Archive for the ‘Antimafia’ Category

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Al via con il colonnello Angelosanto i progetti didattico culturali di Riferimenti

ottobre 30, 2009

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di Noemi Azzurra Barbuto

È un piccolo appartamento confiscato alla criminalità organizzata e poi concesso dal nostro comune per l’utilizzo a fini sociali quale sede dell’organizzazione di volontariato “Riferimenti”. Ed è qui in via XXV Luglio, nella zona nord della città di Reggio Calabria, che si sono incontrati il presidente dell’associazione “Riferimenti”, Adriana Musella, e il comandante provinciale dei carabinieri, colonnello Pasquale Angelosanto, accompagnato dal comandante della Compagnia cittadina, capitano Nicola De Tullio, alla presenza di tutti gli studenti dell’ultimo anno della scuola media statale “Galileo Galilei”.

Un’occasione per scoprire nella sede nazionale dell’organizzazione, che è presente su buona parte del territorio italiano, la targa dedicata all’ingegnere salernitano Gennaro Musella, padre di Adriana, ucciso dalla mafia il 3 maggio del 1982; ma anche per ricordare tutte le vittime della violenza criminale attraverso il simbolo della gerbera gialla, un fiore che rappresenta il dolore dei lutti ma, nello stesso tempo, la rinascita della speranza di creare nuove etiche collettive.

E portano il nome di “Gerbera Gialla” i progetti didattico-culturali di Riferimenti, di cui l’incontro di oggi con la scuola media non è che una felice partenza. Musella infatti spiega che altre scuole della città, a rotazione, parteciperanno a questi appuntamenti educativi, perché, «per contrastare la criminalità organizzata, non basta – afferma la Musella – l’opera della magistratura e delle forze dell’ordine, c’è bisogno di qualcosa di più grande, bisogna creare una cultura della legalità».

«La via sono i ragazzi», ne è convinta Musella, che racconta di come, fino a pochi anni fa, venisse negata da tutti persino l’esistenza della mafia. Molte cose sono cambiate da allora, ma molte ancora restano da realizzarsi. «Non è frequente questo tipo di contatto con gli alunni delle scuole, ma è qualcosa di molto positivo, perché è da voi che dipende il futuro», queste le parole di Angelosanto ai ragazzi, che hanno dimostrato molta curiosità riguardo ai metodi di indagine e alle attività dell’Arma dei Carabinieri. Numerosi sono stati i temi affrontati, dal traffico internazionale di sostanze stupefacenti all’usura, dal riciclaggio di denaro sporco al gioco d’azzardo.

Il comandante provinciale ha spiegato anche perché la ‘ndrangheta sia più potente rispetto alle altre organizzazioni criminali, ossia a causa della sua struttura familiare, che, legando con il sangue tutti i suoi affiliati, la rende inattaccabile, dal momento che rinnegarne l’appartenenza equivarrebbe a tradire il padre, o il fratello, o lo zio.

«Le forze di polizia non possono superare queste difficoltà – ha affermato Angelosanto – serve la collaborazione da parte di tutti i cittadini». Ecco perché ad un ragazzo che chiede un consiglio da dare ai cittadini Angelosanto risponde: «Denunciate sempre tutte le prevaricazioni di cui restate vittime. Fatelo senza timore, perché, se tutti facciamo la nostra parte, il risultato sarà positivo».

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Una magistratura con le armi spuntate: intervista al procuratore aggiunto della Dda Nicola Gratteri

ottobre 29, 2009

di Noemi Azzurra Barbuto

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È un dedalo di lunghi corridoi. Facile perdersi camminando all’interno del palazzo di giustizia di Reggio Calabria. È qui che incontriamo il procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia Nicola Gratteri.

Sorride Gratteri, lui che è solito non lasciare trasparire nessuna emozione quando lavora e assume l’atteggiamento di un chirurgo intento ad eseguire con il suo bisturi una delicata operazione, adesso può scherzare e spiegarci il suo metodo infallibile per orientarsi in questo labirinto. Se lo applichi, non ti perdi mai.

Ci fidiamo, perché ne ha inventati e applicati tanti di metodi Gratteri per orientarsi lungo maglie ben più intricate, per penetrare nei meandri oscuri delle organizzazioni criminali. Un metodo. Che cos’è un metodo? Secondo Giovanni Falcone «qualcosa di decisivo, di grande spessore. Senza un metodo non ci si capisce niente».

