Archive for the ‘Diritti’ Category

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Nasce il divorce planner, l’organizzatore di divorzi

marzo 27, 2013

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Organizzare un matrimonio è impegnativo, ma organizzare un divorzio lo è ancora di più. Non si tratta di scegliere il colore dei fiori, lo sfondo dell’invito, il menù del pranzo di nozze o l’abito da sposa; si tratta, invece, di decisioni che determineranno il restante corso della propria esistenza e che ristruttureranno le relazioni di un nucleo familiare che con la separazione non cesserà di esistere, ma solo di stare e vivere insieme.
Ad aiutarci a rendere il giorno del nostro matrimonio davvero indimenticabile ci pensa il wedding planner, figura professionale ormai diffusa anche in Italia, perché, lo sappiamo tutti, pianificare un evento così importante causa molto stress e confusione. Ma se la figura dell’organizzatore di matrimoni risulta così rilevante, in certi casi, indispensabile, lo è ancora di più quella dell’organizzatore di divorzi, ossia del divorce planner. Figura professionale non ancora affermata in Italia, il divorce planner, che può essere sia uomo che donna, ha una formazione vasta e variegata, esperienza nel settore delle separazioni coniugali e forte empatia.
Le separazioni sono in forte aumento anche in Italia (dati Istat) e molte sono le problematiche correlate alla fine di un matrimonio, soprattutto quando ci sono dei figli. Il dolore, la rabbia, il rancore, la delusione, il senso di abbandono, la paura, sono sentimenti che impediscono a chi vive l’evento drammatico della separazione di affrontare le varie situazioni che si presentano con la lucidità e la lungimiranza necessarie.
Ecco che viene in soccorso il divorce planner, un sostegno, un consigliere fidato e riservato, un aiuto concreto e pratico. Il divorce planner, affiliato ad un’agenzia, ha a disposizione una rete di professionisti fidati con i quali ha stretto rapporti di collaborazione professionale: avvocati, mediatori familiari, psicologi, terapisti di coppia, sessuologi, chirurghi plastici, nutrizionisti, ma anche agopuntori, consulenti d’immagine, parrucchieri. Il divorce planner, in base alle esigenze del cliente, indirizza quest’ultimo verso i professionisti che farebbero al caso suo e ai quali può rivolgersi usufruendo di tariffe scontate e davvero molto convenienti.
In questo modo ci si separa risparmiando tempo, denaro e fatica. Anzi, separarsi può diventare persino piacevole e divertente, certamente non quel calvario infinito che molti vivono con lunghe attese in tribunale, udienze, soldi spesi in faccende legali, solitudine.
Nella mia agenzia di mediazione nella separazione, “Separati Sì Disperati No”, sono numerose le coppie che hanno potuto separarsi consensualmente risparmiando tantissimi soldi e ritrovando serenità e benessere, affidandosi a me nel mio ruolo di mediatrice familiare (oltre che divorce planner) per la stesura di un accordo di separazione soddisfacente per entrambi i coniugi. In seguito io ho girato di volta in volta l’accordo raggiunto in mediazione e stabilito dalle parti in piena autonomia all’avvocato, che lo ha tradotto in termini legali e portato in tribunale per l’omologazione (da questa data la coppia è separata legalmente).
Ma nella mia agenzia ho accolto e accolgo ogni giorno anche coppie in crisi che non vogliono separarsi ma provare a recuperare il loro rapporto. In questi casi, le affido alla terapista di coppia. Numerosi sono i coniugi che hanno risolto i loro conflitti attraverso il percorso con il terapista. E poi ancora donne e uomini, giovanissimi e meno giovani, che non hanno superato la fine di un amore e che cercano un sostegno psicologico o che hanno solo bisogno di essere ascoltati; donne e uomini che desiderano ricominciare una nuova vita, cambiare look, stare meglio nella loro pelle, anche affidandosi al dietologo o al chirurgo estetico; persone in cerca di un partner compatibile.
Questo è il mio lavoro di divorce planner: rispondere a quella richiesta di amore e di ascolto che viene dal mondo, dalla gente, andare oltre le parole e l’apparenza, comprendere, tendere una mano, rassicurare, mostrare nuove prospettive ed il lato positivo che c’è sempre, anche in un evento doloroso come la separazione, che non è l fine, ma un nuovo e promettente inizio. Dipende tutto da noi stessi.E come dico sempre ai miei clienti: “Il modo in cui ti separi determina il tuo futuro e quello dei tuoi figli. Rendilo il più facile possibile”.Se desideri diventare divorce planner, essere formato ed affiliarti al mio marchio e alla mia agenzia “Separati Sì Disperati No”, contattami via mail: azzurranoemi@hotmail.it

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Noi figli della crisi più nera della storia

novembre 22, 2011

di Noemi Azzurra Barbuto

Da piccoli giocavamo con il crystal ball, collezionavamo le figurine di “L’amore è”, guardavamo in tv Bim Bum Bam, Sailor Moon e Lady Oscar, indossavamo le timberland, e sognavamo il nostro brillante futuro.

