Archive for the ‘Antimafia’ Category

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“Spada locale” o “Pistola locale”?: scempio sull’immagine di Giuseppe Sorgonà

giugno 23, 2011

di Noemi Azzurra Barbuto

Quando ci si abitua alla brutalità e alla violenza, accade che il segno che queste lasciano è sempre più superficiale, e molto facilmente si può dimenticare. Le ferite inferte su una pelle indurita dalle botte della vita quasi non sanguinano più.

No, non fa più effetto qui la morte. Quella morte che guidando una motocicletta si accosta al finestrino e ti fa fuori. Pum. E la vita finisce.

Ma la vita continua. E le vite che scorrono frenetiche cancellano il sangue sull’asfalto, i passi affrettati della gente ogni mattina consumano le strade, i marciapiedi, le macchine passano distratte, mentre vanno da qualche parte. Nessuno si accorge che lì, ai lembi di quella via trafficata, qualcuno è stato ucciso. Nessuno se ne ricorda già più. Un mazzo di fiori freschi, posati con dolore e con amore, non basta a rinverdire la memoria dei passanti che vogliono solo dimenticare ed andare avanti intenti a vivere, né la foto di un ragazzo sorridente. Tutto fa parte dell’abitudine. Niente sconvolge.

È passata troppa vita sulla morte. Per questo non stupisce più che un ragazzo sia stato crivellato su quella via, né che su quel lampione, sopra quella foto e quei fiori, ogni mattina qualcuno privo di sensibilità esibisca un grande cartellone con una rudimentale scritta: “Spada locale euro 20.00”. E, come se questo non bastasse, accanto al lampione la testa sanguinante di un pescespada che infilza un altro cartello recante la medesima indicazione.

Sembra quasi una beffa crudele e cinica.

È questo il peggiore simbolo dell’assuefazione alla violenza, cruda testimonianza della mancanza di rispetto verso chi troppo precocemente è caduto per mano e per scelta di qualcuno che non è Dio.

Altra vita scorrerà su questa morte, su quella strada, accanto a quel lampione. Tutto sarà diverso: le macchine, le stagioni, i fiori, il pesce. Il mondo continuerà ad andare a rotoli. La gente continuerà a dimenticare. Noi invecchieremo. Ciò che resterà immutabile per tutta la vita sarà il sorriso di Giuseppe Sorgonà, un ragazzo di appena 25 anni, sparato un pomeriggio di gennaio del 2011 in via De Nava a Reggio Calabria, mentre, uscito da poco dal lavoro, tornava a casa in macchina con accanto il suo bambino di un anno e mezzo.

Ed ogni volta che i suoi assassini passeranno da quella strada dovranno guardarlo quel sorriso. Il sorriso di chi hanno ucciso. La vita che scorre cancella il sangue sull’asfalto, a volte persino il ricordo, ma non potrà mai pulire le loro mani.

 

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Giuseppe Sorgonà. Si muore anche così a Reggio Calabria

gennaio 8, 2011

di Noemi Azzurra Barbuto

8 Gennaio 2011, uno dei primi giorni di quest’anno che già non si annuncia diverso dagli altri qui, a Reggio Calabria. C’è il sole oggi. Brilla. Il cielo è azzurro, senza macchie. Il sangue non schizza mai fino a lì. Cade a terra. Fa quasi caldo, oggi.

L’avete mai provata voi quella sensazione di leggerezza uscendo di casa la mattina di un giorno di sole in pieno inverno? In più oggi è sabato. Stasera questa città promette tanti divertimenti. E’ vivace Reggio Calabria. Forse non dorme mai. C’è sempre qualcuno che osserva, che sorveglia, che resta nell’ombra, in silenzio, come se sapesse tutto.  E chi sa tutto comanda, decide. Decide anche chi muore, chi vive, chi paga, chi crescerà senza un padre, chi resterà vedova, chi piangerà suo figlio.