E qual è il metodo di Gratteri? Qualcosa di duttile, ma che ha alla base un principio fondamentale: «Vado avanti nel mio lavoro per due ragioni: io non ho il senso del limite né il senso della paura».

Se hai paura, ti fermi. Se non metti in conto ogni possibilità, rischi di vedere realizzato ciò che non avevi previsto. Se ti lasci vincere dalle emozioni, diventi miope davanti alla realtà. Fallisci. No, un magistrato non può permetterselo. Ecco il motivo per cui Nicola Gratteri non smette mai di lavorare se non una settimana l’anno, durante la quale non si distacca mai dal suo telefonino, perché «potrebbe essere necessario essere presente». La sua vita è il suo lavoro.

È con Gratteri che vogliamo affrontare un argomento spinoso, cioè quello relativo alla modifica della disciplina delle intercettazioni, prevista dal ddl Alfano.

L’intercettazione nel diritto processuale penale italiano è un mezzo di ricerca della prova tipico ed è uno strumento di cui la magistratura e gli investigatori si servono per condurre le loro indagini. Il suo uso si è rivelato fondamentale e decisivo nella cattura di importanti latitanti, tra i quali lo stesso Bernardo Provenzano.

A causa del moltiplicarsi incontrollato di continue interferenze nella vita privata dei cittadini e dell’emergere del problema della divulgazione delle intercettazioni stesse, il governo Berlusconi ha elaborato un progetto di riforma che interviene drasticamente nella materia. Infatti, da un lato, vengono ridotti i casi in cui è consentito ricorrere alle intercettazioni, tenendo poco conto delle esigenze investigative della magistratura; dall’altro, in nome di una maggiore tutela della privacy, viene fortemente ridimensionata la pubblicazione del contenuto delle intercettazioni, colpendo un diritto fondamentale dell’uomo quale la libertà di espressione, intesa sia dal lato attivo che dal lato passivo, cioè sia come diritto ad informare che come diritto ad essere informati.

gratteri_2In pratica, come ci spiega nel dettaglio Gratteri, se il ddl dovesse essere convertito in legge, per un pubblico ministero sarà molto più difficile richiedere e ottenere l’autorizzazione ad intercettare; in alcuni casi le intercettazioni diventeranno impossibili, o perché il procedimento è contro ignoti o perché non esistono “gravi indizi di colpevolezza” (prima erano sufficienti “gravi indizi di reato”); dopo il sessantesimo giorno le intercettazioni dovranno comunque essere interrotte. Inoltre, la pubblicazione del loro contenuto sarà sottoposto a forti restrizioni, con severe sanzioni a carico dei trasgressori (editori e giornalisti).

Il ddl Alfano ha suscitato, per tutti questi motivi, perplessità e timori da parte dell’opinione pubblica, della magistratura e del mondo dell’informazione.

Chiediamo a Gratteri che peso hanno le intercettazioni nelle indagini di mafia.
«Le mafie, come la società civile, utilizzano per le loro attività, sia lecite che illecite, i mezzi, gli strumenti, la tecnologia, e quindi anche i telefonini, utili per la realizzazione delle attività rispettivamente lecite ed illecite. Quindici anni fa i telefoni cellulari erano poco usati, quindi la polizia giudiziaria cercava di intercettare i telefoni di cui aveva la conoscenza numerica, di cui sapeva l’esistenza. Appena sono stati inventati e distribuiti in commercio i telefonini mobili non era possibile intercettarli, dopo circa un anno è stato inventato uno strumento, la valigetta, che rendeva necessario seguire la persona da intercettare. Nel ’93 mi è capitato di intercettare un riciclatore della ‘ndrangheta che andava a riciclare nell’Est europeo e che utilizzava il cellulare, ma che purtroppo viaggiava su una ferrari, o una maserati biturbo. Poi la tecnologia si è perfezionata e abbiamo iniziato ad intercettare tutti i telefonini senza seguirli. Successivamente è stato utilizzato il sistema di trasmissione GSM. Anche in questa circostanza non abbiamo avuto la possibilità di intercettare, ed una volta creata la tecnologia per poterlo fare, era possibile intercettare non più di trecento telefonini in Italia. Questo per dire che i sistemi di intercettazione hanno sempre inseguito la tecnologia che il mercato immette per l’uso civile. Partendo da quegli anni, con quei pochi mezzi, oggi si è arrivati al punto che in Italia ogni cittadino ha in media un telefonino e mezzo. Tutte le attività, sia lecite, che di natura privata, che di natura illecita, avvengono tramite l’uso diffuso del cellulare. Quindi c’è un massiccio utilizzo della tecnologia sia per scopi leciti che illeciti. È inevitabile che, se si vuole dimostrare la commissione di un reato, è necessario intercettare un gran numero di telefonini».

