Archive for the ‘Libri’ Category

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“Ali di burro”: un inno alla Vita

luglio 25, 2011

 di Noemi Azzurra Barbuto

“Ali di burro” è la storia di una di quelle rinascite che più di una volta ci è capitato di vivere nella vita, e si può rinascere, ossia nascere ancora, solo dopo essere morti, ossia solo dopo aver toccato il fondo. Pur affontando la tematica dell’interruzione di gravidanza, il mio libro non vuole essere un’apologia dell’aborto né una sua negazione. L’aborto è sempre il male assoluto, qualcosa che andrebbe sempre evitato, non solo per le sue implicazioni etiche nei confronti del feto, ma anche per le sue devastanti conseguenze dal punto di vista psicologico che ha sulle donne che vivono questa traumatica esperienza.

Tuttavia, l’aborto è anche una realtà con la quale dobbiamo fare i conti, nonché un diritto che oggi nessuno Stato che si proclami “civile” può negare alla donna.

In “Ali di burro” descrivo l’aborto come una duplice violenza, come l’amputazione da parte della donna di una parte di se stessa, un taglio che lacera le sue carni più profonde, fino ad arrivare all’anima. Non si cancella mai più un segno simile.

Lo scopo del mio libro è proprio quello di sensibilizzare la società intera nei confronti delle donne che decidono di intraprendere il drammatico percorso dell’interruzione di gravidanza. Troppo spesso siamo portati a giudicare gli altri senza tener conto della sofferenza che sta dietro determinate scelte e senza considerare neanche il dolore che ne segue, che spesso per chi vive esperienze di questo genere è una condanna più che sufficiente.

Questo libro vuole essere un invito a parlare di più, a non trincerarsi dietro il silenzio, dietro il senso di vergogna, a tendere la mano per chidere e per dare aiuto. Ed è un appello questo che io rivolgo non solo alle donne ma a tutti coloro che soffrono per qualsiasi motivo e che sono convinti che nessuno potrebbe capirli, anche qualora decidessero di aprirsi. Io voglio dire a tutta questa gente: “Vi sbagliate. Non siete soli”.

Non voglio che “Ali di burro” sia letto come un libro sull’aborto. Esso è un inno alla Vita. Per questo, vorrei che fosse letto come un libro sulla Vita e sulla maternità, esperienza salvifica, miracolosa e totalizzante, capace di incidere nella vita delle donne che la vivono in modo indelebile, trasformandole per sempre.

La protagonista del mio libro vive la sua vita nell’assurda convinzione che non appena arriverà l’amore andranno via magicamente i suoi problemi e tutto migliorerà. Ma poi l’amore arriva e lei si accorge che i problemi restano, anzi si fanno più gravi.

Questa fragile ragazza, che non mangia o vomita per meritarsi l’amore degli alri, guarirà dai suoi mali solo quando verrà a contatto con il miracolo straordinario della Vita, ossia quando scoprirà di aspettare un bambino.

Tuttavia, abbandonata dal suo uomo, trovatasi da sola, decide di interrompere la gravidanza. Il suo ventre resterà vuoto, ma lei continuerà a trasformarsi da donna a madre. Da qui purtroppo nasce un nuovo dolore: sentirsi madre dentro ma non avere un figlio da stringere tra le proprie braccie. È questo un vero e proprio lutto, una perdita incolmabile, un vuoto che le resterà per sempre dentro.

Io non ho mai vissuto l’esperienza della maternità, tuttavia la racconto, perché sono convinta che non sia necessario essere madre per sentire vivo dentro di sé un forte istinto materno.

Inoltre, ho avuto la fortuna di crescere a contatto con donne speciali, mia madre e mia nonna, donne che hanno straordinarimante amato e che per questo sono state e saranno per sempre straordinariamente amate.

Senza dubbio, in questo mondo fragile, vacillante, precario, l’amore materno, ossia l’amore universale, è ciò che di più sicuro e potente esista.

 

 

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“Contractor”: Gianpiero Spinelli ci racconta un nuovo tipo di soldato

maggio 5, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

Non è un mercenario, né un soldato regolare, bensì una guardia del corpo speciale che opera nei teatri di guerra. A spiegarci chi è il contractor è Gianpiero Spinelli, attraverso la sua personale esperienza professionale in Iraq, nel suo libro “Contractor”, edito da Mursia e presentato lunedì pomeriggio nella sezione reggina del Movimento Sociale Fiamma Tricolore, sita in via Ravagnese Superiore a Reggio Calabria.

