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Il “dietro le quinte” vergognoso dei giornali patinati

giugno 5, 2010

di Noemi Azzurra Barbuto

Lavorare e non essere retribuiti, piuttosto dover pagare per poter fornire la propria prestazione professionale. Non è schiavitù, ma la realtà di tanti giovani che, desiderosi di realizzarsi nell’ambito giornalistico e animati da una robusta passione, accettano di scrivere gratuitamente per poter conseguire il tesserino di giornalista pubblicista, con la convinzione che, una volta raggiunto tale obiettivo, saranno ricompensanti per il loro lavoro.

Ma l’iscrizione all’albo non migliora la situazione del giornalista, semmai la peggiora. Infatti, molto facilmente il tesserino costituirà per l’editore un motivo per discriminare il lavoratore, che, dovendo ricevere un compenso e non avendo intenzione il giornale di riconoscergli ciò che gli spetta, potrà persino perdere quel posto di lavoro per il quale fino al giorno prima ha lottato.

Non è sempre così. Esistono eccezioni tutt’altro che virtuose. Così, potrà accadere, ed accade, che l’editore conceda al giornalista, premiandolo per il suo continuo impegno, un contratto il cui unico scopo è quello di aggirare l’applicazione dei compensi minimi previsti dal sindacato dei giornalisti.

Contratti vergognosi e inumani, che prevedono un corrispettivo di 3 o 4 centesimi ogni rigo pubblicato. Tocca al giornalista scegliere: o smettere di scrivere, quindi rinunciare al proprio sogno, o continuare a pagare per poter fornire la propria prestazione, in quanto il compenso imposto non potrà mai, in nessun caso, coprire le spese alle quali il lavoratore deve fare fronte per consegnare il suo pezzo.

Può durare così per anni. Solo i più determinati ed i più fortunati (cioè quelli che hanno alle spalle una famiglia che può mantenerli) resistono. Molti rinunciano al loro sogno e trovano un altro lavoro per poter vivere. Inutile negare che si tratta di un sistema capace di corrodere persino la passione più tenace.

Si chiama “sfruttamento”, perché la schiavitù è stata abolita già da tempo. Così dicono.

Ma non è finita qui. Al giornalista che avrà accettato quel vergognoso compenso toccherà persino contare rigo per rigo, centesimo per centesimo, battuta per battuta, quanto gli spetta. Un lavoro da formichine contabili. E se non eseguirà tale operazione non saprà se ha raggiunto, mollichina per mollichina, il suo stipendio annuo. Sì, perché, pur scrivendo tutti i giorni, ci vogliono mesi e mesi prima di raggiungere i 300 euro.

Ma il giornale ti fa un favore. Apri gli occhi. Ascolta. Ti permettono di scrivere, di essere letto e conosciuto, di vedere il tuo nome sulla pagina (wow!). Non osare lamentarti e non chiedere di più, verrai solo sminuito, e c’è già un altro pronto a prendere il tuo posto. E sai che fortuna per lui!

Infatti, continuando così per mesi, per anni, sforzandoti con tutto te stesso, cercando di dimostrare con tutte le tue forze al giornale che ti sai impegnare, che puoi farcela, che sai fare bene il tuo mestiere, potrà accadere, forse, un giorno, che il giornale, o qualcuno del settore, ti noti.

È questo il “dietro le quinte” dei giornali patinati che, dall’alto del pulpito, puntano il dito e parlano indignati di diritti violati, di disoccupazione, di criminalità, di sfruttamento di manodopera. Così bene e così tanto che tu non puoi fare a meno di pensare: «Loro sì, loro sì che le rispettano le regole!».

2 commenti

  1. Sono completamente daccordo con te, Noemi. La nostra situazione è davvero complessa e difficile. Intanto la nostra realtà, cikttadina, offre solo questo. L’alternativa è non scrivere del tutto



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