E anche stasera il corso Garibaldi sarà gremito di gente che non va da nessuna parte, mentre va avanti e poi indietro dentro questa bolla, illudendosi che il mondo sia tutto qui, tra un bar e una stazione. Qui l’aria a volte è soffocante ed il cielo è troppo lontano. No, il sangue schizza ma non arriva fino a lì. E neanche le lacrime.

Qui si muore. Si cade vittime di una guerra che non è mai iniziata e non è mai finita. Il nemico si mescola, fa parte di noi, è tra noi. E’ una guerra strana questa. Muori, e non sai perché.

Vivono così i reggini. Tranquilli. Con il cuore colmo di paura. Anche oggi. Soprattutto oggi che un ragazzo di 25 anni non potrà uscire di casa con il cuore leggero, non potrà godere di questo sole, perché qualcuno, che non è Dio, ha deciso che doveva morire.

Sì, è ineluttabile la morte. Lo sappiamo tutti. Eppure non si può accettare. Arriva così, su una moto, protetta da un casco. Arriva in centro città. E ti spara.

E se ne frega se c’è gente, se ne frega che è in pieno centro, che c’è un bambino accanto a te, se ne fraga di tutto. E’ spavalda la morte. E più hai paura più lei è spavalda. Ti spara in faccia. Sputa in faccia a tutti, e poi ride. Ammazza e dice: “Qui comando io. Io sono più forte di Dio, dovete saperlo tutti”.

Si muore anche così a Reggio Calabria, come se in questo angolo di Terra non vigesse la giurisdizione di Dio. Zona franca. Si muore per strada. E la rabbia fa bollire il sangue mentre ti chiedi: “Perché oggi c’è il sole se Giuseppe è stato ucciso?”. Il sole non dovrebbe sorgere su questa ingiustizia. E come può un uomo togliere la vita ad un altro uomo e poi dormire, e poi svegliarsi in un giorno di sole in pieno inverno?

E perché Dio lo permette?

Oggi si aprono vecchie ferite e nuove ferite. E fanno troppo male.

Nessuno sente, nessuno vede. Nessuno sa. Il sole splende, illumina giusti ed ingiusti, buoni e cattivi. La vita scorre come sempre, mentre il silenzio si fa più profondo, si allarga e ci inghiottisce tutti. Troppo difficile uscire da questa gabbia, ci si ritrova sempre qui. Pochi ce la fanno. Intanto questo silenzio urla, e piange, perché nessun uomo può morire così.

Si dicono tante cose su questa città. Si dice che Reggio Calabria non è più come una volta. Oggi ci sono tanti locali per i giovani, un bel lungomare curato, i ragazzi non si accoltellano più il sabato sera in discoteca solo per sfogare la noia, è tutto più sicuro, più pulito, più moderno, più evoluto.

Oggi Reggio è città metropolitana, posta al centro del mediterraneo, crocevia di popoli e di culture. Ma, finché la gente avrà paura, finché un uomo potrà morire per strada per mano di un altro uomo, sebbene il sole continuerà a splendere e a riscaldarla, Reggio Calabria non avrà futuro.

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Atam S.p.A. e Museo della ‘Ndrangheta: insieme contro la mafia

maggio 28, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

C’è la volontà di fare rete al fine di diffondere efficacemente la cultura della legalità alla base del protocollo d’intesa siglato ieri mattina presso la sede dell’Azienda Trasporti per l’Area Metropolitana (Atam), sita in via Foro Boario a Reggio Calabria, e dal Museo della ‘ndrangheta.

L’accordo, firmato da Demetrio Arena, amministratore unico dell’azienda di trasporto pubblico, e da Claudio La Camera, coordinatore del museo, porterà alla promozione di un punto informativo itinerante sulla legalità e sulla sicurezza nella città di Reggio Calabria.

L’iniziativa, che per ora prende l’avvio come un progetto pilota, destinato ad essere perfezionato in corso d’opera in armonia con le esigenze e le risposte dei cittadini, ha l’obiettivo di divulgare una corretta informazione sia sulla ‘ndrangheta che sulla numerose attività di contrasto alla stessa.