Poi siamo cresciuti e abbiamo capito che niente è facile, che tutto richiede impegno e sacrificio. Abbiamo studiato duramente, per costruirci un futuro migliore, contando sul fatto che bastasse questo perché certi problemi non ci toccassero.

Già a scuola ci parlavano di disoccupazione. Ne avevamo sentito parlare insieme alla “Questione meridionale”. Le maestre ed i professori ci dicevano che i giovani andavano via da qui, dal sud, perché qui non c’era lavoro. E noi pensavamo che per noi sarebbe stato tutto diverso. Sì, il problema si sarebbe risolto, si sarebbe estinto con gli anni, e quando adulti ci saremmo inseriti nel contesto lavorativo, sarebbe stato facile, ci sarebbe stato lavoro in abbondanza, non avremmo dovuto scappare via, maledicendo la nostra terra traditrice.

E poi siamo cresciuti. Noi, generazione sfortunata, svantaggiata, osteggiata perché non lavora, noi, con tanta voglia di farlo, con tanta frustazione, con tanta rabbia, noi, indignatos, chiamati “bamboccioni” da chi un lavoro ce l’ha e anche buono. Ci considerano passivi, inermi, privi di fantasia, incapaci di costruirsi una carriera, di inventarsi un lavoro, di fronteggiare la crisi. Ci considerano persino privi di voglia di lavorare.

Ci dicono: “Il lavoro c’è, se uno lo vuole”. E dove? Diteci dove. Così noi andremo a prenderlo, noi a cui non basta più emigrare per un salario, noi figli del precariato, del lavoro nero, dell’instabilità, dell’ “oggi, per fortuna, lavoro; domani non so”. Noi figli della crisi nera, che più nera non si può.

Noi vorremmo andare via dalla casa di mamma e papà, alcuni di noi non ci stanno più bene, altri non ci sono mai stati bene ed ancora, purtroppo, non possono lasciarla, con tutti i problemi che ne conseguono. Noi vorremmo sposarci. Vorremmo costruirci una famiglia. Noi vorremmo vivere da soli. Noi vorremmo arrivare distrutti a fine giornata per il duro lavoro. Noi vorremmo fare la spesa. Noi vorremmo comprarci il pane. Noi vorremmo finalmente diventare adulti, ma stiamo soltanto diventando vecchi. Delusi, disillusi, stanchi.

Noi lottiamo per andare via dalla casa di mamma e papà, alcuni di noi non ci stanno più bene, altri non ci sono stati bene mai, e lottano ancora più forte. Noi lottiamo per sposarci. Noi lottiamo per costruirci una famiglia. Noi lottiamo per poter vivere da soli. Noi lottiamo per arrivare distutti a fine giornata per il duro lavoro. Noi lottiamo per poter fare la spesa. Noi lottiamo per comprarci il pane. Noi lottiamo per diventare finalmente adulti. Noi lottiamo per un posto di lavoro. Ma sembra tutto inutile.

E cosa sarà di noi domani? Ora non guardiamo più al futuro con la certezza che tutto si risolverà, perché tutto è peggiorato, e noi abbiamo imparato la lezione: “Mai illudersi, mai sperare, mai sognare in questo mondo che ha troppo bisogno di fantasia”.

E anche se dalla crisi usciremo, quali prospettive si apriranno per noi che siamo diventati vecchi giovani senza esperienza, senza curriculum, ma con tanto studio sulle spalle? Ci saranno altri giovani che vorranno diventare adulti. Giovani più fortunati di noi.

Non vediamo futuro. Non vediamo spazio per noi nel mondo.

Abbiamo perso tutto. Abbiamo perso la speranza.

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Infortunatosi sul lavoro, viene minacciato a mano armata: storia tragica di un uomo perbene

febbraio 5, 2011

 di Noemi Azzurra Barbuto

La sicurezza sul lavoro è un problema molto grave in Italia, dove nel 2010 si sono registrati 1080 morti sui luoghi di lavoro ed oltre 25.000 invalidi (+ 6,5% rispetto al 2009). Tale problema, nel Mezzogiorno, si unisce a quello atavico del lavoro nero, alla mancanza di considerazione della fatica altrui, male quest’ultimo molto diffuso, alla tendenza ad aggirare con disinvoltura le leggi al fine di incremetare i profitti, nonché alla disoccupazione, che spesso spinge i lavoratori ad accettare qualsiasi occupazione e qualsiasi compenso, pur di portare il pane a casa.

Inoltre, può succedere che tutto questo si intersechi con un altro atroce dramma che ci opprime, quello della malasanità, che spesso uccide o danneggia irreparabilmente (78 casi in Calabria nel 2010, 59 di questi hanno avuto come esito la morte del paziente).

È ciò che è successo a Filippo Rosace, elettricista reggino di 37 anni, che, ormai da un anno e mezzo, si trova a vivere di lavoretti occasionali, non potendo più sperare di essere assunto da un’azienda, dal momento che ha perso l’uso della mano destra.

