Archive for the ‘società’ Category

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Noi figli della crisi più nera della storia

novembre 22, 2011

di Noemi Azzurra Barbuto

Da piccoli giocavamo con il crystal ball, collezionavamo le figurine di “L’amore è”, guardavamo in tv Bim Bum Bam, Sailor Moon e Lady Oscar, indossavamo le timberland, e sognavamo il nostro brillante futuro.

Poi siamo cresciuti e abbiamo capito che niente è facile, che tutto richiede impegno e sacrificio. Abbiamo studiato duramente, per costruirci un futuro migliore, contando sul fatto che bastasse questo perché certi problemi non ci toccassero.

Già a scuola ci parlavano di disoccupazione. Ne avevamo sentito parlare insieme alla “Questione meridionale”. Le maestre ed i professori ci dicevano che i giovani andavano via da qui, dal sud, perché qui non c’era lavoro. E noi pensavamo che per noi sarebbe stato tutto diverso. Sì, il problema si sarebbe risolto, si sarebbe estinto con gli anni, e quando adulti ci saremmo inseriti nel contesto lavorativo, sarebbe stato facile, ci sarebbe stato lavoro in abbondanza, non avremmo dovuto scappare via, maledicendo la nostra terra traditrice.

E poi siamo cresciuti. Noi, generazione sfortunata, svantaggiata, osteggiata perché non lavora, noi, con tanta voglia di farlo, con tanta frustazione, con tanta rabbia, noi, indignatos, chiamati “bamboccioni” da chi un lavoro ce l’ha e anche buono. Ci considerano passivi, inermi, privi di fantasia, incapaci di costruirsi una carriera, di inventarsi un lavoro, di fronteggiare la crisi. Ci considerano persino privi di voglia di lavorare.

Ci dicono: “Il lavoro c’è, se uno lo vuole”. E dove? Diteci dove. Così noi andremo a prenderlo, noi a cui non basta più emigrare per un salario, noi figli del precariato, del lavoro nero, dell’instabilità, dell’ “oggi, per fortuna, lavoro; domani non so”. Noi figli della crisi nera, che più nera non si può.

Noi vorremmo andare via dalla casa di mamma e papà, alcuni di noi non ci stanno più bene, altri non ci sono mai stati bene ed ancora, purtroppo, non possono lasciarla, con tutti i problemi che ne conseguono. Noi vorremmo sposarci. Vorremmo costruirci una famiglia. Noi vorremmo vivere da soli. Noi vorremmo arrivare distrutti a fine giornata per il duro lavoro. Noi vorremmo fare la spesa. Noi vorremmo comprarci il pane. Noi vorremmo finalmente diventare adulti, ma stiamo soltanto diventando vecchi. Delusi, disillusi, stanchi.

Noi lottiamo per andare via dalla casa di mamma e papà, alcuni di noi non ci stanno più bene, altri non ci sono stati bene mai, e lottano ancora più forte. Noi lottiamo per sposarci. Noi lottiamo per costruirci una famiglia. Noi lottiamo per poter vivere da soli. Noi lottiamo per arrivare distutti a fine giornata per il duro lavoro. Noi lottiamo per poter fare la spesa. Noi lottiamo per comprarci il pane. Noi lottiamo per diventare finalmente adulti. Noi lottiamo per un posto di lavoro. Ma sembra tutto inutile.

E cosa sarà di noi domani? Ora non guardiamo più al futuro con la certezza che tutto si risolverà, perché tutto è peggiorato, e noi abbiamo imparato la lezione: “Mai illudersi, mai sperare, mai sognare in questo mondo che ha troppo bisogno di fantasia”.

E anche se dalla crisi usciremo, quali prospettive si apriranno per noi che siamo diventati vecchi giovani senza esperienza, senza curriculum, ma con tanto studio sulle spalle? Ci saranno altri giovani che vorranno diventare adulti. Giovani più fortunati di noi.

Non vediamo futuro. Non vediamo spazio per noi nel mondo.

Abbiamo perso tutto. Abbiamo perso la speranza.