Un libro nato dall’esigenza di fare chiarezza su questa nuova figura professionale, facendola conoscere a tutta la società, dal momento che, come ha spiegato l’autore, «nel passato un po’ per mancanza di informazione e un po’ per manipolazione delle notizie» si è diffusa una sorta di pregiudizio riguardo al contractor.

Nel quadro della progressiva privatizzazione di tutti i settori un tempo di competenza esclusiva dello stato nonché di quel processo di globalizzazione che esporta insieme ai consumi anche le strategie, si inserisce questo nuovo lavoro, reso indispensabile dall’affermazione di un nuovo tipo di guerra, quella terroristica, non localizzabile e con un nemico spesso invisibile.

«Procediamo verso un’evoluzione aziendale delle forze armate che comporta la riduzione al minimo degli eserciti e l’affermazione del contractor, fulcro del futuro assetto strategico mondiale», ha spiegato Spinelli.

Questo particolare soldato, ausilio delle forze armate regolari, si occupa della sicurezza di tutti coloro che sono impegnati nei processi di ricostruzione post-bellica, ossia funzionari internazionali, personale delle imprese, tecnici, volontari.

Ecco perché il suo ruolo è cruciale e determinante nel ripristino della democrazia e dell’ordine pubblico: se non ci fosse, nessuno accetterebbe di lavorare in zone estremamente pericolose.

Un lavoro molto rischioso, dunque, quello del contractor, che spesso proviene dalle forze speciali ma che non sempre dipende dal proprio governo nazionale, dato che risulta essere impiegato presso multinazionali che possono avere diversa nazionalità.

Ed è questo il caso di Spinelli, assunto da una compagnia americana ed inviato in Iraq nel momento più caldo, quello del 2004-2005, quando, dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, la guerra assunse una dimensione anche civile, diventando una lotta di tutti contro tutti.

Ma se le mansioni del soldato regolare e del contractor sono diverse, non differiscono le immagini cruente di guerra ed i dolori da sempre comuni a tutti i giovani che hanno vissuto e vivono questa esperienza. Spinella ricorda i suoi compagni morti negli attentati terroristici, la disperazione letta negli occhi della gente, i continui attacchi, anche 4 o 5 al giorno.

In fondo, la guerra, da qualsiasi prospettiva la si viva, vincitore o vinto, soldato, tecnico o contractor, è sempre un’assurda tragedia.

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Presentato l’ultimo libro di Pasquino Crupi: “La letteratura calabrese”

gennaio 18, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

Colmerà una grave lacuna nella cultura non solo degli studenti ma di tutti quanti noi “La letteratura calabrese”, ultima opera dello scrittore Pasquino Crupi, destinata alla scuola media e presentata ieri pomeriggio all’interno del locale I tre farfalli, sito in via del Torrione a Reggio Calabria.

Il testo, edito da Luigi Pellegrini Editore, si articola in tre volumi, per la prima volta pensati e realizzati, ciascuno dei quali analizza determinate epoche storiche. Il primo racconta la letteratura calabrese dalle sue origini fino al Settecento; il secondo si sofferma sul Settecento e sull’Ottocento; il terzo, infine, si occupa del Novecento fino al 2000.

Ed è lo stesso Crupi a concepire la sua opera non come un qualcosa di puramente scolastico, bensì come «una battaglia meridionalista intesa a sottrarre la nostra civiltà letteraria da tutte le calcolate menzogne che intendono relegarla nel recinto delle letterature marginali».

«Il che è assolutamente falso», dichiara orgoglioso lo scrittore. Ed è suo il merito se possiamo rendercene conto anche noi, sfogliando le pagine di quei tre volumi, scritti con «la speranza -confessa Crupi- di riempire un vuoto pesante che per tanti anni ha reso gli studenti estranei alla propria civiltà e la scuola estranea al territorio».

Un’indifferenza che, secondo l’autore, «grida vendetta», perché la letteratura calabrese non è disgiunta dallo svolgimento di quella italiana, piuttosto ne costituisce parte integrante, cosicché, se venisse eliminata la prima, sostiene Crupi, «crollerebbe la stessa letteratura nazionale».

Si tratta dunque di una colonna, forse una tra tante, dal momento che ne occorrono diverse per sorreggere qualcosa di importante, ma comunque una colonna portante. Ed il testo di Crupi ne spiega il pregio stilistico, offrendoci l’occasione per «rientrare nei confini sconfinati della nostra civiltà letteraria».