Tuttavia, Rosace non si è arreso. Lavora, e lo fa anche bene. «Cos’altro potrei fare?», commenta dignitosamente.

Ma facciamo qualche passo indietro. Ho l’amara impressione che la storia che sto per raccontarvi non sia solo di Filippo Rosace, ma di tanti uomini che, come lui, hanno subito soprusi da parte di chi si credeva più forte ed hanno perso tutto proprio nel momento più tragico. Ma forse cio che distingue Rosace da tutti gli altri è il fatto che lui ha avuto il coraggio di denunciare i suoi oppressori. Consiste in tutto questo la grandezza di un uomo. Essa non sta nei suoi abiti firmati, né nel suo portafoglio traboccante, né nella sua casa lussuosa, né nella sua macchina costosa; bensì, nella sua umiltà, quella dignità mista di forza che lo fa andare avanti, consapevole di ciò che veramente conta nella vita, coscienza questa che lo rende felice, pur avendo poco, quasi niente. E forse è proprio questa la sua ricchezza.

È un’umiltà commovente quella che si legge sul viso di Rosace, mentre racconta un pezzettino della sua vita, piccolo ma in grado di cambiarne tutto il corso.

Rosace lavorava in nero, in qualità di elettricista-impiantista nonché di installatore di condizionatori e di impianti di riscaldamento, presso un tale, il cui nome e cognome mi limiterò ad indicare con le iniziali, A. S., fino all’agosto del 2009, quando Rosace rimane vittima di un incidente sul lavoro.

Una mattina, mentre si trova su una scala priva di sistemi di sicurezza per realizzare una traccia per l’impianto elettrico servendosi di un martello elettrico-pneumatico molto pesante, Rosace cade a terra, subendo la frattura scomposta dell’avambraccio destro e la frattura composta dell’avambraccio sinistro.

Dolorante e ferito, chiede ai suoi colleghi di allertare il 118. Ma questi, si suppone per timore nei confronti del datore di lavoro, telefonano ad A. S., il quale, a sua volta, contatta S. R., proprietario dell’immobile in cui sono in corso i lavori di ristrutturazione.

S. R. raggiunge la sua abitazione dopo circa mezz’ora dall’incidente e, caricato in macchina Rosace, invece di condurlo all’ospedale, distante poche centinaia di metri, essendo lo stabile sito in via Cardinale Portanova, si reca presso l’abitazione privata di un ortopedico, suo caro amico, P. S., che, senza una lastra, diagnostica le fratture.

Dalla casa dell’ortopedico Rosace viene condotto da S. R. agli Ospedali Riuniti, non prima che quest’ultimo si sia accertato, tramite una telefonata ad un altro suo amico impiegato all’ospedale, che non ci siano agenti di polizia alla guardiola del pronto soccorso. Avendo ricevuto il via libera, S. R. entra in ospedale e, mentre Rosace, sempre più provato, aspetta il suo turno per la radiografia, egli gli mostra un’arma di piccolo calibro, minacciandolo di riferire una notizia falsa, ossia che l’incidente è avvenuto nella barca di S. R. e non nell’abitazione dello stesso.

La ragione sta nel fatto che i lavori effettuati nella casa di S. R. erano abusivi e consistevano anche nell’elevazione di un ulteriore piano senza permesso di costruire.

“E poi io non ho paura della legge, ho amici avvocati e magistrati, e li posso pagare”, con queste parole S. R. conclude la sua intimidazione e, consegnata la radiografia, abbandona Rosace all’ospedale, il quale sarà recuperato dal padre.

Ma il dramma dell’elettricista non finisce qui, anzi deve ancora iniziare. Sarà operato dallo stesso ortopedico che lo visitò sommariamente nella sua stessa casa, P. S., su suggerimento insistente di S. R. A Rosace verranno inseriti i ferri di Sant’andrea nel braccio destro, sfilati dopo 42 giorni senza anestesia, provocando un dolore più intenso di quello patito con l’incidente stesso. Successivamente, Rosace si accorgerà di non riuscire più a muovere il pollice della mano destra. Dopo una serie di accertamenti si scoprirà che il tendine è stato tagliato per errore durante l’operazione e che è quindi irrimediabilmente compromesso.

Inoltre, le minacce saranno continue, anche durante la convalescenza, e dirette non solo alla persona di Rosace, ma anche alla moglie, disabile, ed ai genitori ormai anziani. Rosace verrà minacciato in casa sua sia da A. S. che da S. R., il quale dirà: «Se denunci, brucio vivo te, tua moglie ed i tuoi genitori».

Ci chiediamo se Rosace sia coraggioso oppure incosciente. Ascoltandolo capiamo che è solo un ragazzo con uno spiccato senso di giustizia ed una consapevolezza chiara dei suoi diritti ed ormai stanco di dovere subire in silenzio i colpi inferti alla sua dignità di uomo. Rosace ama la sua famiglia e, per tutelarla, ha scelto di denunciare una realtà nascosta eppure sotto gli occhi di tutti.