Sulla scia del successo avuto dalla campagna di sensibilizzazione denominata “Vedo, sento e parlo. Insieme contro la ‘ndrangheta”, avviata qualche mese fa in collaborazione con l’amministrazione comunale, che ha visto il bus della legalità percorrere quotidianamente le vie della città, Atam ha deciso «fornire un altro piccolo e doveroso contributo», come ha spiegato Arena.

Infatti, secondo l’amministratore unico, solo attraverso la partecipazione di ciascuno è possibile svolgere un’azione di efficace contrasto alla criminalità organizzata. E l’Atam, consapevole del proprio ruolo sociale e dell’elevata visibilità di cui godono i propri mezzi di trasporto, vuole fare la sua parte.

«L’elemento itinerante ha successo all’interno della città perché fortifica il contatto con la gente», ha dichiarato La Camera, il quale ha invitato le altre associazioni a prendere parte a questo importante progetto, portando le loro idee e le loro proposte.

«È in atto un cambiamento», ha continuato La Camera. Infatti, fino a due decenni fa non si parlava neanche di ‘ndrangheta, mentre oggi la presenza del bus “Vedo, sento e parlo” indica che il muro muto dell’omertà è forse meno robusto di quanto sembrava.

Parlare. È questo il primo passo fondamentale, secondo il coordinatore, per una presa di coscienza del fenomeno mafioso, fase che precede il cambiamento.

Dopo aver rimarcato l’importanza del progetto, il consigliere comunale Giuseppe Sergi ha avanzato un’interessante proposta: spostare il punto informativo nelle zone più degradate della città, lì dove la presenza della criminalità si fa sentire più forte.

Si creerebbe in questo modo una sorta di presidio capace di rafforzare la vicinanza e la fiducia tra cittadini ed istituzioni.

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La lotta alla mafia tra associazionismo ed istituzioni

maggio 14, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

Discutere di mafia, ma soprattutto di antimafia. È stato questo l’obiettivo del convegno promosso dal Comitato Interprovinciale per il Diritto alla Sicurezza (Cids), tenutosi ieri mattina all’interno di palazzo San Giorgio a Reggio Calabria.

Un’occasione per riflettere insieme sui numerosi problemi che affliggono il Mezzogiorno, in particolare la Calabria, la regione con la più alta densità mafiosa in Europa. Ed è proprio la criminalità organizzata la matrice comune di tutte le problematiche sociali ed economiche locali, dalla disoccupazione alla corruzione.

Prendendo le mosse dal vergognoso applauso al boss Giovanni Tegano davanti alla questura reggina al momento del suo arresto, nonché dalla reazione di indignazione che questo gesto ha suscitato, Demetrio Costantino, presidente del Cids, ha elencato gli interventi più urgenti nell’ambito della lotta alla criminalità organizzata.

Migliorare la legislazione riguardante la certezza della pena; bloccare l’iter del disegno di legge “svuota carceri”, che avrebbe conseguenze pericolose in termini di sicurezza; adottare delle misure adeguate per l’utilizzo intelligente dei beni acquisiti illecitamente e confiscati; aumentare le risorse del Fondo di solidarietà destinato ai familiari delle vittime. Sono questi solo alcuni degli strumenti che, secondo Costantino, contribuirebbero a rendere più penetrante l’azione di contrasto alla criminalità mafiosa.

Repressione che non può fare a meno della prevenzione, che deve avere il contributo da parte di tutta la società civile, come ha sottolineato anche Enzo Pisano, che ritiene che «la lotta alla mafia avrà successo a condizione che sia democratica», ossia partecipata.

«Le associazioni non bastano», ha continuato Pisano. Fondamentale il ruolo dei giovani affinché si realizzi quello «sforzo di verità» che, secondo Francesco Toscano, vicepresidente Cids, «deve portare ad una nuova classe politica, che non si porti dietro il puzzo del ricatto morale».