Dunque non si può parlare di abuso da parte della magistratura dello strumento dell’intercettazione, eppure il ministro Alfano ha individuato la ratio della riforma proprio nell’uso smodato delle intercettazioni, che ha reso necessaria la tutela della privacy dei cittadini. Egli ha affermato che i magistrati non lavorano solo con le cuffie, sminuendo così il valore delle intercettazioni. Cosa ne pensa?
«I grandi numeri relativi alle intercettazioni riportati dal Ministero della Giustizia traggono in inganno l’opinione pubblica, perché, quando si fanno dei grafici e si danno dei numeri di statistica, a seconda dei parametri che io stabilisco, quegli stessi numeri possono sembrare assai o pochi. Recentemente ho fatto un’indagine per associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti nei confronti di 53 persone. Queste sono state intercettate un anno, un anno e mezzo, due. Per intercettare queste persone, è stato necessario intercettare 10.500 telefonini. Se io sono una persona onesta, dirò che sono state intercettate 53 persone; se io non sono una persona onesta, dirò che sono state intercettate 10.500 persone. In pratica, il trafficante di cocaina fa un numero di telefono e parla con il cugino per 15-20 secondi, senza dire come si chiama, senza fare nomi, modificando il tono della voce, fornisce notizie sul carico che sta arrivando in Europa, poi butta la scheda e all’estero ne compra una nuova, anonima, o intestata ad una persona morta, quindi, alla telefonata successiva avrà un nuovo numero. Di conseguenza io, ogni giorno, ogni settimana, ogni due settimane al massimo, nei confronti della stessa persona dovrò chiedere una nuova intercettazione. Questo giochino viene fatto da tutti gli indagati. Cambiano tutti scheda per disperdere le loro tracce. E noi cerchiamo di arrivarci nuovamente, di raggiungerli. Questo è un esempio. Io nell’arco di un anno faccio dieci di queste indagini, moltiplichiamo questo esempio per tutte le procure d’Italia, 27, ecco perché poi abbiamo quei grandi numeri».

Quanto costa un’intercettazione?
«Rispondo con un altro esempio, perché ritengo che così la gente possa comprendere meglio. Mettiamo il caso che io debba pedinare una persona, che ritengo stia commettendo un reato, da Reggio Calabria a Roma. Ho due modi per sapere in quale casa o in quale ufficio si reca: o metto sotto controllo il suo cellulare o lo pedino, in quest’ultimo caso, con un’altissima possibilità di essere scoperto. Se mi servo del telefono, questa operazione mi costa 12 euro più iva nell’arco delle 24 ore. Invece, se non posso utilizzare il cellulare, devo organizzare un pedinamento, quindi impiegare due o tre macchine, con a bordo due o tre persone, con il rischio di perdere il soggetto lungo il viaggio, o nel traffico della capitale, di essere scoperti, con costi elevatissimi dal punto di vista economico. Questo esempio rende chiara l’importanza dello strumento dell’intercettazione, che non è solo utile ma anche economico».

In uno stato democratico è più importante tutelare la privacy dei cittadini o il loro diritto ad essere informati? Come si raggiunge un equilibrio tra queste due esigenze?
«Tutto sta alla deontologia e alla sensibilità del giornalista. Il diritto all’informazione è importante perché è attraverso l’informazione che i cittadini si formano una coscienza di ciò che accade nel mondo, ma spesso, per la brama di uno scoop, si creano danni alle indagini e quindi alla tutela della collettività».