«Non mi fido degli impiegati all’Ispettorato del Lavoro, noi lavoratori siamo soli e possiamo contare solo su noi stessi e decidere se arrenderci e sopportare oppure lottare contro un nemico più forte», dichiara Rosace raccontando di come A. S. abbia un giorno corrotto due ispettori, versando loro un totale di 4.800 euro, affinché non verbalizzassero ciò che avevano visto durante un’ispezione.

Ma come è cambiata la vita di Rosace dopo quel giorno? «È tutto più difficile – spiega – nessuno mi assumerebbe, cerco di cavarmela da solo con lavori saltuari, ho imparato ad essere mancino, non voglio pesare sui miei genitori, pur essendo figlio unico».

E cosa prova? «Profonda amarezza e molta rabbia», confessa. Amarezza per la realtà che lo circonda, rabbia verso coloro che hanno minacciato i suoi genitori e sua moglie.

Stringe i pugni Rosace e con gli occhi lucidi, forse di dolore forse di sdegno, dichiara: «Io non lo conosco quel linguaggio, quello delle armi, della violenza, ma, se dovessero tornare a casa mia per metterci paura, io non potrei rispondere di me stesso».

Con tenerezza Rosace parla di sua moglie, l’unica donna che ha amato e alla quale è sempre stato fedele. Con un sorriso ci dice: «Quando a 21 anni ci fidanzammo, io le promisi che l’avrei sposata. Dovettero passare sei anni, ma poi la portai all’altare».

Poi si alza, ci saluta e torna al suo lavoro. Non si lamenta, non piange sulle sue disgrazie.

Mentre si allontana, ci accorgiamo di quanto sia ricco questo ragazzo. E in un solo istante abbiamo la misura esatta di quanto possa essere piccolo un uomo; ma, nello stesso tempo, di quanto possa essere incommensurabilmente grandioso.

 

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Giuseppe Sorgonà. Si muore anche così a Reggio Calabria

gennaio 8, 2011

di Noemi Azzurra Barbuto

8 Gennaio 2011, uno dei primi giorni di quest’anno che già non si annuncia diverso dagli altri qui, a Reggio Calabria. C’è il sole oggi. Brilla. Il cielo è azzurro, senza macchie. Il sangue non schizza mai fino a lì. Cade a terra. Fa quasi caldo, oggi.

L’avete mai provata voi quella sensazione di leggerezza uscendo di casa la mattina di un giorno di sole in pieno inverno? In più oggi è sabato. Stasera questa città promette tanti divertimenti. E’ vivace Reggio Calabria. Forse non dorme mai. C’è sempre qualcuno che osserva, che sorveglia, che resta nell’ombra, in silenzio, come se sapesse tutto.  E chi sa tutto comanda, decide. Decide anche chi muore, chi vive, chi paga, chi crescerà senza un padre, chi resterà vedova, chi piangerà suo figlio.

E anche stasera il corso Garibaldi sarà gremito di gente che non va da nessuna parte, mentre va avanti e poi indietro dentro questa bolla, illudendosi che il mondo sia tutto qui, tra un bar e una stazione. Qui l’aria a volte è soffocante ed il cielo è troppo lontano. No, il sangue schizza ma non arriva fino a lì. E neanche le lacrime.

Qui si muore. Si cade vittime di una guerra che non è mai iniziata e non è mai finita. Il nemico si mescola, fa parte di noi, è tra noi. E’ una guerra strana questa. Muori, e non sai perché.

Vivono così i reggini. Tranquilli. Con il cuore colmo di paura. Anche oggi. Soprattutto oggi che un ragazzo di 25 anni non potrà uscire di casa con il cuore leggero, non potrà godere di questo sole, perché qualcuno, che non è Dio, ha deciso che doveva morire.

Sì, è ineluttabile la morte. Lo sappiamo tutti. Eppure non si può accettare. Arriva così, su una moto, protetta da un casco. Arriva in centro città. E ti spara.

E se ne frega se c’è gente, se ne frega che è in pieno centro, che c’è un bambino accanto a te, se ne fraga di tutto. E’ spavalda la morte. E più hai paura più lei è spavalda. Ti spara in faccia. Sputa in faccia a tutti, e poi ride. Ammazza e dice: “Qui comando io. Io sono più forte di Dio, dovete saperlo tutti”.

Si muore anche così a Reggio Calabria, come se in questo angolo di Terra non vigesse la giurisdizione di Dio. Zona franca. Si muore per strada. E la rabbia fa bollire il sangue mentre ti chiedi: “Perché oggi c’è il sole se Giuseppe è stato ucciso?”. Il sole non dovrebbe sorgere su questa ingiustizia. E come può un uomo togliere la vita ad un altro uomo e poi dormire, e poi svegliarsi in un giorno di sole in pieno inverno?

E perché Dio lo permette?

Oggi si aprono vecchie ferite e nuove ferite. E fanno troppo male.