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Per essere vincenti nella vita, basta conoscere se stessi

ottobre 6, 2011

di Noemi Azzurra Barbuto

Lo abbiamo sentito dire mille volte, prima di accorgercene noi stesse dolorosamente: “Questo mondo è una giungla”. Viverci non è una passeggiata e, se non si è abbastanza svegli, si rischia di restare feriti troppe volte sul campo di battaglia.

Una valida guida alla sopravivvenza potrebbe essere il piccolo trattato militare del generale cinese Sun Tzu, “L’arte della guerra”, che, sebbene risalga al VI secolo a.C., contiene dei consigli molto attuali ed applicabili in qualsiasi ambito della vita.

In fondo, se ci pensate, le nostre esistenze sono costellate di vittorie e di sconfitte, battaglie difficili e situazioni che hanno richiesto da parte nostra tanta forza e tanta pazienza. Abbiamo incontrato pochi amici e troppi nemici e piano piano abbiamo imparato a difenderci, ma ciò che spesso ci è mancato è stato un vero e proprio stratagemma.

Sun Tzu può aiutarci ad elaborarlo, ma non dobbiamo mai dimenticare che, come insegna il saggio generale, “Non esiste una tattica infallibile”. Questo vuol dire che dobbiamo essere sempre pronte a cambiare stategia in base alla situazione.

Secondo Sun Tzu, fondamentale nella vita è avere un piano, ossia un progetto in grado di farci raggiungere la meta prefissata, il nostro sogno, rendendoci vincenti nella vita.

Ma qual è l’elemento che più degli altri determina la vittoria? Ciò che serve è l’abilità, che consiste soprattutto nella conoscenza di noi stessi e nella capacità di osservare gli altri.

Per vincere, dunque, occorre conoscere se stessi, ovvero i propri punti deboli, per poterli migliorare; le proprie qualità, per poterle coltivare; le proprie potenzialità, per trasformarle in talenti; i propri conflitti interiori, per affrontarli con successo e fare in modo che non costituiscano un ostacolo al proprio sviluppo e alla propria felicità.

Affinché un obiettivo possa essere raggiunto, è necessario che sia alla nostra portata. Se ci piace cucinare e sogniamo di diventare degli chef di succusso, perché imporci di studiare come avvocato. Si può brillare solo facendo ciò che ci piace davvero. Ma per farlo, è indispensabile, innanzitutto, capire cosa ci piace, quindi conoscere noi stessi.

Ricordiamoci sempre che, in fondo, i primi nemici da affrontare sono le nostre paure, la nostra impulsività, le nostre insicurezze, che ci portano spesso ad abbandonare i nostri sogni, quelle debolezze che ci rendono a volte troppo vulnerabili davanti agli altri e per questo facili bersagli della cattiveria altrui.

Ma l’insegnamento più grande che il generale cinese ci ha lasciato è certamente questo: è possibile trasfromare le proprie debolezze in vantaggi. Ed è questa, in fondo, l’arte suprema dello stratega.

Dobbiamo imparare a valorizzare noi stessi, incluse quelle parti di noi che non riusciamo ad accettare, perché persino quelli che noi consideriamo difetti possono trasformarsi nei nostri punti di forza, armi segrete capaci di renderci i più validi condottieri delle nostre stesse esistenze.

 

 

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La seconda adolescenza degli uomini è più pericolosa della prima?

giugno 30, 2011

di Noemi Azzurra Barbuto

Adolescenti lo siamo stati tutti e ognuno di noi conosce bene, avendone dovuto fare i conti, i problemi connessi a tale fase dello sviluppo, quando gli ormoni esplodono e si è ancora troppo piccoli per vivere come si vorrebbe senza dover renderne conto a nessuno.

L’adolescente vive una vera e propria ribellione verso tutto ciò che, a suo avviso, lo limita e lo costringe: i genitori, i professori, il rispetto degli orari, lo studio. Nella smania di dimostrarsi ormai adulti, liberi ed unici legittimi titolari della propria esistenza, spesso i ragazzi commettono un cumulo di errori, alcuni dei quali, purtroppo, irreversibili.

Ma forse non è questa la fase della vita più difficile sia per chi la vive che per chi gli sta accanto. Infatti, alcuni uomini, giunti verso i 55/60 anni, vivono spesso una seconda adolescenza ben più pericolosa della prima.