Pentiti e intercettazioni: cosa è più utile alla magistratura?
«Nella prima metà degli anni ’90 c’è stato il boom dei collaboratori di giustizia perché dal punto di vista normativo era utile esserlo. Specifico che uso il termine “collaboratori di giustizia” e non quello di “pentiti” non a caso, innanzitutto perché la norma non prevede che si dichiarino pentiti; in secondo luogo, perché non si sono pentiti mai, hanno collaborato, ma non hanno mai dichiarato di essere pentiti. Ad ogni modo, essi sono stati uno strumento importante e formidabile, perché per decenni c’erano stati omicidi irrisolti e indagini che non si riusciva mai a portare alla fase del dibattimento. Col tempo questo fenomeno si è andato affievolendo, sia perché era un fatto fisiologico (in quel momento c’era tanta gente disposta a collaborare), sia perché ci sono state delle modifiche normative tali da non rendere più conveniente collaborare. Le intercettazioni sono rimaste lo strumento più garantista ed economico per l’acquisizione della prova. Più garantista perché, se c’è l’intercettazione, si tratta della voce del protagonista, che non può essere modificata, non può essere una verità storpiata; mentre, un collaboratore di giustizia, essendo un essere umano, può raccontare un fatto in modo diverso da quello che è stato nella realtà, anche involontariamente. Quindi l’intercettazione è una forma di prova di assoluta valenza».

giovanni_falconeIn particolare Gratteri ci spiega come l’introduzione del metodo del patteggiamento in appello (abrogato dal primo decreto legge dell’attuale governo), che consentiva una forte riduzione di pena nel momento in cui in Corte di appello si trovava un accordo tra l’avvocato e il pm di udienza (sostituto procuratore generale), abbia reso molto più conveniente andare in carcere ed uscirne presto, piuttosto che collaborare con la giustizia e fare i conti dopo con un’organizzazione mafiosa piena di voglia di pareggiare i conti con il sangue. Dunque, lo Stato depotenziò allora lo strumento dei collaboratori di giustizia (come disse lo stesso Falcone: «Non mi stupisce che qualcuno si sia pentito di essersi pentito»), e ora vuole privare la magistratura di un altro mezzo indispensabile per le indagini, le intercettazioni, inceppando la macchina della giustizia, invece di renderla più veloce; burocratizzandola ulteriormente, invece di snellirla, aumentando la faraginosità del processo penale; rendendo, inoltre, sempre più probabile il rischio che la magistratura resti indietro, dal punto di vista dell’uso delle moderne tecnologie, contro una criminalità sempre più attrezzata e all’avanguardia. Sembra quasi che la nostra magistratura debba lottare non solo contro la criminalità, facendo così il proprio dovere, ma anche per restare in possesso di quegli strumenti di lavoro che le spettano, esattamente come al chirurgo il bisturi.

Cosa prova un magistrato che si vede all’improvviso privato dei suoi strumenti di lavoro?
«Prova grande amarezza, però bisogna stringere i denti, andare avanti e fare bene il proprio lavoro, con fedeltà alle istituzioni e non mollando mai per non fare il gioco degli sporcaccioni».

Pensa davvero che i politici fanno leggi a loro vantaggio?
«Chiunque è al potere non vuole essere controllato, condizionato, quindi non tollera un sistema giudiziario forte. Molti parlamentari sono in buonafede; molti non conoscono l’argomento, quindi votano a seconda di ciò che dice il capogruppo; altri sono in malafede; altri ancora sanno di creare un danno per la collettività, ma non per il centro di potere che rappresentano».

Con questa riforma lo Stato, tutelando la privacy dei cittadini, non rischia di nuocere alla loro sicurezza?
«È ovvio che, se dovesse entrare in vigore la legge, non avremmo più il polso della situazione, nessun controllo sulle mafie, e, quindi, la collettività risulterebbe meno tutelata».

Pensa che nei paesi cosiddetti “civili” dell’Occidente, compresa l’Italia, valori quali la libertà di pensiero, di espressione, la democrazia stessa, siano traguardi ormai raggiunti per sempre o sempre in pericolo?
«Io dico che la democrazia, quei valori che a noi sembrano assoluti, inamovibili, certi, in verità, non lo sono. Essi non sono né sicuri né assodati e noi dobbiamo stare attenti, giorno per giorno, che qualcuno non ce li rubi e non ci spogli di quei valori che stanno alla base della nostra Repubblica. Essi non costituiscono certezza granitica, automatismo. L’opinione pubblica non si deve assuefare a certe spallate, a certe espressioni forti, né bisogna riderne o sorriderne».