Immortale, bella, meridionalista e da sempre di opposizione, è così la letteratura calabrese, legata nei primi secoli a quella europea, a partire dal Trecento a quella nazionale e, con l’avviarsi del Settecento, sempre più attenta ai problemi calabresi, assumendo, a partire dall’Ottocento, un ruolo soprattutto di denuncia sociale.

«Tutti ci ritengono chiusi, ma noi calabresi siamo straordinariamente spalancati -ha affermato lo scrittore- sappiamo tutto di Manzoni e di Eco e quasi nulla dei calabresi che hanno fatto la letteratura calabrese».

È forse questo il nostro reale limite: non avere mai spalancato una finestra su noi stessi.

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DOCENTI E DISCENTI UNITI PER LA VALORIZZAZIONE DEL NOSTRO PATRIMONIO URBANISTICO

novembre 19, 2009

di Noemi Azzurra Barbuto

«Una sinfonia, arricchita dai contributi dei giovani laureati e dei docenti». Così Francesca Fatta, preside della facoltà di architettura dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, ha definito il libro “Conservazione e valorizzazione del patrimonio architettonico e urbanistico: idee e proposte per la Calabria”, (edito da Iiriti Editore), presentato martedì 17 novembre, alle ore 11:30, presso la biblioteca centrale della facoltà di architettura. Accanto a lei, a testimonianza della coralità di questa iniziativa, i docenti Francesca Moraci, direttore del dipartimento SAT (Scienze Ambientali e Territoriali), Enrico Costa, presidente del corso di laurea in Urbanistica, Renato Laganà, Rosa Maria Cagliostro, rappresentante legale ATS (Associazione Temporanea di Scopo) e curatrice del volume insieme a Franco Prampolini e Domenico Passarelli. Hanno partecipato alla presentazione anche le ex-studentesse del corso di alta formazione post-laurea COVAP, “Esperto in tecniche di conservazione e valorizzazione dei beni architettonici e urbanistici”, promosso congiuntamente dal CERERE (Centro Regionale per il Recupero dei Centri Storici Calabresi) e dal dipartimento SAT dell’Università Mediterranea, di cui questo libro rappresenta la sintesi.

Dunque, l’iter che ha portato alla pubblicazione del volume è stato un lavoro di gruppo, svolto sia dai docenti che dagli studenti, per giungere, come ha affermato Moraci, ad «una ricerca integrata, capace di superare la frammentazione disciplinare, realizzando una conoscenza superiore». Il risultato del corso, in verità, è stato più grande: non sono state create soltanto delle figure professionali più specializzate, di cui la città di Reggio, protagonista principale della nuova stagione urbanistica che la Calabria sta vivendo, necessita, ma è anche stata sperimentata una nuova modalità nel rapporto tra docenti e discenti. A questo proposito Cagliostro: «Abbiamo fornito agli studenti amicizia e disponibilità. Questa esperienza ci ha arricchiti tutti a livello umano». Anche Laganà, che ha definito il libro «una piccola ma pesante raccolta di contributi», ha manifestato il suo entusiasmo per il clima di collaborazione instaurato con gli studenti nei cantieri di restauro. Costa, dopo aver ricordato alcuni tra i temi più importanti affrontati dagli studenti nel libro, ha parlato di decoro urbano e legalità, sottolineando che «in un ambiente indecoroso il cittadino è meno portato al rispetto delle leggi». Prampolini ha indicato il compito fondamentale della didattica, che non è soltanto quello di formare i professionisti del futuro, ma soprattutto quello di «sollecitare la società civile». In conclusione, Cagliostro ha voluto ringraziare in modo particolare i giovani studenti, «perché spetta a loro il compito più difficile: andare avanti».

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Come liberarsi del proprio principe azzurro: quando i nostri sogni diventano le nostre prigioni

novembre 4, 2009

di Noemi Azzurra Barbuto

6076420A prima vista si tratta di una fiaba, composta da tutti quegli elementi che la caratterizzano: l’incipit tipico (“C’era una volta…”), la principessa, il principe, il re, la regina, l’incantesimo da sciogliere e buffi animali parlanti e saggi. Però, in realtà, “La principessa che credeva nelle favole”, di Marcia Grad, edito da PIEMMEBESTSELLER, altro non è che un percorso di crescita e di maturazione che il lettore compie, pagina dopo pagina, indipendentemente dalla sua età e dal suo sesso, verso la verità, che non sempre è bella, anzi, più spesso è dolorosa, ma che alla fine ci salva, ammesso che noi abbiamo il coraggio di cercarla e di guardarla.