La paura nei confronti della vecchiaia che incalza, del corpo che cambia sempre più velocemente, il rimpianto di una giovinezza spesso non pienamente vissuta, la società che sempre di più innalza a valori universali il sesso, la forma e la perfezione del corpo, il venir meno delle sicurezze un tempo legate alla veneranda età (in primis il rispetto quasi sacrale portato ai nonni), fanno precipitare l’uomo maturo in un tunnel di angoscia, alla fine del quale si scorge la salvezza, uno spiraglio azzurro che promette grandi cose.

No, non è affatto facile essere sessantenni oggi. Tutto ciò che lo scorrere invincibile del tempo ha portato via lo restituisce adesso una pillola blu, che consente a chi è troppo grande per continuare a vivere come vorrebbe di tornare giovane, almeno nelle parti basse.

Il viagra ha segnato una vera e propria rivoluzione sociale. Non sono pochi gli uomini che, proprio quando avrebbero potuto (e dovuto) rilassarsi a casa con gli amici, i figli, i nipoti, le mogli, hanno mollato tutto per andare a rincorrere altre gonnelle svolazzanti, portando lo scompiglio in famiglia.

E, se questo è vero, ne consegue che ai giovani di oggi non tocca solo fare i conti con il precariato, la disoccupazione, la mancanza di punti fermi, ma anche con gli innamoramenti (o presunti tali) dei propri padri e con la loro seconda terrificante adolescenza.

Che sfiga essere giovani oggi! Ma che sfiga anche essere vecchi oggi! Quando finalmente potremmo rilassarci, smettere di correre, finirla di sforzarci di mostrarci sempre in forma smagliante, goderci la nostra pensioncina e non svegliarci presto ogni mattina, ecco che arriva quella dannata pillola blu, di cui non possiamo proprio fare a meno per non ritrovarci indietro, per non rischiare di non consumare pienamente la vita, cancellando ogni sfizio ed ogni rimpianto.

Se, da un lato, gli adolescenti, per sentirsi adulti, fumano o fanno altre cose da grandi. Gli adulti, per sentirsi giovani, si fanno di viagra. I primi, non considerando che il fumo uccide e che ci sarà tempo per crescere; i secondi, non sapendo che il viagra dà alla testa.

 

 

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Calabria: quando la mancanza di strade ostacola lo sviluppo

Maggio 25, 2011

di Noemi Azzurra Barbuto

Lo sviluppo economico ed anche culturale di una regione è da sempre strettamente connesso alla presenza di vie di comunicazione e di trasporto efficienti, tali cioè da consentire degli scambi di ogni tipo con le regioni limitrofe nonché facili spostamenti.

Una società di questo tipo è “aperta”, ossia ricettiva, capace di espandersi, di fare uscire e di accogliere. Invece, una società “chiusa” è quella che resta accartocciata su se stessa, statica, incapace di confrontarsi e quindi di crescere e migliorare.

Forse si potrebbe raccontare un intero popolo analizzando le sue vie di comunicazione, le sue strade, i suoi porti.

Se ciò fosse possibile, della Calabria si potrebbe dire che il suo mancato sviluppo dipenda proprio dalla carenza di strade interne e dalla loro parziale o mai realizzata modernizzazione, e, soprattutto, dall’incompiutezza della famosa autostrada Salerno-Reggio Calabria, che, entrati in Calabria, altro non è che un cantiere a cielo aperto, attraversato ogni giorno da migliaia di automobilisti e camionisti, incolonnati tutti su una sola corsia, che si sposta ora a destra e ora a sinistra.

Uno vero e proprio slalom fino a Reggio Calabria. Ed ogni volta che lo percorro, trovandomi spesso imprigionata in lunghe code in mezzo al nulla, non posso fare a meno di riflettere sul fatto che la difficoltà snervante che il turista incontrarebbe nel raggiungere la Calabria come meta delle sue vacanze non può non costituire un fortissimo disincentivo.

A questo si aggiungono altri deterrenti: la mancanza di strutture, di negozi, di servizi pensati proprio per i turisti.