Platone auspicava ne “La Repubblica” un governo retto dai filosofi, cioè uomini giusti. È quello che auspica anche lei?
«Io mi auspico una maggiore coerenza tra ciò che si fa e ciò che ognuno di noi dovrebbe fare per quello che è il proprio ruolo e la propria funzione. Siamo tutti bravi ad essere pensatori, grandi strateghi, però poi, nel nostro lavoro, non siamo coerenti. Se lo fossimo, tutto sarebbe diverso e non saremmo in questa situazione».

Alla fine dell’intervista ci chiediamo quando un metodo risulta essere efficace. Probabilmente quando è al passo con i tempi. Giovanni Falcone diceva che «le informazioni invecchiano e i metodi della lotta devono essere continuamente aggiornati». La mafia questo sa farlo e lo fa molto bene; lo Stato, invece, sta dimostrando ancora di non saperlo fare, o di non volerlo fare. E chissà cosa direbbe oggi il giudice Falcone, il quale insistette spesso sul ruolo indispensabile delle intercettazioni, soprattutto nell’ambito delle indagini realtive al traffico di stupefacenti, se sapesse che la magistratura corre il rischio di essere privata della possibilità di servirsi di questo strumento, (rischio che corriamo tutti, perché sono in gioco qui la nostra sicurezza e la nostra libertà). Forse non si stupirebbe. E oggi è sempre più difficile combattere e vincere una guerra armati di clava e di martello!

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A tu per tu con il pm della Dda Antonio De Bernardo

ottobre 28, 2009

antoniodi Noemi Azzurra Barbuto

Coraggiosi eroi dal lungo mantello nero e dal volto scoperto, ma anche uomini, come tutti quanti noi, pieni di dubbi, di malinconie, di paure. Le mettono da parte però in nome di un ideale più grande, nel quale, nonostante tutto, non hanno mai smesso di credere. E’ questa la forza: essere uomini ma continuare a credere anche quando tutto intorno crolla e tu ti accorgi tra le macerie di essere rimasto da solo a farlo, anzi credere proprio per questo con maggiore intensità.

Sono i sostituti procuratori della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA), istituita presso la Procura della Repubblica del tribunale di ventisei capoluoghi di distretto di Corte d’appello, i quali, in tutta Italia, si impegnano quotidianamente nella lotta alla criminalità organizzata.

Ecco cosa significa davvero “dedicare la propria vita al lavoro”: non si tratta soltanto delle numerose ore, sia diurne che notturne, trascorse ad indagare, ad interrogare, a studiare, a ricostruire ogni parola, ogni gesto, ogni fatto, in cerca della verità; ma anche e soprattutto della perdita, volontaria ma non per questo meno sofferta, di tante piccole libertà che noi diamo per scontate e che, in effetti, tali dovrebbero essere anche per coloro che stanno sul fronte della legalità.

In un mondo perfetto chi sbaglia calpestando i diritti degli altri dovrebbe nascondersi e temere; ma questo mondo è terribilmente imperfetto e pieno di assurde contraddizioni, così succede che uomini onesti debbano rinunciare a parte della propria libertà personale proprio in nome della Libertà e della Giustizia, per costruire una società migliore in cui vivere tutti alla luce del sole.

Ma cosa c’è dietro questa scelta? Per comprenderlo abbia rivolto alcune domande ad un sostituto procuratore antimafia della DDA di Reggio Calabria, il Dott. Antonio De Bernardo. Sul suo viso scorgiamo un senso di forza consapevole, una calma sicura che sembra derivare dalla coscienza, ormai fin troppo chiara, della realtà del mondo in cui viviamo; ma non è rassegnazione, piuttosto è volontà di non lasciarsi scivolare giù, mentre tutto il resto scivola.

Cosa ne pensa del rapporto tra mafia e politica?
“La politica è la sede in cui la collettività prende le sue decisioni più importanti, soprattutto in settori cruciali dell’economia, e, quindi, è inevitabile che un’entità parassitaria come la mafia tenti di inserirsi nei processi decisionali; d’altra parte, la mafia è in grado di controllare consistenti pacchetti di voti e questo crea, in alcuni casi, una sorta di simbiosi molto pericolosa con parte delle istituzioni. Il rapporto andrebbe scardinato, ma questo compito non spetta soltanto alla magistratura”.