E’ questo ciò che fa Victoria, una principessa che ha impegnato tutta la sua vita nel tentativo di essere perfetta, e tanto abituata a sentirsi ripetere fin da piccola di essere troppo timorosa, fragile e delicata, da essersene infine convinta, incapace di comprendere davvero il suo valore e di vedere i suoi successi, se non riflessi negli occhi dell’uomo che ama, il principe, che lei chiama Dottor Sorriso, il quale, però, ben presto si trasforma nel Signor Nascosto, un uomo malvagio che ferisce Victoria proprio nei suoi punti deboli, che la ignora e la umilia sempre più frequentemente, accusando lei di essere la causa di questa sua trasformazione.

E’ per questo che la principessa cerca, ancora una volta, di essere a tutti i costi perfetta, di non commettere mai errori, di assecondare in tutto il suo principe, affinché non diventi il Signor Nascosto, perfetta per meritare amore, senza rendersi conto ancora che nessuno deve cambiare o essere perfetto per essere amato.

Ma ogni suo tentativo si rivela inutile, cioè incapace di abbattere il sortilegio che è stato fatto al suo amato principe.

Con la sua amica immaginaria, Vicky, che rappresenta l’alter ego irrazionale e infantile della principessa, che quest’ultima ha rinchiuso per anni in un ripostiglio affinché lei stessa potesse diventare seria, diligente e perfetta, come l’avrebbero voluta i suoi genitori, Victoria intraprende un viaggio avventuroso verso il Tempio della Verità, nel quale è custodita la pergamena sacra, credendo che questa possa contenere l’antidoto che le consentirà di salvare il principe dal sortilegio di cui questi è vittima.

fantasy14In realtà, ciò che la principessa scoprirà attraverso questo viaggio sarà qualcosa di molto più importante: se stessa, il suo potere, il suo valore, che non dipende dall’immagine riflessa negli occhi di chi ama.

Solo adesso Victoria può comprendere cosa sia veramente l’amore: non quel sogno perfetto che ha coltivato fin da bambina, né quello malato che le offre il suo principe, perché “l’amore fa star bene, in caso contrario si tratta di un sentimento ben diverso. […] Se soffri più spesso di quanto sei felice, vuol dire che non è amore, ma qualcosa di differente che ti tiene intrappolato in una sorta di prigione, e ti impedisce di vedere la porta verso la libertà, spalancata davanti a te”. L’amore vero è libertà, crescita, pace, comprensione, accettazione, sicurezza, rispetto, fiducia, incoraggiamento, esso “comporta la capacità di essere o meno d’accordo come amici e compagni, invece che come avversari e concorrenti, perché è un sentimento che non ha nulla a che spartire con i conflitti e la supremazia, […], fa in modo che la sua casa sia un castello, e non una prigione”.

Ma soprattutto la principessa comprende che una persona ama gli altri come ama se stessa, “con tenerezza e accettazione, o con intransigenza e rifiuto”.

Sì, è questo il male del principe, ciò che lo trasforma nel Signor Nascosto, non il sortilegio di una strega cattiva, bensì una malattia che ha radici nel profondo del suo essere e nella sua infanzia, e che soltanto lui può curare attraverso la medicina più potente: la verità. Il male del principe è la convinzione di non meritare amore, ecco perché tutto l’amore della principessa non gli basterà mai per guarire.

Fantasy%20(602)Ora la principessa sa che non può salvarlo, ma può salvare ancora se stessa, perché lungo il sentiero impervio della verità si deve camminare da soli.

Una fiaba questa per donne e per uomini, ricca di insegnamenti e sui generis, dal momento che non arriverà un principe su un cavallo bianco a salvare la principessa in pericolo, ma sarà lei stessa a tirarsi fuori dai guai, da sola, affidandosi semplicemente al suo coraggio e al suo cuore, che le suggerirà le strade da prendere, proprio perché non dobbiamo cercare negli altri le risposte che abbiamo già nel nostro cuore.