Ecco che un luogo che per vocazione sarebbe meta ideale delle vacanze per il suo mare, per la sua natura, per i suoi colori, per la sua cucina, per il suo clima, per la sua storia, non essendo valorizzato nelle sue potenzialità, diventa località turistica di pochi, di solito famiglie trapiantate al nord che tornano giù per l’estate.

Numerosi sono i villaggi turistici nell’area di Nicotera, Tropea, Capo Vaticano. Zone meravigliose. Ma, uscito fuori dal villaggio, il turista trova ben poco o nulla, esattamente come accade a chi và in vacanza in un villaggio italiano ad Agadir, in Marocco.

Mancano persino i cartelli stradali, le indicazioni. Facile perdersi in questa Calabria ancora selvaggia. Così alle lunghe code in autostrada si aggiunge il tempo perso in cerca della stradina giusta per arrivare in un determinato paese. Compito davvero arduo nella zona del vibonese dove la segnaletica è pressoché inesistente. A me è capitato più volte di perdermi in quell’area che và da Rosarno a Pizzo Calabro e che comprende numerosi paesini. Si orienta bene solo chi è del posto in quel dedalo di strade tra i campi che scendono giù fino al mare.

L’impressione è quella di essere dentro un intricato labirinto. Si tenta una via, sperando che sia quella gista, poi si torna indietro. La visione di un cartello stradale sembra un miraggio. E ci si domanda perché nessuno provveda a far mettere delle indicazioni. Perché nessuno ne parla? Perché nessuno si lamenta di questo stato di degrado imperituro? Si orientano sono gli indigeni, e forse questo basta.

Sembra ormai normale che sia tutto così. Ci si stupirebbe piuttosto se non lo fosse. Che senso di smarrimento proveremmo se domani trovassimo su quelle strade delle indicazioni a spingerci sulla retta via? Forse avremmo perso tutta la magia del viaggio, quel senso di avventura, e la Calabria forse sarebbe un pochino meno selvaggia, perdendo parte del suo misterioso fascino.

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Le nostre radici greche: se non sappiamo da dove veniamo, non possiamo sapere dove andare

Maggio 28, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

Una società che non conosce il proprio passato non può proiettarsi verso il futuro. Ecco perché i reggini dovrebbero non solo riscoprire la propria grecità ma persino difenderla dalle minacce di una globalizzazione che senza scrupoli cancella le minoranze.

A sostenerlo con forza Carmelo Nucera, presidente dell’associazione reggina Apodiafazzi, impegnata nella salvaguardia del nostro patrimonio linguistico, in occasione della conferenza “I greci di Calabria: chi sono?”, tenutasi ieri pomeriggio nell’aula magna della Confcommercio di Reggio Calabria.

L’evento, che rientra nel programma dell’Università dei 50&più, ha avuto come obiettivo la sensibilizzazione di tutta la collettività nei confronti del pericolo insito nell’estinzione, sempre più probabile, di ogni traccia delle nostre origini grecaniche.

Retaggi non solo linguistici, dal momento che la lingua non è altro che lo specchio di una identità che abbraccia ogni aspetto della vita di un popolo. Li ritroviamo persino nei nostri cognomi più e meno comuni, raccolti da Nucera in un libro.

Per scongiurare il rischio dell’estinzione, fondamentale, secondo Nucera, l’intervento della scuola, per radicare nei giovani, fin dalla più tenera età, la conoscenza nonché il rispetto delle nostre origini storiche e culturali.

Ciò implica la salvaguardia dell’insegnamento del greco antico negli istituti classici che da sempre lo prevedono tra le materie di studio, nonché l’applicazione della legge quadro 482/99 che tutela le minoranze presenti nel nostro Paese, che dovrebbe concretizzarsi nell’insegnamento della lingua calabro-greca nelle nostre scuole.

E a quanti sostengono che studiare il greco antico non sia più utile, Nucera risponde che «il greco serve perché, se non sappiamo da dove veniamo, non possiamo sapere dove andare».

La modernizzazione “a tutti i costi”, che si manifesta anche nel lessico diffuso, sempre più abbreviato e globalizzato, non può e non deve spegnere una lingua sopravvissuta per 2500 anni.

Ma chi sono i greci? «I greci siamo noi», afferma il presidente dell’associazione Apodiafazzi. Eredi legittimi di quella colonia che ebbe il suo fulcro proprio qui, a Reggio Calabria.