Nessuno sente, nessuno vede. Nessuno sa. Il sole splende, illumina giusti ed ingiusti, buoni e cattivi. La vita scorre come sempre, mentre il silenzio si fa più profondo, si allarga e ci inghiottisce tutti. Troppo difficile uscire da questa gabbia, ci si ritrova sempre qui. Pochi ce la fanno. Intanto questo silenzio urla, e piange, perché nessun uomo può morire così.

Si dicono tante cose su questa città. Si dice che Reggio Calabria non è più come una volta. Oggi ci sono tanti locali per i giovani, un bel lungomare curato, i ragazzi non si accoltellano più il sabato sera in discoteca solo per sfogare la noia, è tutto più sicuro, più pulito, più moderno, più evoluto.

Oggi Reggio è città metropolitana, posta al centro del mediterraneo, crocevia di popoli e di culture. Ma, finché la gente avrà paura, finché un uomo potrà morire per strada per mano di un altro uomo, sebbene il sole continuerà a splendere e a riscaldarla, Reggio Calabria non avrà futuro.

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Piscinas: da casa dei minatori a paradiso dei cervi

ottobre 11, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

Altissime dune di sabbia bianca (le più grandi in Europa) che, a tratti, precipitano e, a tratti, conducono in un mare cristallino come quello dei paradisi tropicali. E tutto intorno una vegetazione bassa e cespugliosa, ma soprattutto tanta, tantissima pietra, rossa come lava arrugginita. Non è affatto difficile scorgere, ai lati delle strade che irrompono tra i boschi e che in pochi minuti portano fino alle dune e al mare, o sulla sabbia bianca, o ai margini di ruscelli dalle acque rosse, maestosi cervi o frettolosi e piccoli cinghiali, numerosissimi da queste parti.

Non si tratta di un piccolo mondo magico, frutto della fantasia di un bambino. Siamo a Piscinas, a pochi chilometri da Cagliari, area facente parte del patrimonio dell’ UNESCO, un tempo miniera più prospera in Europa, eppure oggi località poco conosciuta, soprattutto da noi italiani.

Sembra un immenso paese incantato, quasi fantasma. Sì, fa quasi paura, sicuramente suggestone, Piscinas, di notte. Le vecchie case dei minatori adesso diroccate, ma un tempo colme di vite, sembrano ululare la loro solitudine, gridare la loro nostalgia, o piangere sommessamente i dolori vissuti, che superano di gran lunga le gioie di una vita, quella del minatore, più dura della pietra scavata a mani nude, e troppo ingiusta.

Una vita trascorsa più al buio che alla luce del sole, troppo breve, perché la roccia, quando la svisceri, soffre e dà i suoi tesori, ma poi non perdona. Uccide con la sua polvere sottile, occlude i polmoni, soffoca, fa tossire sangue.

Muoiono così i giovani minatori di Piscinas e Montevecchio, di silicosi. E le loro donne e i loro figli, ancora bambini, prendono il loro posto. Anche per loro questo destino.

Passeggiando tra i vari pozzi di estrazione, tra le varie cave, tra le case dei ricchi “padroni” e quelle dei miseri operai, sembra un tempo lontanissimo quello in cui Piscinas e Montevecchio erano popolate da ben due mila e cinquecento famiglie di lavoratori. Eppure, tra alti e bassi, la miniera, attiva già dalla seconda metà dell’Ottocento, ha resistito, trascorsa la sua epoca dorata, fino al 1991, anno in cui è stata ufficialmente chiusa e Piscinas convertita in una località turistica, frequentata abitualmente da tedeschi e svizzeri per pochi mesi durante l’anno.

Non si capisce bene se la società che gestiva la miniera abbia deciso di chiudere perché ormai tutte le risorse del sottosuolo erano state depredate e Piscinas poteva essere adesso messa da parte come un oggetto usato ed usurato, o perché i costi della manodopera erano lievitati, avendo i minatori acquisito attraverso l’istruzione ed i mezzi di informazione una maggiore consapevolezza dei loro diritti e non essendo più distosti a sottostare a quel bieco sfruttamento, che andava ad ingrossare solo le tasche dei “padroni” altezzosi.

Questi ultimi, chiusi nelle loro lussuose dimore, nei loro abiti eleganti, cosparsi di gioielli, si sentivano aristocraticamente superiori, migliori, rispetto al minatore scalzo e affaticato che trascinava da solo pesanti e giganteschi carrelli carichi di pietre grezze.

Egli veniva spesso schernito, deriso ed umiliato persino dalle mogli dei “padroni”. Così hanno narrato in semplici versi colmi di umanità vecchi minatori.

Due mondi paralleli, conviventi l’uno accanto all’altro, impenetrabili l’uno per l’altro. Da un lato, il fasto abbondante e chiassoso delle feste organizzate nei saloni dei “padroni”; dall’altro, il silenzio spoglio delle case dei minatori, interrotto a tratti da una tosse terribile e angosciante che, come un tuono annuncia il temporale, presagiva che la morte era ormai lì, dietro l’uscio.

Non si può eliminare l’ingiustizia dal mondo, eppure bisogna combatterla, come hanno fatto i minatori con le loro lotte per l’affermazione dei propri diritti.