Victoria imparerà a stare a galla, poi a nuotare, a vincere le sue paure trasformandole in sfide, ad orientarsi, camminando da sola verso un futuro migliore che la attende, in cui sicuramente ci sarà un principe, ma che non diventerà la sua vita, perché lei amerà abbastanza se stessa da poter vivere felice e contenta con o senza di lui, un principe “perfetto nella sua imperfezione”, che non arriverà per salvarla, ma con il quale celebrare la loro stessa felicità.

La fiaba termina con la parola “inizio”, perché in ogni fine è insito un principio e il timore del nuovo e dell’incerto non deve mai tenerci incatenati a vecchie ma sicure abitudine che non costituiscono la nostra vera gioia.

Tentare nuovi percorsi è un rischio che ripaga sempre.

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“Come si conquista un paese”: cronaca del ventennio berlusconiano

novembre 1, 2009

di Noemi Azzurra Barbuto

berlusconi%20mitraNon tutti percepiscono i cambiamenti, quando si preannunciano o sono ancora in atto, occorrono sensibilità e sottigliezza per coglierli, ancora di più per anticiparli, diventando promotori di innovazione, o, più semplicemente, adeguandosi senza resistenze a una realtà che muta in continuazione, cosa che la classe politica italiana, forse troppo tradizionalista e rivolta verso il passato, ha rigettato a lungo, prima che sulla scena politica facesse il suo scintillante ingresso un uomo nuovo, un dilettante, in realtà, senza arte né parte, cioè senza esperienza politica, ma con un solido background imprenditoriale e tanta determinazione.

All’inizio Berlusconi improvvisa, non è certo della vittoria elettorale, viene sottovalutato da tutti coloro che si aspettano, per sicura abitudine, che le cose vadano come sono sempre andate, non viene perciò temuto, si scontra con lo snobismo e il senso di superiorità della sinistra italiana senza mai perdere il suo smalto. Sono quella stessa sinistra e quel centro che perdono in quel periodo la loro egemonia politica e culturale e che successivamente sceglieranno (o dovranno scegliere) di adeguarsi al modello proposto da Berlusconi, imitandolo, per cercare almeno di salvare il salvabile.

Maria Latella, direttore del settimanale “A”, nel suo libro, “Come si conquista un Paese, i mesi in cui Berlusconi ha cambiato l’Italia”, si sofferma su un aspetto fondamentale. Il cavaliere nel ’94 si ispira alle campagne elettorali americane, ne mutua il modo di proporsi al pubblico, lo stile e le forme. Quindi, è Berlusconi che importa in Italia i metodi e le tecniche del marketing-politico elettorale già in voga nel mondo anglosassone.

E’ forse proprio quella sua inesperienza politica, considerata dai suoi avversari, che lo chiamano” il pupo”, un elemento di inferiorità, unita all’esperienza nella comunicazione, nel commercio e nel marketing, a determinare il successo dell’uomo di Arcore.

Berlusconi ha creato dal nulla un partito, attraverso selezioni dei suoi esponenti, e poi lo ha venduto come prodotto, ha assimilato il concetto di elettore a quello di consumatore, cosa che scandalizzava più ieri che oggi, e ha fatto una pubblicità ripetitiva e massiccia al suo prodotto, sottolineandone le qualità rispetto a ciò che di sorpassato offriva la concorrenza.

L’Italia non conosceva, prima del ’94, queste tecniche di comunicazione politica proprie della strategia berlusconiana.

Nel suo libro Maria Latella ripercorre i mesi in cui ha preso il via l’età del berlusconismo, quel ventennio che ancora stiamo vivendo.

Il suo racconto permette di cogliere i motivi che hanno determinato il successo del Cavaliere, che non sarà una cometa destinata a spegnarsi, come credevano i suoi avversari, ma che nel 2009 è presidente del Consiglio per la quarta volta in quindici anni.

Ed è forse questo il suo segreto: Berlusconi è stato capace di conquistare e dare voce alle diverse anime di questa società complessa, mutevole e vitale, contando, – come lui stesso ha più volte affermato -, sulla sua capacità di farsi, a seconda dell’esigenza, “sia concavo che convesso”.

berlusconi-setBisogna, dunque, adeguare la politica alla società e ai suoi mutamenti (e non il contrario), rendendola duttile, come ha fatto questo Berlusconi trasformista che si fa ora operaio, ora imprenditore, ora uomo politico, restando sempre fedele a se stesso e guardando sempre in avanti, come sottolinea la stessa Latella.

Berlusconi, l’uomo nuovo, lo ha fatto questo passo. E su questo si basa il suo successo elettorale.