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La consegna del San Giorgio d’oro: premiati dodici reggini

aprile 26, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

Un teatro gremito di illustri personalità dell’universo istituzionale, economico e sociale della città in riva allo stretto ha fatto da cornice alla consegna del San Giorgio d’oro, manifestazione ormai iscritta nella tradizione cittadina, celebrata in occasione della festa di San Giorgio, patrono della città di Reggio Calabria, e svoltasi ieri mattina all’interno del teatro “Francesco Cilea”.

La premiazione, giunta quest’anno alla sua quinta edizione, vuole costituire un riconoscimento, per il loro costante impegno speso in favore del nostro territorio, nei confronti di dodici cittadini, scelti tra reggini che si sono distinti ed altri personaggi non reggini che hanno contribuito a dare lustro alla città con la loro attività, esportandone anche all’estero un’immagine positiva.

Soddisfatto per l’ottima riuscita della manifestazione il consigliere delegato Giuseppe Agliano, presidente del Comitato per le Celebrazioni in onore di San Giorgio.

A dare ulteriore solennità all’evento, la prestigiosa esibizione del gruppo Rhegium Brass Orchestra, composto dagli studenti, tutti tra i 10 ed i 18 anni, del centro territoriale permanente della scuola media “De Gasperi” e guidato dal maestro Roberto Caridi.

Le note dell’orchestra hanno segnato l’inizio non solo della cerimonia di premiazione ma anche della festa delle bande musicali all’interno delle celebrazioni in onore del Santo Patrono della città di Reggio Calabria, che proseguiranno nei prossimi giorni.

Sul palco, avvolto dalla tradizionale fascia tricolore, a consegnare i premi, realizzati dal maestro Gerardo Sacco, un malinconico ma soddisfatto sindaco Giuseppe Scopelliti, neo governatore della Regione Calabria.

«Sono qui con la fascia tricolore, sebbene voi vogliate portarmela via –ha dichiarato ironico Scopelliti– io me la tengo stretta, perché ne sono molto legato».

Non è facile abbandonare il ruolo di sindaco dopo otto anni «bellissimi, intensi, pieni di difficoltà e di soddisfazioni», così li ha descritti il presidente.

Ed è in quest’atmosfera nostalgica che sono stati insigniti Bartolo Bonavoglia, imprenditore reggino nell’ambito dell’alta modo, Joe Cappello, amministratore delegato di Air Mailta, Domenico Falzea, arbitro di serie A, Giuseppe Filianoti, tenore di fama internazionale, Francesco Gazzani, ex-comandante provinciale della Guardia di Finanza, Libero Lo Sardo, presidente nazionale dell’Associazione Carabinieri, Antonio Morabito, diplomatico, Francesco Musolino, ex-prefetto reggino, Paolo Pagnottella, presidente nazionale dell’Associazione Marinai, Mimmo Praticò, presidente regionale del CONI, Giuseppe Reale, ex-sindaco di Reggio, e Leonardo Simonelli Santi, presidente della Camera di Commercio Italiana a Londra.

A mitigare la malinconia di cui era intrisa l’aria, il felice augurio che il Sottosegretario al Ministero degli Esteri Scotti ha voluto porgere dal palco a Scopelliti nonché ai calabresi tutti.

«Ti auguro di essere un punto di riferimento – ha affermato Scotti rivolto al sindaco – per la rinascita del Mezzogiorno, nell’ambito dell’integrazione tra il Mediterraneo e l’Europa», processo che può realizzarsi, secondo il Sottosegretario solo a patto che giunga, da parte delle popolazioni del sud, una spinta propulsiva e determinante.

«Abbandonare la rassegnazione», è questo infine il consiglio che Scotti dà ai calabresi, perché questi «possono tracciare per tutto il Paese un nuovo cammino».

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Particolari ed esclusivi festini in una villa nella zona sud della città…

febbraio 23, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

Non si tratta del celebre capolavoro di Stanley Kubrick, “Eyes wide shut”, dove il medico Bill Harford, interpretato da Tom Cruise, si imbatte in una misteriosa setta che organizza orge assolutamente esclusive in una villa accessibile solo attraverso una parola d’ordine.