A questo proposito, Costantino ha sollecitato la Commissione parlamentare antimafia, che, in relazione al connubio mafia-politica, ha reso noto che alle elezioni regionali in Calabria i candidati fuori dal codice etico erano 28 e ben 18 eletti, a fornire «maggiori elementi per non sospettare e generalizzare su tutti».

Molta sensibilità è stata mostrata nei confronti dei familiari delle vittime, che spesso subiscono disattenzione e trattamenti ineguali. «Ci vuole sobrietà per non accrescere la disperazione dei familiari lasciati nel silenzio», ha affermato il presidente del Cids.

Ma, nella lotta alla criminalità, «la priorità assoluta è l’educazione alla legalità», al fine di creare un clima di fiducia nonché un rapporto diretto tra istituzioni e cittadini.

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“La legalità è la vostra forza”: il gip Tommasina Cotroneo incontra i giovani

maggio 5, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

«La legalità è la vostra forza», con queste parole Tommasina Cotroneo, giudice delle indagini preliminari (Gip) del Tribunale di Reggio Calabria, ha esordito nel suo incontro con gli alunni del circolo didattico Aurelio Cassiodoro di Pellaro, in occasione del sesto appuntamento, moderato dal giornalista Francesco Tiziano, del ciclo “Testimonials istituzionali”, tenutosi ieri pomeriggio nella scuola elementare.

Il progetto, che coinvolge le quinte classi dell’istituto, come ha spiegato la dirigente scolastica, Giusy Princi, rientra nell’ambito della sperimentazione del percorso di “Cittadinanza e costituzione”.

L’obiettivo è quello di favorire l’acquisizione da parte dei ragazzi di una coscienza civica nonché l’interiorizzazione delle regole fondanti del vivere civile, attraverso l’incontro diretto con coloro che ricoprono ruoli istituzionali e che possono quindi trasmettere ai giovani la loro esperienza.

Non è stato facile per Cotroneo spiegare ai piccoli studenti le funzioni del giudice ed il significato di termini complessi, quali “principio di legalità”, “ordinamento giuridico”, “giurisdizione”, “costituzione”. Ma non c’è dubbio che i bambini abbiano colto il messaggio fondamentale del gip: le regole non si rispettano per paura della punizione, ma perché questo è funzionale al vivere civile.

«Attraverso la legalità ci si affranca, perché il rispetto delle regole è strumento di libertà e di progresso», ha dichiarato Cotroneo, che ritiene che l’educazione alla legalità sia più efficace quanto più avviene in tenera età.

Ma cosa vuol dire “vivere nella legalità”? «Significa non barattare i diritti con i favori», secondo Cotroneo. Indispensabile a questo scopo l’istruzione, perché studiare è «l’unico modo per proteggersi dall’arroganza e dai soprusi».

È dunque un invito ad impegnarsi di più a scuola quello lanciato ai ragazzi dal giudice, affinché possano essere liberi domani e vivere onestamente, contribuendo all’indebolimento della criminalità organizzata, che trova terreno fertile nell’arretratezza culturale.

«Il recupero della legalità non passa attraverso l’inasprimento della pena, ma attraverso un progetto di informazione e di formazione dei giovani», ha affermato Cotroneo.

A guidare questo progetto devono essere la scuola e la famiglia, secondo il gip reggino. Sono queste, infatti, le istituzioni che, prima di tutte le altre, «hanno il compito di favorire l’assorbimento da parte dei più giovani del concetto di legalità – ha concluso Cotroneo – affinché diventi parte essenziale dell’uomo».