Nel ’94 i politici “vecchi”, quelli esperti, quelli che hanno fatto la storia della prima Repubblica, la classe politica (anche quella europea) che guarda Berlusconi con disprezzo, non sono in grado di anticipare i tempi, troppo legati come sono a modelli e metodi ormai obsoleti.

Vince chi si pone al passo con i tempi, belli o brutti che siano, questo non conta, e non resta indietro, appunto chi si fa concavo o convesso in base alla circostanza. Perde, invece, chi resiste, chi rigidamente resta aggrappato al passato e ai vecchi schemi.

“Come si conquista un Paese” non vuole essere un’apologia di Berlusconi. Maria Latella, da brava giornalista, non esprime mai la sua personale opinione. Si cerca solo di mettere in luce il fatto che, al di là dei giudizi positivi o negativi, del berlusconismo o dell’antiberlusconismo, il cavaliere non è stato altro che un abile innovatore, che ha fatto delle sue debolezze i suoi punti di forza.

Concludiamo riportando un passo dell’intervista che Maria Latella fa all’ex direttore del Corriere, Paolo Mieli, il quale afferma: “…il fattore economico ha pesato su quelle elezioni del ’94 e anche successivamente […] una persona ricca, che ha creato imprese importanti, ha messo su un impero televisivo, ha fatto concorrenza alla Rai, se uno così, insomma, promette ricchezza e benessere e abbassamento delle tasse, risulta più credibile dei politici eredi di quei partiti colpevoli di aver creato un buco nel debito pubblico”.

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“Cosa farò da grande”: un viaggio di fantasia su mille luci di felicità

ottobre 30, 2009

 di Noemi Azzurra Barbuto 

101635~1“L’occhio vede attraverso ciò che la mente vuole, cerchiamo di tenere sempre un piccolo spazio creativo, fatto di fantasia mista a realtà nei nostri cuori. Ci aiuterà a rimanere sempre un po’ bambini e un po’ adulti, e comunque sempre abitanti di quella fantastica isola che non c’è, ma che tanto ci manca”.

Sono queste le parole di Ivano De Cristoforo, attore e vincitore del titolo “Il più bello d’Italia 2009”, e di Sandro Ravagnani, illustre giornalista e scrittore, contenute nel libro “Cosa farò da grande”, presentato, in prima nazionale, lunedì 6 aprile alle ore 16:45, presso la Sala Biblioteca Comunale di Reggio Calabria, evento organizzato congiuntamente dall’Associazione Culturale Anassilaos, dal Centro Internazionale Scrittori della Calabria e dal Gruppo Cultura Italia, con la collaborazione dell’associazione studentesca G.A.A.I.A. Unirc. L’incontro è stato introdotto da Rosita Loreley Borruto, Presidente del CIS, da Stefano Iorfida, Presidente Anassilaos, e dal dott. Domenico Siclari, che ha promosso l’evento.

“Cosa farò da grande”, opera che sarebbe riduttivo classificare come libro di fotografia nella misura in cui lo sarebbe definirla semplicemente letteraria, trattandosi di un progetto più ampio e completo, nato come un sogno di due amici, che mescola le parole alle immagini, abilmente catturate dall’obiettivo del fotografo Gianluca Faruolo, per donare al lettore-spettatore delle emozioni e suscitare in lui una riflessione profonda sul valore del gioco in una società che è diventata forse troppo conflittuale e troppo “adulta” e che ha smesso di comunicare con i bambini, i quali sono sempre più inclini a parlare da soli, o con i propri giocattoli, o amici immaginari, dal momento che gli adulti non hanno mai tempo per ascoltarli davvero.

Il recupero della centralità che il bambino dovrebbe rivestire in ogni ambito sociale e, quindi, l’instaurazione di una comunicazione autentica tra adulto e bambino, elementi fondamentali per una società migliore, non possono assolutamente prescindere dal recupero stesso del fanciullo che alberga in ognuno di noi e che noi abbiamo dimenticato, anzi seppellito sotto il peso schiacciante di responsabilità, scadenze, impegni, delusioni, disillusioni e sfrenate ambizioni sedimentate da anni.

Ci siamo forse dimenticati dei bambini proprio perché ci siamo dimenticati di essere stati anche noi dei bambini.