È questo ciò che succede anche qui, a Reggio Calabria, in questo paesone abbastanza piccolo per conoscersi un po’ tutti ed abbastanza grande da fare vincere, davanti all’irresistibile richiamo del proibito, la paura di essere riconosciuti.

È giovedì sera, le strade del centro sono semi-deserte, nell’aria si respira calma, quasi noia, eppure, nella zona sud della città, in una villa privata, sta per iniziare una festa molto particolare.

Speciali gli ospiti, con un’età media che oscilla da i 20 ai 45 anni, tutti appartenenti alla borghesia medio-alta, quella gente che indossa vestiti grigi durante la settimana, passeggia con pigro zelo sul corso il sabato mattina, fermandosi ad ogni passo per salutare altra gente che indossa vestiti grigi dal lunedì al venerdì, e frequenta la chiesa ogni domenica. Insomma, tutta gente perbene. E terribilmente annoiata.

Politici, avvocati, professori universitari e studenti dell’università si danno tutti appuntamento dopo le 23, al fine di passare una notte trasgressiva in cui tutto è valido, purché avvenga, come ha specificato Giovanni (nome inventato), un uomo che solitamente partecipa a questo tipo di serate, «nel rispetto reciproco».

«Un giro grosso, che coinvolge 400-500 persone solo a Reggio», spiega Giovanni.

Gli incontri, che avvengono almeno una volta alla settimana e che coinvolgono di volta in volta un numero massimo di 20 persone, non sono altro che scambi di coppie e sesso di gruppo. Non c’è ricompensa in denaro per le prestazioni.

«Non è prostituzione», afferma Giovanni che si sforza di farci comprendere come per gli uomini che prendono parte a questo tipo di serate non sia soltanto normale cedere la propria compagna, moglie o fidanzata, ad altri uomini, ma come questo procuri persino una sorta di appagamento.

Mancanza d’amore oppure estrema complicità? Difficile comprenderlo senza il dubbio di sbagliarsi. Eppure persino Giovanni che queste cose le vede con i suoi occhi e le vive in prima persona afferma con decisione che lui non consegnerebbe mai la sua compagna ad altri uomini, spiegando loro nel dettaglio i modi per soddisfarla, episodio al quale ha assistito e che aveva come protagonisti un politico reggino e sua moglie.

Sarà che questi politici hanno così vivo la spirito sociale ed umanitario da arrivare a condividere, per deformazione professionale, persino il coniuge? O sarà che politica e sesso si accompagnano sempre di più e vanno sempre più d’accordo? E chissà poi perché?

Il piacere, più che dalla stimolazione fisica di zone nervose, scaturisce dalla mente. Ed in questo senso non c’è nulla che dia più piacere della consapevolezza che si stia per fare qualcosa che assolutamente, per il proprio ruolo, sarebbe pericoloso fare. Il rischio di essere riconosciuti, quello che si sappia in giro, la libertà che si prova nel correre tali rischi, aumentano in modo esponenziale un piacere tanto più blando quanto più non si rivesta un ruolo in qualche modo pubblico.

Forse è questa la ragione, al di là della noia che caratterizza la vita di molti di coloro che conducono una vita agiata, che porta molti politici, o uomini in vista, a cercare un tipo di sesso anticonvenzionale, persino nella nostra città…sempre più metropolitana, globalizzata ed insoddisfatta.

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Operation Smile: donare il sorriso ai bambini che non possono sorridere

gennaio 13, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

Donare il sorriso a chi non può sorridere. È questo l’obiettivo della fondazione Operation Smile Onlus, che riunisce medici volontari di tutto il mondo che condividono il sogno di offrire ai bambini nati con gravi malformazioni al volto, congenite o dovute ad ustioni e traumi, interventi chirurgici ricostruttivi.

Non si tratta soltanto di una questione estetica, infatti, come ha raccontato il giornalista Enzo Tromba nel corso della conferenza stampa tenutasi ieri mattina nel Palazzo della Provincia, spesso i bambini che presentano queste patologie, soprattutto nei paesi del Terzo Mondo, vengono nascosti dalla famiglia per un senso di vergogna ed emarginati dalla comunità perché considerati maledetti.