Qualsiasi sistema fondato su un’ingiustizia troppo marcata e stridente è destinato ad esplodere, a morire, a spegnersi come le ultime luci di Piscinas.

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Il “dietro le quinte” vergognoso dei giornali patinati

giugno 5, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

Lavorare e non essere retribuiti, piuttosto dover pagare per poter fornire la propria prestazione professionale. Non è schiavitù, ma la realtà di tanti giovani che, desiderosi di realizzarsi nell’ambito giornalistico e animati da una robusta passione, accettano di scrivere gratuitamente per poter conseguire il tesserino di giornalista pubblicista, con la convinzione che, una volta raggiunto tale obiettivo, saranno ricompensanti per il loro lavoro.

Ma l’iscrizione all’albo non migliora la situazione del giornalista, semmai la peggiora. Infatti, molto facilmente il tesserino costituirà per l’editore un motivo per discriminare il lavoratore, che, dovendo ricevere un compenso e non avendo intenzione il giornale di riconoscergli ciò che gli spetta, potrà persino perdere quel posto di lavoro per il quale fino al giorno prima ha lottato.

Non è sempre così. Esistono eccezioni tutt’altro che virtuose. Così, potrà accadere, ed accade, che l’editore conceda al giornalista, premiandolo per il suo continuo impegno, un contratto il cui unico scopo è quello di aggirare l’applicazione dei compensi minimi previsti dal sindacato dei giornalisti.

Contratti vergognosi e inumani, che prevedono un corrispettivo di 3 o 4 centesimi ogni rigo pubblicato. Tocca al giornalista scegliere: o smettere di scrivere, quindi rinunciare al proprio sogno, o continuare a pagare per poter fornire la propria prestazione, in quanto il compenso imposto non potrà mai, in nessun caso, coprire le spese alle quali il lavoratore deve fare fronte per consegnare il suo pezzo.

Può durare così per anni. Solo i più determinati ed i più fortunati (cioè quelli che hanno alle spalle una famiglia che può mantenerli) resistono. Molti rinunciano al loro sogno e trovano un altro lavoro per poter vivere. Inutile negare che si tratta di un sistema capace di corrodere persino la passione più tenace.

Si chiama “sfruttamento”, perché la schiavitù è stata abolita già da tempo. Così dicono.

Ma non è finita qui. Al giornalista che avrà accettato quel vergognoso compenso toccherà persino contare rigo per rigo, centesimo per centesimo, battuta per battuta, quanto gli spetta. Un lavoro da formichine contabili. E se non eseguirà tale operazione non saprà se ha raggiunto, mollichina per mollichina, il suo stipendio annuo. Sì, perché, pur scrivendo tutti i giorni, ci vogliono mesi e mesi prima di raggiungere i 300 euro.

Ma il giornale ti fa un favore. Apri gli occhi. Ascolta. Ti permettono di scrivere, di essere letto e conosciuto, di vedere il tuo nome sulla pagina (wow!). Non osare lamentarti e non chiedere di più, verrai solo sminuito, e c’è già un altro pronto a prendere il tuo posto. E sai che fortuna per lui!

Infatti, continuando così per mesi, per anni, sforzandoti con tutto te stesso, cercando di dimostrare con tutte le tue forze al giornale che ti sai impegnare, che puoi farcela, che sai fare bene il tuo mestiere, potrà accadere, forse, un giorno, che il giornale, o qualcuno del settore, ti noti.

È questo il “dietro le quinte” dei giornali patinati che, dall’alto del pulpito, puntano il dito e parlano indignati di diritti violati, di disoccupazione, di criminalità, di sfruttamento di manodopera. Così bene e così tanto che tu non puoi fare a meno di pensare: «Loro sì, loro sì che le rispettano le regole!».

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Inaugurata la casetta in legno per i familiari dei detenuti

Maggio 13, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

È una piccola e confortevole casetta in legno, costruita all’interno della casa circondariale di San Pietro a Reggio Calabria e dotata di giochi, la struttura destinata ad accogliere i familiari dei detenuti in visita, inaugurata ieri mattina e benedetta dall’arcivescovo Monsignor Vittorio Mondello.

Hakuna Matata, questo il nome della casa, porrà finalmente fine alle estenuanti attese dei familiari fuori dai cancelli del carcere esposti alle intemperie, provvedendo in particolare ad attutire l’impatto traumatico dei bambini con il ferroso edificio carcerario, come ha sottolineato l’assessore comunale alle politiche sociali Tilde Minasi.

Si tratta di un piccolo mondo a misura di bambino, alla cui organizzazione e gestione provvederà l’associazione contro il disagio sociale “Il Ponte”, con una serie di interventi, che vanno dal dialogo all’orientamento al lavoro, rivolti ai detenuti e alle loro famiglie.

«Una prova di attenzione verso la persona umana», l’ha definita l’arcivescovo, la colorata struttura, realizzata con il contributo dell’amministrazione comunale di Reggio Calabria e dell’Ufficio del Garante dei diritti dei detenuti, che ha fortemente sostenuto il progetto, è stata costruita «con la manodopera dei detenuti che hanno lavorato duramente notte e giorno», ha spiegato la direttrice del carcere Maria Carmela Longo.