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Le Giornate della Gerbera Gialla per ricordare le vittime di mafia

maggio 5, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

Segnano un tragitto in tappe le Giornate della Gerbera Gialla 2010, organizzate dall’associazione Riferimenti, impegnata dal 1995 nella diffusione di una cultura antimafia, con l’adesione del Presidente della Repubblica. È il percorso della memoria, presentato ieri mattina nel Salone dei Lampadari di Palazzo San Giorgio e tracciato affinché venga perpetuato il ricordo di tutte le vittime di mafia uccise nel mese di maggio, tra queste Gennaro Musella, padre di Adriana Musella, presidente del Coordinamento antimafia Riferimenti, scomparso il 3 maggio del 1982.

E parte proprio lunedì 3 maggio dalla città di Reggio Calabria, concludendosi venerdì 28 a Peschiera del Garda, l’iter, giunto quest’anno alla diciottesima edizione, che coinvolgerà diverse regioni italiane (Calabria, Sicilia, Campania, Lazio, Veneto e Toscana), e numerose delegazioni di studenti.

In prima linea, accanto ai ragazzi, la Polizia, L’Arma dei Carabinieri, la Guardia di Finanza e la Marina militare. Quest’ultima ha messo a disposizione un’unità navale, che nella mattina del 3 ormeggerà a largo, in direzione dell’arena dello stretto, e che nel pomeriggio sarà visitabile dal pubblico nel porto di Reggio Calabria, prima di partire, la mattina seguente, verso Vibo Valentia, seconda tappa del percorso.

Il percorso si aprirà di mattina con un corteo che partirà da Piazza Italia e al quale prenderanno parte gli studenti delle cinque provincie calabresi. Per concludere in modo grandioso la prima giornata, si terrà, nel Salone dei Lampadari di Palazzo San Giorgio, alle ore 18, una conferenza dal titolo “’Ndrangheta”, che vedrà la partecipazione del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso.

Al fine di preparare i giovani a questo importante incontro, stamattina, sempre a Palazzo San Giorgio, gli studenti reggini avranno modo di confrontarsi con il procuratore capo della Procura della Repubblica di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone.

Un’altra tappa cruciale del percorso è quella di Ravello di sabato 8 maggio, quando verranno consegnati i premi Gerbera Gialla, come ha anticipato Musella, al ministro Roberto Maroni e al questore reggino Carmelo Casabona, per il loro impegno nella lotta contro la criminalità organizzata.

Nel corso della conferenza di ieri mattina, Musella, il vicesindaco reggino Giuseppe Raffa e l’assessore provinciale alla Pubblica Istruzione di Vibo Valentia Maria Salvia hanno mostrato la loro indignazione per l’applauso a Tegano davanti alla questura subito dopo il suo arresto.

Un gesto che, tuttavia, non ha meravigliato Musella, dal momento che, come lei stessa ha affermato, «l’applauso proveniva da amici e parenti del boss». Ma «un applauso non vuol dire che una città sia mafiosa», ha continuato la presidente, aggiungendo che «il 3 maggio ne avremo la prova», grazie all’adesione al corteo di tantissimi ragazzi che rappresentano la speranza per questa terra.

Parole confermate anche da Raffa, che ritiene che «la città si riconosce in chi combatte la ‘ndrangheta ed in chi si ribella alla cultura mafiosa».

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Fondazione Giovanni Filianoti: un bilancio dei primi due mesi di attività

aprile 26, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

Due anni sono pochi per dimenticare qualcosa che non si cancellerà mai, eppure bastano per edificare dalle macerie di una vita recisa con violenza un’associazione che alla logica insensata dell’odio preferisce quella nobile dell’amore.

Un’idea nata una sera, come un sogno, durante l’intima conversazione di un fratello e di una sorella, stretti tra il dolore cocente per la perdita del padre, assassinato brutalmente davanti alla propria casa, ed il desiderio di dare un senso a questa tragedia, per renderla in qualche modo più sopportabile.

E fu quello il primo seme della fondazione Giovanni Filianoti, creata dalla famiglia dell’agente assicurativo ucciso il primo febbraio del 2008 ed inaugurata il primo febbraio del 2010, a due anni esatti dalla sua prematura scomparsa.