È questa la storia di Ngan, una bambina del sud del Vietnam nata con un grande buco nel labbro e nel palato. Una storia fatta di dolore ma anche di riscatto, perché oggi Ngan può sorridere grazie ai medici di Operation Smile, che dal 1982, anno della sua fondazione da parte del chirurgo plastico americano Bill Magee e di sua moglie Kathy, ha operato gratuitamente più di 130.000 bambini e che è presente in ben 51 Paesi (in Italia dal 2000), contando su 4.000 volontari tra medici, infermieri ed operatori sanitari.

Operation Smile, il cui presidente nazionale è Santo Versace, non si limita ad operare i bambini consentendo loro una vita normale, ma svolge anche la funzione fondamentale di «formare una nuova categoria di volontari specializzati e competenti -ha sottolineato Giuseppe Giordano, presidente del consiglio provinciale- nei paesi in cui l’infanzia spesso è negata».

Infatti, come ha spiegato Domenico Scopelliti, direttore scientifico di Operation Smile, attraverso la creazione di centri di eccellenza, dove i bambini possono essere seguiti da una equipe di medici fino all’età adulta, è possibile anche fare formazione sul personale sanitario.

Ma non sono soltanto i bambini dei Paesi poveri a soffrire di queste malformazioni, come il labbro leporino e la palato schisi. «Si tratta di patologie diffuse nel bacino del mediterraneo ed anche in Italia», ha affermato Giordano. Da qui l’idea di creare tre centri di cura all’avanguardia nel nostro Paese, distribuiti in modo da garantire la loro accessibilità su tutto il territorio nazionale.

Per quanto riguarda il Mezzogiorno, il presidente del consiglio provinciale ha anticipato la candidatura della nostra città come sede del centro di eccellenza specializzato in queste patologie e destinato ad accogliere ed operare i bambini sia italiani che stranieri.

«È un progetto molto ambizioso nel quale noi crediamo -ha dichiarato il direttore scientifico della fondazione- l’associazione stessa ha una vocazione fortemente reggina, da qui siamo partiti e qui vogliamo tornare».

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Donare il sangue: un gesto d’amore che salva la vita

gennaio 13, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

Solo donando se stessi si dona veramente. Lo sanno bene i membri dell’Associazione Volontari Italiani Sangue (Avis), che anche questa epifania si sono dati appuntamento nell’auditorium San Paolo con i loro bambini, questa volta non per dare, bensì per ricevere dei piccoli doni, consegnati dalla befana in persona.

Un’occasione gioiosa, ma anche seria, nella quale è stato fatto un bilancio positivo dell’anno appena trascorso senza trascurare di porre all’attenzione dei presenti le numerose difficoltà che ancora oggi, nonostante aumenti progressivamente il numero dei donatori, costituiscono inciampo lungo il percorso che porta all’autosufficienza, svincolando la nostra regione all’obbligo di importare sangue da fuori.

Se, da un lato, le donazioni aumentano (nel 2009 la sezione comunale ha fornito 8.000 sacche, circa l’80% del sangue di cui ha disposto l’azienda ospedaliera); dall’altro, cresce anche la domanda trasfusionale nella città di Reggio, soprattutto in vista dell’istituzione del reparto di cardiochirurgia, come ha sottolineato il presidente della sezione comunale dell’Avis Mimmo Nisticò.

Dunque, ha affermato Nisticò, «è il momento di fare un ulteriore sforzo e di procedere verso una regolamentazione migliore». Ne sono convinti anche Giuseppe Bresolin, direttore del Centro Trasfusionale dell’ospedale reggino, e Paolo Marcianò, presidente dall’Avis regionale.

Quest’ultimo ha posto l’accento sul mancato recepimento da parte della Regione dei regolamenti nazionali inerenti al servizio trasfusionale, suscettibile di creare gravi ripercussioni in ambito sanitario.

«Donare è un dovere, non tutti lo sentono, quindi bisogna insegnarlo», ha affermato Enzo Romeo, segretario dell’Avis provinciale, che ha lodato l’opera di sensibilizzazione svolta dagli insegnanti all’interno delle scuole. Secondo il direttore generale dell’azienda ospedaliera, Mario Santagati, che ha augurato ai numerosi bambini presenti di essere dei futuri donatori di sangue, «la formazione dei giovani è il presupposto fondamentale per incamminarci verso l’autosufficienza».