Le pareti, affrescate dagli studenti dell’accademia delle Belle Arti di Reggio Calabria con immagini che riprendono scene del celebre film della Walt Disney “Il re leone”, vogliono ricordare il messaggio del film stesso: non conta quanto sia pesante il passato che ci portiamo dietro, occorre concentrarsi sul presente, guardando al futuro con ottimismo.

Dopo la benedizione del locale, si è tenuta una conferenza, sempre all’interno della casa circondariale, per presentare la terza relazione annuale dell’Ufficio del Garante.

Appuntamento ormai tradizionale «per riflettere su ciò che abbiamo fatto e dove vogliamo andare per dare maggiore dignità ai detenuti», ha spiegato Longo.

Ha illustrato l’andamento dell’attività del suo ufficio ma soprattutto l’atrocità del sistema carcerario attuale il garante Giuseppe Tuccio.

Una situazione di perenne emergenza, secondo Tuccio, alla quale si cerca erroneamente di fare fronte mediante interventi maldestri che derogano al principio rieducativo che sta alla base del sistema penitenziario.

Sarebbe piuttosto opportuna una riforma organica del sistema legale delle pene, ma «non resta che constatare come la stagione delle riforme strutturali tarda davvero ad apparire sull’orizzonte politico del nostro Paese», ha concluso Tuccio.

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Il questore Casabona incontra i ragazzi della Cassiodoro

aprile 29, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

«Ospite speciale», così il giornalista Francesco Tiziano ha definito il questore reggino Carmelo Casabona, che ieri pomeriggio, accolto con le note dell’inno nazionale, ha incontrato gli studenti delle quinte classi del circolo didattico “Aurelio Cassiodoro” di Pellaro, in occasione del settimo appuntamento del ciclo “Testimonials istituzionali”.

Un incontro avvenuto poche ore dopo la maxi operazione, compiuta dagli agenti della squadra mobile di Reggio Calabria, dai carabinieri e dai militari della guardia di finanza e denominata “Migrantes”, che, nel corso della scorsa notte, ha portato all’esecuzione di ben trentuno ordinanze di custodia cautelare nei confronti di soggetti ritenuti compartecipi di un’organizzazione finalizzata allo sfruttamento della manodopera extracomunitaria nelle campagne di Rosarno.

In questo clima ancora effervescente, inevitabile per Casabona, chiamato a parlare di legalità, affrontare argomenti connessi allo sfruttamento del lavoro nel Mezzogiorno e al controllo delle attività economiche da parte delle organizzazioni criminali di stampo mafioso.

«Deformazioni comportamentali», secondo il questore, che non appartengono soltanto agli appartenenti alle cosche, ma che sono ormai sedimentate ed acquisite da tutti i meridionali, traducendosi in una generale quanto ignobile tendenza, da parte degli imprenditori e delle aziende, a cercare il proprio arricchimento, contenendo i costi, quindi risparmiando sul lavoro dei dipendenti.

Che siano immigrati o no, che siano giovani alle prime armi o padri e madri di famiglia, i lavoratori qui in Calabria sono spesso costretti ad accettare delle condizioni inique di lavoro, consistenti soprattutto in retribuzioni di gran lunga inferiori a ciò che dovrebbero ricevere in corrispondenza alle loro prestazioni, senza potersi ribellare. Pena la perdita del lavoro.

Ma cosa si cela dietro tutto questo? Sicuramente, in parte, una scarsa consapevolezza dei propri diritti, abbastanza diffusa nel meridione, dove spesso la legge dello Stato viene sostituita dalla legge fatta dal singolo, ma anche e soprattutto secoli di storia. Pagine che Casabona ha voluto raccontare ai ragazzi, partendo da un’unità d’Italia fatta male, ovvero, come ha spiegato il questore, non tenendo debitamente conto delle enormi diversità tra il nord, più ricco e più evoluto, ed il sud, ancora fermo al periodo feudale.

Tocca adesso ai giovani andare avanti, rispettando gli altri e anche se stessi, per cancellare ogni retaggio di una storia in qualche modo “sbagliata”.

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La legge 68/99 per favorire l’inserimento lavorativo e sociale dei disabili

gennaio 15, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

Portare al centro la persona, favorendone l’inserimento sociale e lavorativo, e sviluppare un approccio globale al problema. Sono questi gli obiettivi fondamentali dell’associazione Genitori di Bambini e Adulti Disabili (A.Ge.Di.), attiva dal 1986 e promotrice dagli albori del progetto “Sportello Informativo Handicap – SIH”, che nel 2009 ha ricevuto il sostegno da parte della Provincia di Reggio Calabria, realizzando importanti risultati.

Il progetto SIH, come ha spiegato Maria Mirella Gangeri, presidente A.Ge.Di onlus, nel corso dell’incontro tematico “Legge 68/99: collocamento mirato”, tenutasi martedì 12 gennaio nel salone delle conferenze del Palazzo della Provincia, «si propone di creare uno spazio di interazione tra i soggetti coinvolti, garantendo alle persone disabili e alle loro famiglie un supporto nonché un reale riferimento per qualunque esigenza».