Si dice che il tempo lenisca ogni dolore, ma ci sono ferite che non si rimargineranno mai. Restano lì, aperte, testimonianza cruda di un’ingiustizia troppo grande alla quale si oppone una dignità altrettanto grandiosa. Quella che si legge sul volto di Natalia Filianoti, presidente della fondazione Giovanni Filianoti, che ci ha accolti nella elegante sede dell’associazione, sita in via Fata Morgana a Reggio Calabria, per illustrarci i prossimi obiettivi nonché per stendere il primo bilancio di questi due mesi di attività.

La collaborazione offerta e l’amicizia mostrata dalle tante altre associazioni impegnate sul fronte della legalità come Libera ed il Museo della ‘ndrangheta, il sostegno ricevuto dalla società civile ed i numerosi progetti che stanno diventando ogni giorno più concreti, contribuiscono a rendere più che positiva la prima fase di apertura dei lavori.

In cantiere la costruzione, all’interno della sede della fondazione, di una biblioteca tematica sulla criminalità organizzata, composta da libri (i primi sono già stati catalogati) sia acquistati che donati dalle case editrici e dagli autori stessi. Non è escluso, come ha anticipato Filianoti, che la biblioteca si trasformi in un centro ricreativo che sia anche un caffè letterario, dove gli autori, sia conosciuti che emergenti, possano presentare le loro opere.

Grande la voglia di scappare da una città che non sembrava più la propria casa, e poi la scelta di restare, impegnandosi per cercare di contribuire alla diffusione di quella cultura della legalità senza la quale, secondo Filianoti, non è possibile nessun cambiamento di rotta.

«Cambiare vita non è cambiare città», afferma la presidente, che ritiene che ci sia più coraggio nella scelta di restare che in quella di andare via.

Infatti, non sono poche le difficoltà che i giovani del Sud si trovano ad affrontare soprattutto in questo momento di crisi non solo economica ma anche morale, nel quale diventa facile perdere le speranze per un futuro migliore. Tuttavia, è indispensabile, secondo Filianoti, il contributo dei ragazzi per la costruzione di una società fondata sui valori della legalità e del rispetto degli altri.

«L’unico modo per sradicare la ‘ndrangheta è lavorare sui giovani attraverso buoni esempi, non esiste altra strada», ne è convinta Filianoti.

Reggio Calabria ha bisogno dei giovani e questi hanno bisogno di una città che li faccia sentire accolti e nella quale possano avere un ruolo. E la fondazione Filianoti si propone di diventare spazio non solo ideale ma anche fisico in cui i giovani possano incontrarsi e sviluppare le loro idee, dando vita a quel dialogo, basato sull’ascolto, che uccide il silenzio omertoso che ancora si respira nell’aria e di cui tutti siamo vittime.

«Il vero problema sta nel silenzio della gente – ha affermato la giovane presidente – abbiamo paura di comunicare e non ci rendiamo conto che lì dove manca la comunicazione nascono le difficoltà».

La trasformazione del dolore in forza per non avere poi paura di niente perché niente sarà mai più grande di quel dolore, la conversione della rabbia in impegno e dell’odio in offerta d’amore, tutto questo c’è dietro la fondazione Giovanni Filianoti e dietro tutte le associazioni impegnate nel fare muro contro la criminalità.

Infine, chiediamo a Filianoti il perché di questa scelta. «Lo fai perché lo senti», risponde.

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La fondazione Giovanni Filianoti: mattone importante per una società migliore

febbraio 12, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

Trasformare la disperazione in speranza e la rabbia in impegno sociale. È la scelta dei familiari di Giovanni Filianoti, onesto imprenditore reggino assassinato brutalmente da ignoti il 1 febbraio del 2008 davanti alla sua abitazione, i quali hanno dato vita ad una fondazione a scopo benefico a lui intitolata, inaugurata lunedì primo febbraio, in occasione del secondo anniversario della morte, presso la sede di via Fata Morgana a Reggio Calabria.