Gli avvenimenti degli anni di fuoco della lotta alla mafia, ’92-’93, l’hanno toccata in qualche modo?
“Nessun cittadino e nessun magistrato potrà mai dirsi non toccato da quelle vicende, che hanno determinato in me la spinta propulsiva verso la mia scelta professionale”.

Quali pensieri e quali sensazioni suscitò in Lei l’assassinio di Giovanni Falcone?
“Suscitò in me sentimenti di rabbia e di profonda tristezza, insieme alla convinzione che da quel punto bisognasse necessariamente iniziare a reagire seguendo il suo esempio”.

La mafia dovrebbe essere combattuta agendo su più fronti: istituzionale, culturale, politico, sociale. Secondo Lei, in cosa dovrebbe consistere l’impegno da parte dei giovani?
I giovani devono riavvicinarsi al valore della legalità, anzi devono proprio riscoprirlo come valore, perché oggi c’è la tendenza a considerare il rispetto della legalità come una limitazione della libertà, invece è l’unica strada per raggiungerla davvero.

“Mi viene in mente una frase di Rousseau, “Avrei voluto vivere e morire libero, cioè tanto sottomesso alle leggi che né io né alcuno avesse potuto sentirne il giogo onorevole, giogo salutare e dolce, che le teste più orgogliose sopportano tanto più docilmente quanto più sono fatte per non portarne nessun altro”.

Giovanni Falcone diceva a proposito di se stesso: “Non sono Robin Hood né un kamikaze e tantomeno un trappista. Sono semplicemente un servitore dello Stato in terra infidelium”. Lei si ritrova in questa definizione?
“Sicuramente sì, anche se a volte le condizioni sono talmente difficili che il magistrato può sentirsi o apparire davvero come Robin Hood, o come un kamikaze, o come un trappista. Quando questo accade, vuol dire che c’è nel sistema qualcosa di patologico che deve essere corretto”.

La mafia deve essere combattuta ancora nel territorio in cui è nata, nonostante abbia assunto caratteristiche transnazionali?
“Sicuramente è innegabile il suo carattere transnazionale, un aspetto su cui forse si è concentrata in ritardo l’attenzione degli operatori, tuttavia è sempre nelle sfortunate terre del meridione d’Italia che le cosche prendono le loro decisioni, hanno i loro vertici e la loro forza. Quindi l’azione repressiva non può prescindere da un costante monitoraggio dell’attività dei sodalizi criminosi nei territori di origine”.

Quanto il Suo lavoro condiziona la Sua vita privata?
“Condiziona molto la mia vita privata, innanzitutto per la mole di lavoro e anche per i profili relativi alla sicurezza. Ma sono limitazioni che si mette in conto di dovere accettare nel momento stesso in cui si decide di occuparsi di antimafia”.

Giovanni Falcone disse: “Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno”. Secondo Lei, egli fu ucciso dalla mafia o lo uccise piuttosto l’essere stato lasciato da solo a combattere una battaglia troppo grande per un solo uomo, quindi il non essere stato supportato adeguatamente dallo Stato? E’ questa la solitudine a cui è condannato l’eroe che diventa scomodo per la sua grandezza?
“Giovanni Falcone è stato ucciso dalla mafia. E’ indubbio che la magistratura in prima linea nella lotta alla mafia deve sempre poter contare – pur nella normalissima dialettica istituzionale -, sul costante e visibile appoggio della società civile e di tutte le istituzioni, appoggio senza il quale l’azione repressiva risulta senz’altro indebolita, e l’esposizione dei singoli magistrati più evidente”.

Cosa è cambiato da allora?
“Le morti di Falcone e di Borsellino hanno sortito l’effetto di sensibilizzare molto l’opinione pubblica riguardo ai temi della lotta alla mafia, effetto che a distanza di anni forse si va esaurendo purtroppo in larghi settori della società civile”.

Lei ha paura?
“No. Mai”.