L’A.Ge.Di., associazione «nata dalla rabbia canalizzata in attività produttive», così l’ha descritta Gangeri, ha dato vita ad una rete sociale utile a tirare fuori dall’isolamento le famiglie che vivono questo tipo di problemi.

Non è facile essere portatori di handicap in una società che ha il culto dell’efficienza, ma non lo è neanche essere genitori di figli disabili. Tra le innumerevoli preoccupazioni anche quella di garantire ai propri figli un futuro, consistente soprattutto in lavoro che ne agevoli l’integrazione nel tessuto sociale. Ed è a questa esigenza che vuole rispondere la legge 68/99 sul collocamento mirato, che, come hanno illustrato gli avvocati Roberta Meduri e Cinzia Iadicola, prevede per le persone con disabilità l’inserimento in un posto di lavoro adatto, sviluppandone le loro potenzialità e ponendo a carico delle imprese sia pubbliche che private che abbiano alle proprie dipendenze minimo 15 persone l’obbligo dell’assunzione. Una legge non del tutto attuata in Italia e soprattutto al Sud, dove le percentuali di inserimento lavorativo sono sotto la media.

La colpa, secondo l’assessore provinciale Michele Tripodi, è da attribuire soprattutto alle aziende private «dove non si riesce ad applicare il principio nello spirito della legge».

«Nel Mezzogiorno dobbiamo passare dall’assistenzialismo all’assistenza», ha dichiarato l’assessore provinciale Attilio Tucci, secondo il quale «il mondo dei disabili non ha bisogno di inutile pietismo da parte delle autorità pubbliche», bensì di azioni concrete messe in atto prima dello stato di emergenza.

La soluzione, secondo il vicepresidente del consiglio comunale Bruno Ferraro, deve essere sia locale che nazionale. A livello locale occorre monitorare tutti gli enti pubblici affinché adempiano all’obbligo dell’assunzione; a livello nazionale, invece, sarebbe opportuno favorire il prepensionamento dei genitori di figli disabili.

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“Questa è la CGIL che vogliamo”: verso il XVI congresso nazionale

dicembre 17, 2009

di Noemi Azzurra Barbuto

Più vicina alle esigenze dei lavoratori, più moderna, più impegnata nella lotta per la piena occupazione, più attenta ai giovani e agli anziani. È questa la CGIL che vogliono i segretari riunitisi ieri pomeriggio nell’aula magna dell’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, coordinati da Tonino Perna, docente dell’Università di Messina, al fine di presentare ufficialmente il documento “La CGIL che vogliamo, lavoro, democrazia e diritti”.

Numerose le tematiche all’ordine del giorno affrontate da Antonio Barberio, segretario generale FISAC-CGIL Calabria, Mario Sinopoli, segretario generale FIOM-CGIL Calabria, Daniele Carchidi, segretario Nidil-CGIL Catanzaro Lamezia, e da Carlo Podda, segretario generale nazionale FP-CGIL.

Ciò che è emerso nel corso del dibattito è stata un’esigenza di rinnovamento della strategia complessiva che fino ad oggi ha guidato l’azione della confederazione, la più grande organizzazione sociale del Paese che conta 6 milioni di iscritti, dettata dai mutamenti in atto all’interno della società italiana e mondiale.

Il secondo documento, “La CGIL che vogliamo”, che verrà discusso nel corso del XVI congresso nazionale e che si contrappone ad un primo, disegna un’organizzazione capace non solo di svolgere un ruolo più attivo e propositivo, ma anche di agire con maggiore compattezza, creando una strategia lineare ed unitaria, l’unica veramente vincente nella lotta per i diritti dei lavoratori.

Come hanno sottolineato tutti i segretari, le sfide da affrontare non sono poche: crisi economica, precariato, licenziamenti di massa. Ma la prima, assolutamente da vincere per poter poi superare tutte le altre, consiste proprio nel ritrovare unità, nel tornare a parlare con una voce sola, superando le divisioni interne che tolgono efficacia e forza alle proposte avanzate dalla confederazione.

«La CGIL così com’è non ci piace, perché non sta bene di salute» ha dichiarato Sinopoli. La cura più efficace, secondo i segretari, è proprio il secondo documento, che segua un vistoso cambiamento di rotta rispetto al passato, restituendo alla confederazione il suo ruolo di baluardo di democrazia e di difesa dei diritti di tutti i lavoratori, compresi quelli «scoraggiati», come li ha chiamati Perna, ossia quelli che, ormai demoralizzati da un mercato incapace di assorbirne la domanda, rinunciano a cercare lavoro.

«C’è un futuro da conquistare», recita lo slogan del secondo documento. Ma, secondo Perna, «non c’è nulla da conquistare, bensì tutto da restituire alle giovani generazioni, derubate dalla società e nate con gravi debiti sulle spalle».