmi anche da soli, se credete che fare questo percorso possa esservi utile per elaborare meglio il lutto da separazione. Attiveremo una rete di sostegno.

In qualità di mediatore familiare, aiuterò voi ed il vostro partner a trovare un accordo veramente soddisfacente per entrambi, in cui saranno presi in considerazione e rispettati tutti i vostri bisogni.

Ricevo a Reggio Calabria. Massima riservatezza.