Ma come si fa a tornare bambini? Secondo Sandro Ravagnani e Ivano De Cristoforo, questo è possibile solo attraverso la fantasia, il sogno, ciò che Gianluca Faruolo, autore delle fotografie contenute nel libro, chiama “la luce”. E la luce non è solo l’anima, l’essenza, essa è anche fotografia. “Ciò che realizza il mio essere uomo e i miei sogni è la fotografia – afferma Faruolo – , “essere uomini non è essere maschi, ma essere persone con una capacità di rappresentazione. Il sogno è fantasia, ma è anche felicità”.

Secondo Gianluca Faruolo, essere adulti-bambini significa conservare il menefreghismo proprio dei bambini, che vivono nel loro mondo colorato.

Dunque, si può essere uomini eppure sognare. Ne è certo De Cristoforo, il quale afferma: “I ragazzi oggi pensano che il “fisicato” come me rappresenti e incarni soltanto questo: la violenza. Ma non è affatto così, perché quelli come me possono amare anche la fantasia, ma soprattutto possono ammetterlo senza vergognarsene”.

Ed è proprio in questo libro, “Cosa farò da grande”, che la forza e la possenza fisiche vengono per la prima volta abbinate alla morbidezza e all’evanescenza del sogno, in un connubio insolito, che non stride e non stona, bensì si armonizza perfettamente, come il bianco e il nero, in un gioco di equilibri e si materializza nella bellezza, che non è propria solo di un corpo, perché essa viene dall’anima ed è arte.

Cosa farò da grande? E’ questa la domanda fondamentale che gli adulti non si pongono più ma che dovrebbero porsi spesso, poiché essa racchiude due significati importanti: il primo è che siamo tutti eternamente fanciulli, anche quando lo dimenticheremo; il secondo è che dobbiamo reinventarci ogni giorno, senza smettere mai di stupirci del miracolo quotidiano della vita, e non considerarci mai arrivati, per poter continuare a crescere, anzi a migliorarci. E si può crescere solo se si resta bambini, altrimenti si invecchia.

E alla fine anche Sandro Ravagnani, il quale ci svela con l’entusiasmo tipico dei bambini un’anima fanciulla, grande amante di topolino per i sentimenti e i valori che trasmette, primo fra tutti quello del rispetto verso l’altro, risponde al fatidico quesito: “Ecco cosa farò da grande: avrò più rispetto per le persone, le amerò di più, amerò di più i bambini. Io da grande amerò di più la vita”.

E forse tornare bambini è l’unico modo per comunicare con il prossimo in un’epoca in cui la comunicazione è tutto ed è ovunque, ma nella quale – paradossalmente – si è smesso di comunicare. Infine, è forse questo l’unico modo per tornare ad amare davvero.

 

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“La perpetua covata”: un racconto dal sud dei sud del mondo

settembre 30, 2009

di Noemi Azzurra Barbuto

perpetua_covata_homeÈ stato presentato questo pomeriggio, presso la sala conferenze del Palazzo della Provincia di Reggio Calabria, il libro La perpetua covata, di Andrea Borgia, scrittore, giornalista ed esperto di comunicazione, edito dalla giovane casa editrice calabrese Kaleidon.

Un evento importante, al quale hanno preso parte personalità di spicco del mondo della cultura e dell’informazione, tra cui Dante Maffia, illustre scrittore, il quale ha curato la prefazione del libro; l’assessore provinciale alla cultura Santo Giuffrè; il direttore responsabile della casa editrice Filippo Arillotta; Pasquino Crupi, storico della letteratura e critico. Ha introdotto e coordinato i lavori il giornalista Massimo Calabrò.

Tutti loro hanno posto l’accento sulla necessità e sull’importanza di promuovere oggi, nel panorama letterario italiano, che risulta più asservito alle regole del mercato che attento a salvaguardare la qualità delle opere pubblicate e a premiare quelle che forse meriterebbero un riconoscimento non solo in virtù dello stile, del pregio stilistico, del loro alto livello culturale, ma anche e soprattutto del messaggio sociale che trasmettono e che pongono all’attenzione dei lettori.

La casa editrice Kaleidon ha operato una scelta di fondo, quella di divulgare le opere nelle quali crede più per il loro valore culturale che per matematiche ragioni di mercato, puntando quindi sulla qualità, in controtendenza rispetto alla logica del profitto che ormai ha contaminato e domina anche il mondo della cultura e che ci impoverisce a livello umano.