Anche il consigliere regionale Giovanni Nucera e l’assessore comunale Tilde Minasi hanno calcato l’esigenza di coinvolgere i giovani attraverso l’educazione ed il buon esempio, affinché cresca in loro il desiderio di dare, anzi di «farsi dono per gli altri».

Non si tratta soltanto di una regola di buona cittadinanza, piuttosto è questo il significato del sacrificio cristiano, secondo l’arcivescovo Monsignor Vittorio Mondello, il quale ha affermato che «Gesù si è donato a noi e noi dobbiamo imparare a diventare a nostra volta un dono d’amore per gli altri».

E donare il proprio sangue a chiunque ne abbia bisogno non è altro che donare se stessi.

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La marcia per la pace inizia il primo giorno dell’anno

gennaio 13, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

C’è che marcia in guerra e c’è chi marcia per la pace. E lo fa il primo giorno dell’anno, in occasione della quarantatreesima Giornata Mondiale della Pace, ricorrenza della Chiesa Cattolica istituita da papa Paolo VI nel 1968, celebrata a Reggio Calabria con una ardente fiaccolata, simbolo di un amore che non deve spegnersi tra i popoli.

A nutrire le folte fila del corteo che ieri sera, alle 19 e 15, è partito da piazza Duomo giungendo fino a largo Colombo, numerosi cittadini sia reggini che immigrati, associazioni, istituzioni e comunità religiose di diverse confessioni, uniti tutti, oltre che dalla speranza, da valori comuni di solidarietà e di fratellanza.

Appuntamento ormai tradizionale per la nostra città, giunto quest’anno alla sua terza edizione, per ribadire l’importanza della covivenza pacifica tra culture diverse, ma anche occasione speciale di condivisione e di incontro in cui maturare idee e proposte per il futuro.

Infatti, la marcia per la pace, organizzata dalla commissione giustizia e pace dell’arcidiocesi Reggio-Bova, dalla quale è partita l’iniziativa, insieme alla Comunità di Sant’Egidio e alle altre associazioni religiose e laiche che vi hanno preso parte, come ha spiegato Vincenzo Schirripa, a capo dell’organizzazione, «non è un obiettivo, bensì uno strumento per provare a trovare un linguaggio comune».

Alla fiaccolata, preceduta alle 18, nel Duomo, dalla solenne messa officiata dall’arcivescovo, monsignor Vittorio Mondello, hanno aderito anche il gruppo di buddisti della Soka Gakkai ed il centro culturale islamico di Reggio Calabria. «Siamo qui perché crediamo nella pace -ha dichiarato Hassan Elmazi, portavoce della comunità marocchina- chi non tifa per la pace non è umano».

«Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato» è il tema della quarantatreesima Giornata Mondiale della Pace, messaggio lanciato da piazza San Pietro, durante la Santa Messa di ieri mattina, da papa Benedetto XVI, il quale ritiene che «la ricerca della pace da parte di tutti gli uomini di buona volontà sarà senz’altro facilitata dal comune riconoscimento del rapporto inscindibile che esiste tra Dio, gli esseri umani e l’intero creato».

Con queste parole il Pontefice ha invitato la comunità internazionale al rispetto dell’ambiente, condizione essenziale per lo sviluppo del dialogo e di un clima di armonia tra i popoli. «Esiste un nesso strettisismo tra il rispetto dell’uomo e la salvaguardia del creato», ha dichiarato papa Benedetto XVI. Infatti, il controllo delle risorse naturali, soprattutto quelle energetiche, diventa sempre più spesso causa di conflitti e di sopraffazione nei confronti dei Paesi più poveri.

Quello della tutela ambientale è inoltre un tema più che mai attuale e sentito qui in Calabria, in seguito alle ultime inchieste ambientali, che hanno mostrato a tutti, prescindendo dal loro fittizio esito, più o meno oscuro, che il traffico di rifiuti tossici si accompagna volentieri ad altre attività illecite, destinate ad alimentare guerriglie e criminalità.