Nata sotto i migliori auspici, considerando la copiosa presenza dei cittadini e degli esponenti politici, tra i quali il sindaco Giuseppe Scopelliti, che ha reciso il nastro rosso insieme ai figli dell’imprenditore scomparso, la fondazione, come ha spiegato la sua presidente, Natalia Filianoti, «rappresenta un luogo fisico ed ideale dove incontrare nostro padre ed uno strumento per approdare ad una società migliore».

Obiettivi della fondazione sono infatti quello di perpetuare la memoria di Giovanni Filianoti, nonché la promozione della cultura della legalità soprattutto tra i giovani.

Ed è a loro che la fondazione si rivolge, spingendoli a reagire senza violenza e sostenendoli nella loro crescita morale e civile, attraverso borse di studio, formazione lavorativa e diversi progetti indirizzati e pensati dai ragazzi.

La prima attività sarà una borsa di studio in favore degli studenti dell’istituto tecnico commerciale Raffaele Piria, chiamati ad esprimersi sul tema dell’omertà.

«Abbiamo deciso di continuare la strada tracciata da nostro padre, rendendo pubblico il suo stile di vita ed il suo modo di pensare: aiutare il prossimo», ha affermato il vicepresidente Walter Filianoti.

La creazione della fondazione rappresenta già un deciso strappo a quella mentalità atavica, fino a poco tempo fa troppo diffusa nel Mezzogiorno, che vuole che all’odio si risponda con altro odio, dando vita ad una spirale di sangue e di rancori che non ha vincitori ma soltanto vinti.

La famiglia Filianoti, invece, come ha sottolineato Scopelliti, all’ingiusta ed irreparabile perdita del loro congiunto ha risposto con l’amore. Un insegnamento importante per tutti, indice di una profonda forza interiore nonché di un’evoluzione in atto all’interno della nostra società.

«Avete posto un mattone nuovo per la costruzione di una città diversa», ha concluso il sindaco, ringraziando i familiari di Giovanni Filianoti.

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La mafia ha più paura della scuola che della giustizia

dicembre 4, 2009

di Noemi Azzurra Barbuto

La mafia ha più paura della scuola che della giustizia. Ne sono convinti gli studenti dell’Istituto Comprensivo “Telesio-Montalbetti”, che hanno dato vita al primo Parlamento della Legalità, insediatosi ieri mattina.

Questa particolare istituzione è composta da venticinque giovani parlamentari, che hanno giurato fedeltà alla costituzione italiana davanti alle autorità civili, militari e religiose, che hanno dato il patrocinio morale al progetto elaborato dall’Osservatorio sulla Legalità, i cui obiettivi fondamentali sono, come ha sottolineato Grazia Gatto, presidente dall’osservatorio e promotrice dell’iniziativa, «la costruzione di reali percorsi di libertà e di cittadinanza e il rafforzamento della fiducia nella giustizia e nello Stato».

La creazione del Parlamento della legalità, che si inserisce nel quadro del progetto “Cittadinanza e Costituzione”, costituisce una di quelle attività portate avanti dalla scuola Montalbetti «al fine di rendere attraente la scuola – ha spiegato la preside Marisa Maisano – trasformandola in un luogo dal quale i ragazzi non vogliono andare via».

Uno degli obiettivi del Parlamento sarà la bonifica del perimetro della scuola attraverso la realizzazione di un orto botanico dotato di panchine, gazebo, lampioni e targhe esplicative, scritte anche in braille, che diventerà un punto di incontro accessibile a tutti.

Dopo avere espresso il suo entusiasmo nei confronti dell’iniziativa, monsignor Antonino Iachino ha dichiarato che soltanto la scuola può creare «una cultura alternativa alla degradante cultura mafiosa» e garantire quella «rigenerazione sociale» che, secondo il vicesindaco Giuseppe Raffa, «completa lo sforzo dell’amministrazione per promuovere il progresso della nostra città».