In particolare, la nuova collana, “La Calabria nel cuore”, di cui il libro di Andrea Borgia costituisce il primo prodotto, ha l’obiettivo di recuperare e di divulgare il vivo della Calabria, “cercando di ristabilire – come ha affermato Arillotta – quel cordone ombelicale con i calabresi che sono andati via, creando un tramite tra noi, che siamo rimasti, e loro. Ogni anno siamo come un organismo in emorragia, perdiamo un sangue che va ad arricchire altre parti dell’Europa e del mondo. Per noi questa collana è una scommessa e questo libro un ottimo inizio”.

“La covata perpetua” è ambientato nel Messico rivoluzionario degli anni ’20 ed è la storia di Alfonso e Isela, un prete ed una perpetua, tra i quali si crea uno strano rapporto, nel quale l’uno cerca di essere l’altro dell’altro. Il tema è quello del doppio. L’ambiguità si legge già nel titolo, che può avere valore sia di sostantivo che di aggettivo. I due personaggi sono alla ricerca di una propria identità, quella che hanno perduto o che ancora devono scoprire. Nonostante l’ambientazione lontana nel tempo e nello spazio, si tratta di una storia attuale, dal momento che, come afferma lo stesso autore, “la ricerca dell’identità è qualcosa di atemporalizzato e può avvenire in qualsiasi realtà, anche in un microcosmo, come quello in cui vivono i personaggi del romanzo, che si estraniano dagli eventi storici che colpiscono il Messico, essi non ne sono toccati, gli eventi restano intangibili. L’identità è qualcosa di importante, che riguarda l’uomo, essa vale per se stessa, vale in sé, a prescindere dal luogo in cui è collocata”.

Qualcuno potrebbe chiedersi che cosa abbiano in comune il Messico e la Calabria? In verità, tante cose. Il Sud raccontato da Borgia è un sud imparentato con tutti i sud del mondo, un luogo più dello spirito che geografico. Tra quelle pagine la Calabria c’è, ma mai esibita in maniera sfacciata. La ritroviamo nei colori, nei sapori, nei profumi, nelle passioni, nelle feste, nei caratteri, nel modo di vivere della piccola comunità di Hierra, elementi che svelano l’anima merdionale dell’autore.

Così come ha affermato Crupi, lo scrittore ha mostrato che “il Sud può ancora essere raccontato secondo una nuova visione della letteratura”.

Anche Maffia ha insistito sull’importanza di questa pioneristica collana. Egli ha affermato: Stiamo vivendo un momentaccio della narrativa italiana, in cui domina il caos. La maggior parte del libri che si leggono sono senza costrutto, manca un messaggio, non solo quello morale, ma anche quello estetico. Non è vero che ciò che conta sia leggere, conta anche la qualità di ciò che si legge, perché certi libri formano, danno la possibilità di crescere e di crescere bene. La nascita di questa collana è un evento importante, perché essa prevede un progetto, quello di recuperare la letteratura calabrese, calabrese in quanto si svolge nel sud del mondo. Spesso e volentieri i calabresi hanno sofferto molto il fenomeno dell’ottundimento: noi siamo grandi e tutto ci è dovuto. C’è una frase di Corrado Alvaro che mi viene in mente. Egli ha scritto che bisogna raccogliere il maggior numero di memorie perché poi fermentino e diventino il futuro dell’uomo. Questa collana nasce con lo spirito di andare a raccogliere le memorie del passato e del presente per creare il futuro senza piagnistei. Prendiamo il passato bello. Prendiamo le cose belle e non soltanto quelle brutte. Per questo motivi, questa collana dovrebbe essere sorretta dalle autorità, per farla conoscere anche nelle scuole. C’è in essa un gesto di coraggio estremo che va incentivato”.

In fondo, recuperare il bello di noi non è altro che valorizzarci, mettendo in evidenza i lati positivi, mostrandoci agli altri sotto una nuova luce, non più quella grigia del vittimismo, né quella dell’ottundimento, di cui parla Maffia, che è propria di una bellezza che si crogiola su se stessa e che si compiace di sé, e che per questo resta vuota e lentamente si spegne. La nuova luce deriva necessariamente da una maggiore conoscenza di se stessi, dei propri punti di forza, da una riscoperta delle proprie radici e della propria civiltà. La costruzione di un futuro migliore non può prescindere da questo recupero delle memorie. E come questo libro e questa collana vogliono essere ponte tra i calabresi che sono rimasti e quelli che sono andati via, così il nostro passato costituisce ponte, struttura portante, verso il nostro futuro.