Rafforzare la presenza dello Stato può costituire un mezzo per sconfiggere la mafia, abbattendo la convinzione, antica e radicata nella gente del sud, che lo Stato sia lontano e assente dal Mezzoggiorno d’Italia?
“Lo Stato in tutto il Mezzogiorno d’Italia ha il dovere di essere e di apparire credibile, di offrire alternative concrete ai giovani, di creare opportunità di sviluppo in maniera legale e trasparente. Senza tutto questo l’idea di una reale lotta alla mafia è assolutamente velleitaria”.

Che cos’è l’omertà?
“La rinuncia alla propria dignità imposta dalla paura”.

Che cos’è il senso di appartenenza?
“Qualcosa di cui tutti, soprattutto i giovani, hanno un estremo bisogno. Se le istituzioni, la cultura, la politica, la scuola e la società civile rinunciano ad esercitare la propria funzione e lasciano questo terreno alle organizzazioni criminali, la lotta alla mafia è senza speranza. I giovani hanno bisogno di modelli identificativi, e purtroppo, in alcune realtà, trovano solo quelli offerti dalle organizzazioni criminali”.

E l’onore?
“L’onore è l’idea che ciascuno ha di sé in relazione ad un sistema di valori. Se il sistema di valori non è condiviso, l’onore finisce con l’essere solo un malinteso”.

La mafia è un’organizzazione in crisi?
“Non direi che sia in crisi. Essa è in continua evoluzione, e nessuno può prevedere quali potranno essere le sue forme di adattamento alle novità proposte dal progresso sociale e tecnologico. Ma, come disse Falcone, probabilmente essa è un fenomeno umano che come tale ha un inizio e anche una fine”.

Qual è la Sua preoccupazione oggi?
“La mia preoccupazione è poter continuare a svolgere le funzioni inquirenti con strumenti sufficientemente adeguati alla complessità del fenomeno che si intende contrastare”.

Cosa consiglia ai giovani che leggeranno questa intervista?
“Ai giovani consiglio di non perdere mai la speranza. Il loro futuro se lo costruiscano loro, perché non devono aspettare nessuno. E consiglio anche di non delegare mai ad altri le proprie scelte”.

Cosa direbbe a Giovanni Falcone se fossi qui adesso?
“Gli chiederei di mettere ancora a disposizione le sue capacità, ma non ce ne sarebbe bisogno, so che lo farebbe. Inoltre, gli chiederei dei consigli”.

Qual è il Suo primo pensiero al mattino?
“Che le persone a me care stiano bene”.

E l’ultimo alla sera?
“Lo stesso”.

Le capita mai di mettere in dubbio le Sue certezze riguardo ad un caso su cui ha lavorato e di accorgersi che forse ha commesso un errore?
“Nel processo il dubbio è un elemento fondamentale. E’ uno strumento di lavoro. Attraverso la continua soluzione dei dubbi ci si avvicina alla verità”.

Esiste la Giustizia?
“Kelsen diceva che il singolo non può raggiungere mai la felicità individuale perché l’unica felicità possibile è quella collettiva. La felicità sociale si chiama “giustizia”, che non è qualcosa di già dato, ma qualcosa che bisogna costruire giorno per giorno. Questa tensione verso la giustiza caratterizza tutta la vicenda umana, senza questa idea di giustizia non può esistere la libertà, non può esistere la felicità, non può esistere il progresso”.

Si sente mai solo?
“Molto spesso. In fondo, lo siamo tutti quanti. Però, l’idea che al mondo ci siano tante persone oneste che perseguono le mie stesse finalità mi fa sentire meglio”.

Alla fine di questa intervista a noi sembra di capire soprattutto una cosa: coloro che ci sembrano limitati nella loro libertà, proprio a causa di una scelta professionale che inevitabilmente comporta delle attenzioni maggiori verso i propri gesti, verso le proprie parole e le proprie più banali decisioni quotidiane, sono forse gli uomini più liberi al mondo; perché, se da un lato, è vero che spesso devono girare sotto tutela, dall’altro, essi possono guardare a testa alta la luce del sole e non temere mai che quella luce ne riveli anche le ombre.

Forse dietro questa scelta c’è tanta rabbia, rabbia verso un mondo che non ha soddisfatto le nostre aspettative ideali, e più questi valori erano sentiti più forte essa sarà; ma anche tanta passione.

Sì, è una scelta d’amore fare il pubblico ministero.