A porge i propri auguri ai piccoli parlamentari anche il Prefetto Francesco Antonio Musolino, che ha invitato gli studenti a visitare la prefettura.

Il questore Carmelo Casabona, dopo avere spiegato ai ragazzi come le organizzazioni criminali condizionano lo sviluppo locale, ha messo in luce il ruolo cruciale della famiglia nell’educazione delle nuove generazioni al rispetto delle regole.

Se è vero che, come ha affermato l’assessore comunale alla scuola e all’istruzione Sebastiano Vecchio, «la legalità parte della piccole cose», questo piccolo parlamento costituisce un grande punto di partenza nella lotta alla subcultura mafiosa e nella diffusione di una salda consapevolezza dei propri diritti e dei propri doveri da parte dei ragazzi.

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Il museo della ‘ndrangheta: la casa della speranza

dicembre 2, 2009

di Noemi Azzurra Barbuto

E’ immersa tra le colline di Croce Valanidi la villa a tre piani, fornita di bunker e di passaggi sotterranei, che, confiscata alla mafia e consegnata dal Comune all’associazione “Antigone”, è adesso sede del “Museo della ‘ndrangheta”, inaugurato ieri mattina.

In questa occasione è stata aperta al pubblico anche la mostra fotografica permanente “Silenzio e memoria”, curata da Adriana Sapone, comprendente 150 immagini a colori ed in bianco e nero, che raccontano in modo a volte cruento le due storie parallele della mafia e dell’antimafia.

Presenti alla cerimonia importanti esponenti del mondo politico e delle forze dell’ordine, tra questi il capo della squadra mobile, Renato Cortese.

A recidere il nastro simbolo dell’apertura ufficiale del museo, benedetto da don Antonino Vinci, il sindaco Giuseppe Scopelliti, che ha spiegato il significato di questo progetto ai duecento studenti degli istituti superiori di Reggio Calabria, Palmi, Taurianova, Villa San Giovanni, Siderno e Locri, accolti dal coordinatore del museo Claudio La Camera e da tutto lo staff.

Non vogliamo storicizzare la mafia, metterla in un museo e dire che appartenga al passato, perché non è così – ha affermato Scopelliti – l’obiettivo è trasmettere ai ragazzi la cultura della speranza“.

Sul carattere non celebrativo del museo e sul suo valore culturale si sono soffermati anche il consigliere comunale Giuseppe Sergi, che ha ribadito che la lotta alla mafia debba andare al di là del colore politico; l’assessore provinciale alle Politiche Sociali Attilio Tucci, che ha fortemente sostenuto questo progetto ed ha spiegato come questo si estenderà fino ad assumere una dimensione internazionale; e l’assessore regionale Demetrio Naccari, secondo il quale, questo museo può fornire ai giovani “la visione della verità da uno spiraglio diverso“.

La ‘ndrangheta non ha piacere che si parli delle sue attività – ha commentato il vice prefetto Giuseppe Priolo – noi siamo qui per parlarne e per fare vedere ciò che di orrendo è capace di fare“.

Una lezione utile per i ragazzi, che potranno comprende, passeggiando tra le lussuose stanze della villa, che la mafia esiste ancora e che il mafioso vive sempre nella paura ed è privo di libertà non solo nello spazio ristretto di una cella o di un nascondiglio, ma anche nella sfarzo e nella ricchezza della sua casa.

Questo è anche il museo del presente, dove noi possiamo aiutare i ragazzi a costruire occhi che vedono ed orecchie che sentono“, ha dichiarato Fulvio Librandi, ideatore e responsabile scientifico del progetto.

Anche io da ragazzo – ha proseguito Librandi – avrei desiderato un luogo come questo, senza intuire la mafia dai silenzi e dagli sguardi bassi degli adulti“.

Quindi, il museo della ‘ndrangheta è un museo soprattutto dei giovani, uno spazio di azione e di ricreazione, in cui potrà essere coltivata quella cultura della legalità indispensabile per un efficace cambiamento di rotta.